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Roma, contestato alla Sapienza il presidente di Almaviva: «Chi licenzia 1666 lavoratori non è il benvenuto»

Nella giornata di oggi è previsto un evento telematico organizzato dall’Università La Sapienza di Roma, presso la facoltà di Ingegneria Civile e Industriale dell’ateneo, alla presenza di Alberto Tripi, presidente e azionista di maggioranza della multinazionale dell’informatica e delle telecomunicazioni AlmavivA, nonché membro del Consiglio Direttivo e della Giunta di Confindustria.

L’iniziativa, diretta dal preside della facoltà, Antonio D’Andrea, rientra in un progetto denominato FIGI (Facoltà di Ingegneria & Grandi Imprese), nato nel 2005 a seguito di un protocollo d’intesa tra la facoltà di Ingegneria Civile e Industriale della Sapienza e alcune grandi imprese, e che si pone dichiaratamente l’obiettivo di orientare la didattica sulla base delle richieste delle aziende private. Tra gli obiettivi del progetto FIGI vi è infatti «proporre un’Offerta Formativa orientata all’Impresa», ed in particolare «al fine di supportare la progettazione e lo sviluppo di offerte formative in linea con il trend della domanda di mercato»[1].

AlmavivA è un’impresa nota alle cronache non solo per l’importanza che ricopre nel settore dell’informazione, ma anche per una delle pagine più vergognose del mondo del lavoro in Italia degli ultimi anni. Nel 2016, a seguito di una vertenza protrattasi per mesi, la società controllata AlmavivA Contact procedette al licenziamento di 1666 lavoratori dei call-center della propria sede romana con l’obiettivo di comprimere il costo del lavoro. Tutto ciò avvenne con il totale sostegno del governo, che non solo non garantì l’internalizzazione dei servizi ai lavoratori licenziati, ma assegnò ad AlmavivA ulteriori appalti pubblici e sovvenzioni milionarie per le attività estere dell’azienda, e con la collaborazione dei sindacati confederali, i quali con l’accordo sindacale del maggio 2016 permisero la separazione della vertenza AlmavivA tra le varie sedi nazionali (tra le principali Roma, Napoli e Palermo) e firmarono un accordo peggiorativo, con contratti di solidarietà e riduzioni salariali, che di fatto spianò la strada ai licenziamenti del mese di dicembre[2].

Nella mattinata di oggi si è svolta una contestazione da parte dei militanti della Sapienza del Fronte della Gioventù Comunista, in polemica con il fatto che l’università ospiti grandi aziende, tanto più coinvolte in vertenze e gravi episodi di sfruttamento. Gli studenti hanno effettuato un blitz presso la sede di San Pietro in Vincoli della facoltà di Ingegneria, esponendo uno striscione che recitava: “AlmavivA + Sapienza = università dello sfruttamento. All’università chi licenzia 1666 lavoratori non sarà mai il benvenuto“. Lo striscione riportava, oltre la firma del FGC, il simbolo utilizzato dai lavoratori in lotta contro i licenziamenti durante la vertenza AlmavivA, a voler esprimere l’unità tra le lotte degli studenti e quelle dei lavoratori. Lo striscione è stato dunque affisso presso la sede di Via Antonio Scarpa della facoltà.

Sulla contestazione si è espresso Valerio Orlandini, rappresentante degli studenti nell’Assemblea di Facoltà di Ingegneria Civile e Industriale:

«La contestazione di oggi lancia un messaggio chiaro: le imprese non sono le benvenute all’università pubblica. Non vogliamo che un’azienda privata possa decidere se e in quale direzione orientare la didattica dei nostri corsi. A maggior ragione non vogliamo che a farlo siano imprese come AlmavivA, che hanno gettato in mezzo a una strada migliaia di lavoratori solo per aumentare i propri profitti, già ingenti peraltro. Personaggi come Alberto Tripi, che rappresentano esempi solo di sfruttamento, precarietà e ricatto, non dovrebbero avere il diritto di parlare di lavoro agli studenti, e da questi non meritano alcun rispetto. Come Fronte della Gioventù Comunista ribadiamo la nostra opposizione al controllo sulla didattica da parte delle imprese private e alle passerelle dei padroni con il sostegno dell’università.»

Un commento sulla vicenda AlmavivA e sulla contestazione è arrivato anche da Walter Ambrosecchio, lavoratore licenziato proprio nel dicembre 2016, nonché attivista durante la vertenza sindacale:

«Il licenziamento AlmavivA rappresenta una deriva, il punto di arrivo di un metodico attacco ai diritti acquisiti dei lavoratori, di un diktat europeo di distruggere la tutele, di colpire la parte più debole della contrattazione. AlmavivA, una società che pur acquisendo commesse da committenti pubblici, e quindi milioni di soldi pubblici, ha avuto la strada spianata nel licenziare 1666 dipendenti, primi tra i quali quelli con elevata anzianità contrattuale, più costosi per l’azienda quindi (parliamo di contratti part-time disciplinati dal CCNL Telecomunicazioni). Giusto quindi affermare che dirigenti aziendali che hanno promosso tutto questo non abbiano il diritto di parlare all’università di lavoro agli studenti. Parliamo di una dirigenza che ha richiesto di ridurre una busta paga ridicola di 600 euro per sopravvivere, un gran piano industriale. Nella vertenza AlmavivA sono stati tutti assassini con le stesse colpe: azienda, sindacati confederali e governo (allora come viceministro dello Sviluppo Economico vi era l’attuale ministro dell’agricoltura, la “sensibile” Bellanova). Bisogna iniziare di nuovo a lottare insieme, per riprenderci i diritti persi, per il rispetto e la tutela dei lavoratori. Da subito senza tentennamenti, non c’è più tempo per commettere errori, se non lo faremo la nostra colpa sarà indelebile.»

[1] Il progetto, figi.ing.uniroma1.it.

[2] Accordo Almaviva: un successo per il padrone, la lotta continua, Senza Tregua, 4 giugno 2016.

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