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Le politiche reazionarie di Polonia e Ungheria e l’ipocrisia della UE

di Daniele Bergamini

È di pochi giorni fa la notizia del nuovo emendamento alla Costituzione ungherese che accetta sotto il termine di famiglia le sole coppie eterosessuali con figli, e che vieta il matrimonio per le coppie omosessuali. Già a maggio, in piena pandemia, il governo aveva ritenuto fosse una priorità vietare il cambio di sesso sui documenti per le persone transgender e il riconoscimento giuridico della loro identità di genere. Il presidente Orban ha firmato, inoltre, una dichiarazione promossa dal presidente uscente degli USA, Donald Trump, che nega l’aborto come diritto ed elimina l’obbligo dello Stato di provvedere all’assistenza necessaria nel percorso di interruzione volontaria di gravidanza, con la scusa di «tutelare i bambini e la famiglia».

A tutto questo si aggiungono alcune dichiarazioni estremamente pericolose da parte di esponenti del governo ungherese: Kátálin Novak, Ministra della Famiglia, ha addirittura affermato che la donna deve smettere di preoccuparsi di guadagnare quanto i colleghi uomini e che deve pensare a procreare, mentre altri esponenti dell’esecutivo ritengono necessario educare i bambini ai “valori cristiani”. Un disegno estremamente reazionario che colpisce diritti civili e sociali allo stesso tempo, in un paese dove gli stipendi sono tra i più bassi del continente.

Politiche simili vengono adottate anche dalla Polonia. Su tutte spicca la recente istituzione delle tristemente note LGBT-free zones, ossia regioni amministrative e comuni in cui a livello pratico la comunità LGBT non gode del diritto di associarsi, di organizzare manifestazioni e di esprimere pubblicamente le proprie idee, proposte e progetti.

Come se non bastasse i due governi hanno attaccato pesantemente il diritto all’aborto, che in Polonia era già proibito tranne che nei casi di stupro, incesto, pericolo di vita della gestante e malformazioni del feto. Il governo guidato dai filo-clericali del PiS (Diritto e Giustizia), attraverso la Corte Costituzionale, in ottobre ha dichiarato incostituzionale l’interruzione di gravidanza in caso di malformazioni del feto. La decisione della Corte ha suscitato grandi proteste che durano da settimane, organizzate da movimenti e associazioni molto variegate tra loro, come gruppi femministi e per la tutela dei diritti omosessuali, ma anche sindacati e partiti.

Il Partito Comunista di Polonia (KPP) ha condannato il ruolo della Corte Costituzionale, politicamente vicina al governo reazionario e quindi favorevole a imporre divieti di natura religiosa contrari alla scienza medica e all’etica contemporanea. Per il KPP la decisione presa dalla Corte è criminale e va a colpire le donne, specialmente nella classe lavoratrice, tra i poveri e marginalizzati. Non si tratta di un caso isolato: i comunisti polacchi inseriscono questi provvedimenti in un percorso – che dura da anni – di smantellamento della sanità pubblica; per fare un esempio, l’assistenza medico-sanitaria non viene garantita alle persone con disabilità. Dall’analisi del PC polacco emerge l’importanza di lottare per una reale separazione tra Stato e Chiesa, con l’interruzione immediata del supporto statale alle organizzazioni religiose. Il KPP individua come passaggio necessario il dare una dimensione di classe alla lotta per la laicità dello Stato, senza lasciare spazio ai partiti borghesi che più volte hanno dimostrato di combinare politiche economiche antipopolari all’alleanza con la Chiesa cattolica, in una visione reazionaria della società.

Non è un caso che il Partito Comunista sia oggetto di numerosi tentativi di messa al bando, l’ultimo dei quali è stato presentato dal Ministro della Giustizia Zbigniew Ziobro, lo stesso che ha promosso l’uscita del suo paese dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne.

La repressione governativa contro le manifestazioni delle associazioni LGBT e contro le manifestazioni in difesa dell’aborto si è concretizzata in episodi di violenza poliziesca ai danni dei manifestanti. Il governo, inoltre, non ha esitato a sfruttare le misure anti-Covid contro i cortei, affermando che essi stavano violando i divieti sugli assembramenti. Non solo, la polizia spesso ha tentato di circondare i manifestanti e ha fatto largo uso di spray urticanti e gas lacrimogeni, il tutto condito da numerose sanzioni e centinaia di arresti. Anche in questo caso le politiche conservatrici e reazionarie contro la comunità omosessuale e i diritti delle donne si accompagnano a campagne per la messa al bando di tutti quei partiti che fanno riferimento al comunismo. Non si tratta di una coincidenza, poiché nell’epoca del socialismo, nonostante tutte le contraddizioni del caso, la tendenza era contraria a quella attuale.

A livello internazionale i due paesi sono oggetto di critiche da parte dell’Unione Europea e dei paesi più allineati ad essa, critiche che non si soffermano solo sulla questione dei diritti civili ma che toccano anche la questione dello stato di diritto al cui rispetto subordinano l’erogazione degli aiuti economici inclusi nel Recovery Fund. Al di là del funzionamento e della natura del Recovery Fund, per cui si rimanda a questa analisi, è interessante notare l’atteggiamento tenuto da Polonia e Ungheria durante le trattative. Gli europarlamentari filogovernativi polacchi e ungheresi hanno posto il veto sulle clausole relative al rispetto dello stato di diritto contenute nel pacchetto. Tali clausole, seconda la lettura degli eurodeputati interessati, sarebbero una punizione per l’opposizione all’immigrazione e per la difesa della sovranità da parte di Budapest e Varsavia. L’erogazione dei fondi si è bloccata fino al compromesso raggiunto a metà dicembre con la Germania, quando la cancelliera Angela Merkel ha proposto con successo un’interpretazione giuridica molto blanda delle clausole, rimandando la questione alla Corte di giustizia dell’UE. Nei fatti, l’effetto di tali vincoli viene sospeso, soddisfacendo le richieste degli esecutivi guidati da Orban (Ungheria) e Morawiecki (Polonia).

Risulta evidente che quello in atto è uno scontro tra i vari gruppi della borghesia europea, e che “democrazia” e “sovranità nazionale” vengono chiamate in causa per distorcere l’attenzione dalla natura economica della controversia. Infatti, i fondi del Recovery Fund e del Next Generation Eu, necessari per salvaguardare gli interessi di banche e imprese scaricando i costi della crisi sulle classi popolari, diventano luogo di scontro tra i vari governi, che cercano appunto di accaparrarsi posizioni più favorevoli per i propri monopoli. Il veto posto dagli eurodeputati filogovernativi di Polonia e Ungheria serve, quindi, a tutelare direttamente gli interessi delle rispettive borghesie nazionali.

Non solo, l’attacco al mancato rispetto dello stato di diritto era pericoloso per le esigenze del capitale dal punto di vista della politica interna. Sicuramente le politiche discriminatorie verso le donne e la comunità LGBT mirano a consolidare il consenso dell’elettorato conservatore e religioso al fine di gestire le problematiche di natura socio-economica, quali la disoccupazione e le pessime condizioni di lavoro. Se ci si limitasse a questo livello di analisi non si terrebbe conto dello sviluppo storico dei rapporti di forza interni a Polonia e Ungheria.  In entrambi i casi, l’elemento religioso è stato fondamentale nella “transizione alla democrazia” e nella costruzione delle istituzioni dei nuovi Stati capitalisti. Gli esecutivi di Orban e Morawiecki si basano su una maggioranza stabile, risultato non solo del consenso di settori rilevanti del capitale ma anche di una parte importante della classe lavoratrice. Questo è stato possibile facendo leva sui valori cristiani, promossi in maniera sistematica dopo la caduta del socialismo, quanto è stata portata avanti una visione quasi corporativa della società.

Si tratta di una retorica che conosciamo bene: il conflitto di classe è stato archiviato a favore della collaborazione sociale. Si è cercato di costruire un livello “identitario” comune. L’oscurantismo religioso – associato all’anticomunismo – è stato fondamentale per dividere i lavoratori. La discriminazione degli immigrati, delle donne e della comunità LGBT si è accompagnata alla demonizzazione del passato socialista ispirato a principi di uguaglianza. In questo modo la classe lavoratrice è stata frammentata, con importanti settori che hanno subito e abbracciato la propaganda ideologica che ha unito il capitalismo, come unico orizzonte possibile, ai valori tradizionali cristiani e al culto dell’identità nazionale. Accettare le clausole di rispetto dello stato di diritto per l’ottenimento dei fondi europei avrebbe voluto dire archiviare questo processo di costruzione di un ampio consenso attorno agli interessi di settori rilevanti del capitale nazionale, etichettati come “interesse nazionale”.

L’atteggiamento dell’UE verso Budapest e Varsavia mostra tutta l’ipocrisia del processo d’integrazione europea. Da una parte l’Unione cerca di rappresentarsi come portatrice di diritti, pace e democrazia, promuovendo politiche spot per l’uguaglianza formale e l’inclusione. Dall’altra parte, fin dalla sua nascita, l’Unione ha sempre assecondato le misure repressive contro i partiti comunisti. In questa direzione ha sostenuto l’attacco – portato avanti nei singoli paesi – alle libertà politiche e sindacali delle forze di classe e ha promosso l’equiparazione tra comunismo e nazifascismo, vista con grande favore dai governi reazionari dell’Europa orientale, nell’ottica di riabilitare collaborazionisti di Hitler (omettendo questo piccolo dettaglio) come “eroi nazionali” della lotta al comunismo.

La criminalizzazione delle conquiste del movimento comunista e operaio è stata funzionale ad applicare le politiche di massacro sociale, promosse dall’UE e attuate dai governi nazionali. Ed è proprio in quest’ottica che l’attacco ai diritti delle donne e della comunità LGBT fa leva sui valori reazionari e conservatori promossi dal 1989-1991 in chiave anticomunista, per creare un conflitto inesistente in seno alla classe lavoratrice mentre si attaccano i diritti sociali, per favorire i profitti del capitale.

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