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L’uomo che cercava la libertà (di impresa)

di Erica Bonanno

Se vi foste trovati negli anni ’60 a 11 km al largo della costa riminese, e 500 metri al di fuori delle acque territoriali italiane, vi sareste imbattuti in una piattaforma metallica di circa 400 m2, che il I maggio 1968 avrebbe dichiarato la propria indipendenza dall’Italia. In poco tempo quella piattaforma, che prese il nome di Isola delle Rose, si dotò di un governo, di una lingua ufficiale, l’esperanto, di una valuta e di emissioni postali. Arrivò a presentare il proprio caso al Consiglio d’Europa, cercando un riconoscimento internazionale che mai trovò, venendo invece distrutta l’11 febbraio 1969 dalle forze militari italiane. La storia di questa micronazione è raccontata nel nuovo film diretto da Sydney Sibilla e prodotto da Netflix, L’incredibile storia dell’Isola delle Rose.

Inverno 1968, Strasburgo: Giorgio Rosa (Elio Germano), ingegnere bolognese e creatore della piattaforma, dopo giorni passati nell’androne del Palazzo d’Europa, sottopone il suo caso al presidente del consiglio d’Europa, Jean Baptiste Toma. Inizia così l’intreccio delle vicende, raccontato attraverso una serie di flashback incastrati in una cornice narrativa. Conosciamo Giorgio, il protagonista, e le motivazioni che l’hanno portato a costruire la piattaforma, fino a dichiararla nazione indipendente. La storia dell’Isola arriva al capolinea quando l’antagonista del film, l’allora ministro dell’Interno Franco Restivo, decide di “dichiarare guerra all’Isola delle Rose”.

Nel complesso, il film risulta godibile, soprattutto grazie alla produzione e ai nomi coinvolti. Certo, non si può fare a meno di notare, dal punto di vista tecnico, che a regia e sceneggiatura manca quella marcia in più che avevamo visto nei film precedenti di Sibilla, come la trilogia Smetto quando voglio, e che la fotografia con colori a basso contrasto, che alterna toni caldi, per le scene dell’Isola e dei flashback, ai toni freddi della cornice narrativa, avvolge la pellicola di una patina nostalgica. Ma in ogni caso, non è sul piano della realizzazione tecnica che stanno i veri problemi di questa pellicola.

Il vero problema sta nel romanzare una storia finendo per raccontarla come una cosa totalmente diversa da quello che effettivamente fu. Il senso di questo emerge da questa intervista di Sibilla: « In un’era in cui centinaia di migliaia di studenti scendevano in piazza a Parigi per lottare per un mondo migliore, un ragazzo questo mondo migliore se lo costruiva, con un paio di amici e senza fare troppo casino. La prima cosa che mi ha attratto, dunque, è stata la potenza e la determinazione di un individuo. Giorgio Rosa aveva una visione e l’ha realizzata con le sue forze». A sentire Sibilla, quest’Isola delle Rose era addirittura la realizzazione degli ideali sessantottini. La storia vera però dice l’esatto opposto.

L’Isola delle Rose era stata costruita innanzitutto per sfuggire alla tassazione italiana e al problema delle concessioni per le spiagge, in modo da ricavare il massimo dal profitto generato dalle escursioni di turisti curiosi. Giorgio Rosa costruì una discoteca in mare aperto, e tutti possono immaginare il significato economico di una trovata simile negli anni dell’esplosione del turismo nella riviera romagnola. La verità, abbastanza autoevidente, è che la libertà che Giorgio Rosa cercava era la libertà d’impresa. Aggirare la tassazione dello Stato italiano, aggirare i meccanismi burocratici per la richiesta delle concessioni demaniali.

Il film tenta in tutti i modi di dipingere questa storia come il racconto di un uomo alla ricerca di una libertà più nobile di quella economica, arricchendolo con la retorica stantia, evidente soprattutto nelle dichiarazioni del regista, del self made man, dell’uomo visionario con un sogno, in cui crede tanto da realizzarlo. E nonostante ciò Giorgio Rosa, in barba ai grandi discorsi sulla libertà affrontati per tutto il film, costruisce l’Isola semplicemente per dimostrare alla donna che ama il proprio valore, la propria determinazione, il proprio genio (qualcuno direbbe che è facile dimostrarlo, con 30 mln di lire dell’epoca).

È proprio questa la colpa del film: romanticizzare, e vendere, l’ambizione economica di una manciata di persone, mascherandola come lo slancio idealista di un uomo, che in nome di quell’idea decide di dar vita alla sua Utopia in mezzo al mare.

Non è un’astratta idea di libertà che lo Stato italiano voleva scongiurare quando ha deciso di smantellare la piattaforma in questione. Erano piuttosto le implicazioni giuridiche ed economiche derivanti dall’accettazione della possibilità di proclamare dal nulla uno “Stato” indipendente nelle acque internazionali, con tutto quello che avrebbe comportato rispetto ai diritti di sfruttamento delle risorse marine e petrolifere.

La ciliegina sulla torta arriva, inaspettata, a fine film. Leggendo i titoli di coda si troverà scritto bianco su nero che “Ad oggi, la distruzione dell’Isola delle Rose è l’unica guerra d’invasione commessa dalla Repubblica Italiana”. Ecco, qualche milione di iracheni (ma anche serbi, libici, afghani e così via) avrebbe decisamente da ridire. Si segnala che ancora oggi, a 18 anni dall’invasione dell’Iraq del 2003, l’Italia è seconda per presenza militare in quel paese soltanto agli Stati Uniti. Il messaggio del film era già abbastanza problematico senza cancellare con un colpo di spugna le vergogne dell’imperialismo italiano.

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