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Una storia dimenticata: Eugenio Curiel e il Fronte della Gioventù

di Giorgio Pica

“Il presente è come è, ma in esso abbiamo cominciato a costruire qualcosa; è quindi meglio di quanto avrebbe potuto essere. Qualcosa abbiamo strappato alle avverse condizioni e ancora più strapperemo conquistandoci faticosamente, ma sicuramente, il nostro futuro.”

(Eugenio Curiel)

Il 24 febbraio 1945 veniva assassinato a Milano Eugenio Curiel, scienziato e dirigente del PCI, figura legata all’esperienza della gioventù partigiana, di decine di migliaia di giovani che lottarono contro il nazifascismo per costruire una società fondata sull’uguaglianza e la giustizia sociale. È questa la storia del Fronte della Gioventù per l’Indipendenza Nazionale e la Libertà (FdG), l’organizzazione partigiana costituita nel 1943 e guidata proprio da Curiel, che si propose di organizzare la gioventù italiana nella lotta per una società radicalmente diversa da quella in cui era cresciuta, una storia di grande impegno ideale, di grandi valori ma soprattutto di grandi sacrifici.*

Antefatti della costituzione del Fronte della Gioventù

È il 25 luglio 1943 quando Mussolini viene destituito dal Gran Consiglio del fascismo mentre l’Italia stava precipitando in un profondo abisso frutto del fallimento più totale della politica fascista basata sul mito della grandezza romana e della “missione imperiale”. La prima vittima di questa situazione furono proprio i giovani delle classi popolari, mandati a morire in guerra come carne da macello per degli interessi che non erano i loro. Significativa a riguardo è la pagina di diario di un giovane soldato che morirà proprio nel luglio ‘43 al fronte: “Come branchi di maiali ci siamo fatti condurre da un pastore e ora che la prima burrasca, ora che il rullo di cannone rendono minaccioso l’orizzonte, come branchi di porci ci disperdiamo e andiamo a cercare ricovero nel fango…Se io dovessi morire mi dispiacerebbe perché non resta nessuno e niente a confermare che anch’io sono passato”.

È la crisi di una generazione, che non apparve all’improvviso, ma che già da anni serpeggiava tra la gioventù contadina e operaia oppressa dalle corporazioni, da salari da fame e tenuta ai margini della società civile in una condizione di inferiorità quasi razziale. Come ci ricorda Primo de Lazzari, “al ceto operaio è riservato, al massimo, la scuola detta di avviamento professionale, tre anni di corsi pratico-nozionistici per imparare il mestiere e nulla più. Ai contadini, poi, nemmeno questo.” Saranno proprio loro che costituiranno la spina dorsale della Liberazione. Dall’8 settembre 1943 i fatti subirono una repentina accelerazione: con l’armistizio e la fuga del re e del capo del governo, Badoglio, oltre che della maggior parte dei comandi militari si produsse il completo sfacelo dell’esercito. Molti soldati furono deportati in Germania, molti altri entrarono nella Resistenza e presero le armi contro i nazisti, noti sono ad esempio i casi dell’Albania e della Jugoslavia.

In Italia Mussolini è liberato e fonda la Repubblica Sociale Italiana, stato fantoccio sotto il comando di Hitler. Il ministro della guerra, maresciallo Graziani, promulga i primi bandi di coscrizione obbligatoria che porranno la gioventù di fronte ad una scelta drastica: arruolarsi in un esercito di fatto al servizio dei nazisti, oppure darsi alla macchia raccogliendo l’esempio dei primi gruppi di partigiani e accogliendo gli appelli dei Comitati di Liberazione Nazionale (CLN) che si stavano formando in tutta Italia indicando nella lotta l’unica via per la liberazione.

1943

Un evento fondamentale ai fini della presa di coscienza e dell’orientamento della gioventù fu l’appello fatto il 28 novembre 1943 da Concetto Marchesi, allora rettore dell’Università di Padova e futuro deputato del PCI nelle prime due legislature del dopoguerra, che ebbe una notevole eco grazie alla sua massiccia diffusione sulla stampa e sui volantini clandestini. Ne riporto un breve passaggio: “Studenti, sono rimasto a capo della vostra università finché speravo di mantenerla immune dall’offesa fascista e dalla minaccia germanica […]. L’ordine di un governo […] vorrebbe convertire la gioventù universitaria in una milizia di mercenari e di sgherri massacratori […]. Una generazione di uomini ha distrutto la vostra giovinezza e la vostra patria; vi ha gettato tra cumuli di rovine; voi dovete tra quelle rovine portare la luce di una fede, l’impeto di un’azione […] insieme con la gioventù operaia e contadina dovete rifare la storia d’Italia […]. Per la fede che vi illumina, per lo sdegno che vi accende, non lasciate che l’oppressore disponga ancora della vostra vita, fate risorgere i battaglioni, liberate l’Italia dall’ignominia”.

È in questo clima che si sente sempre più l’esigenza di un’organizzazione in grado di aggregare quelle ansie e quella volontà di lotta e di riscatto presenti ancora confusamente in una gioventù completamente priva di educazione politica, piegata per vent’anni dalle sole parole d’ordine del “credere, obbedire, combattere”. Una struttura che fosse quindi in grado di indirizzare quelle energie vitali nella giusta direzione, ovvero quella della lotta per una società rinnovata, dell’emancipazione delle classi subalterne e la giustizia sociale, un sentire questo che era già presente tra le nuove generazioni. Si trattava di rendere cosciente e organizzare quel sentimento. Ancora Primo de Lazzari racconta come fosse considerato necessario “riuscire a raccogliere tutta la vasta e diversa gamma della multiforme agitazione giovanile al fine di unificare ogni contributo, ogni energia, per parziali o contingenti che fossero, ancorandoli al grande ideale della liberazione dal fascismo e dell’indipendenza nazionale in una patria rinnovata”.

Alla necessità ideale e pratica di un’organizzazione rappresentativa e unitaria della gioventù, sullo sfondo della costituzione dei primi gruppi partigiani, arrivarono per primi i comunisti, già forti di una decennale esperienza di lotta e lavoro clandestino e che avevano già iniziato a lavorare in tutto il paese alla creazione di piattaforme di unità nazionale su base antifascista, lavoro continuato poi come è noto con la politica inaugurata dalla cosiddetta “svolta di Salerno” seguita al ritorno di Togliatti in Italia, sulle cui conseguenze politiche non è però questo il luogo di soffermarsi. È infatti Gian Carlo Pajetta, dirigente del PCI, chiamato a Milano dal Piemonte dove stava organizzando le prime bande partigiane delle valli del Po’ dopo lunghi anni di prigionia e di confino, che nel settembre-ottobre del 1943 e con l’aiuto di Luigi Longo, futuro segretario del PCI, iniziò a lavorare ad una prima bozza di idee politiche ed organizzative per la creazione di un organismo rappresentativo della gioventù. Un programma ideale e di azione in grado di favorire l’incontro delle diverse componenti giovanili che delineerà così i caratteri di quello che in qualche mese sarebbe diventato il Fronte della Gioventù. In questi “appunti”, come lui li chiamava, Pajetta  esamina la condizione sociale ed economica in cui si trovava la gioventù e coglie esattamente la necessità di un’organizzazione di tal sorta, unitaria e che potesse inserire i giovani tutti nella lotta popolare di liberazione del paese, coordinare e dirigere la loro azione oltre che rappresentare direttamente anche i loro interessi particolari. Riporto dal testo di Pajetta: “Il movimento al quale si vuole dare vita prende il nome di Fronte della Gioventù per l’Indipendenza Nazionale e per la Libertà e vuole avere il più largo carattere di massa”. Sempre in questi “appunti” sono delineate anche le attività che andranno a caratterizzare il lavoro del Fronte: “azione armata contro i tedeschi e contro i traditori fascisti”, attività economico-sindacali, attività culturali e sportive, lavoro fra gli studenti, attività femminile con la costituzione di gruppi di ragazze, attività politica ed educativa della gioventù.

A quest’opera preliminare di costruzione delle basi del Fronte si affiancheranno a Pajetta verso la fine di ottobre anche altri due dirigenti comunisti oltre che della lotta clandestina: Gillo Pontecorvo ed Eugenio Curiel. Iniziano quindi i primi contatti con le altre realtà giovanili del paese, principalmente socialiste, in ambienti universitari ma anche cattolici seppur in questo momento in minor parte, ed è in questa fase che il PCI affida a Curiel la dirigenza del Fronte mentre Pajetta passa ad altri incarichi di partito oltre che nel movimento partigiano che nel frattempo andava unificandosi con la successiva costituzione agli inizi del 1944 del Corpo Volontari della Libertà (CVL). Ci racconta Primo de Lazzari: “la prima base del costituendo organismo unitario giovanile ha radice tra gli studenti e quei nuclei di gioventù intellettuale faticosamente e amaramente approdata alla critica del fascismo attraverso crisi ideali di vasta portata […] ma la costruzione del Fronte della Gioventù, e della Resistenza più in generale , non avrebbe potuto assumere caratteri ampi se non si fosse incontrata col disagio e la rivolta serpeggiante in altri settori della gioventù, non meno importanti”. Qui Pajetta: “non bisogna dimenticare […] come siano sempre stati vivi, soprattutto nei ceti popolari, fermenti e attività collegati alla tradizione rivoluzionaria e al movimento operaio […]. Vi erano allora organizzazioni di partito della gioventù comunista in Emilia, in Toscana, che contavano centinaia e migliaia di iscritti, divisi in cellule, in zone, organizzati in federazioni”.

È così che a Milano, alla fine di ottobre, Pajetta, Pontecorvo e Curiel organizzano le prime riunioni per dare vita ad un organo di stampa della nuova formazione, e dopo qualche discussione si decide di chiamare il giornale “Bollettino del Fronte della Gioventù”, inoltre con l’aiuto del pittore Ernesto Treccani venne disegnato anche l’emblema ufficiale del Fronte: un pugno levato in alto stringente una bandiera italiana senza lo stemma regio e la sigla FdG. La prima apparizione pubblica del Fronte data proprio la fine dell’ottobre 1943 con la stesura del primo manifesto programmatico e di presentazione dell’organizzazione, realizzato da Pajetta sulla base degli appunti precedentemente citati, prima di lasciare a Curiel il lavoro giovanile, stampato in volantini e affisso sui muri e sugli alberi di Milano, manifesto che desterà enorme impressione tra i giovani lavoratori e tra gli studenti riaffluiti nelle scuole per l’inizio dell’anno scolastico. Ne riporto alcuni passaggi: “i giovani italiani si raccolgano nelle officine, nei villaggi, negli uffici e nelle scuole per partecipare alla lotta di liberazione che il popolo tutto conduce contro il nemico tedesco e contro i traditori fascisti. A unificare i loro sforzi e ad organizzare la loro azione essi costituiscono il Fronte della Gioventù per l’Indipendenza Nazionale e per la Libertà. Il Fronte della Gioventù ha per programma la collaborazione dei giovani alla liberazione del paese e alla sua ricostruzione nella libertà e nel progresso e si ispira nella sua azione ai principi che informano l’attività del Comitato di Liberazione Nazionale. È l’organizzazione in Italia di tutti i giovani italiani, senza distinzione di fede religiosa o di tendenza politica. […] il Fronte della Gioventù organizza l’azione armata dei giovani […], promuove il reclutamento, gli aiuti finanziari e gli approvvigionamenti per le formazioni partigiane. Dà vita a formazioni giovanili di tipo militare […], lotta per la difesa degli interessi economici, della cultura e dell’educazione fisica dei giovani […], nelle officine organizza la lotta dei giovani operai per il sabotaggio antitedesco. Promuove la partecipazione dei giovani ai comitati segreti sindacali per la difesa dei loro interessi economici […]”. Iniziano così le attività dei primi nuclei del FdG che si costituiscono spontaneamente in più parti del centro-nord Italia.

1944

L’evento che però è da considerarsi il vero assise istituzionale, ovvero l’atto di fondazione formale del FdG, che fino a quel momento vedeva la partecipazione dei soli comunisti e in minor parte socialisti, avvenne alla fine del gennaio 1944 con l’adesione alla piattaforma programmatica anche dei giovani cattolici in un incontro avvenuto presso il convento di San Carlo al Corso di Milano e favorito dai religiosi Camillo De Piaz e Davide Maria Turoldo. È questo uno dei primi importanti atti del lavoro di Curiel che inizia così con pazienza e tenacia a creare una vasta rete e a realizzare l’unità della gioventù italiana, portando decine di migliaia di giovani in tutta Italia ad aderire al Fronte, unità che, seppur fu una delle preoccupazioni maggiori, non fu mai un’impresa facile dato che non mancavano scontri politici, momenti di ripensamento e perplessità tra i vari gruppi.

Curiel aveva le idee chiare sul ruolo che doveva svolgere il Fronte: “nella libera discussione che sorge dal contatto e dalla collaborazione nella lotta contro il nazismo e contro il fascismo, i giovani si educano a quella cosciente partecipazione alla vita politica che è la base della vera democrazia, la democrazia popolare […]. E questa democrazia non è qualcosa che si possa rimandare a domani, ma si fonda oggi nell’ardore della lotta che i giovani d’Italia conducono nelle città e sulle montagne contro il tedesco invasore e contro il traditore fascista”. Nonostante il tenace proposito di impostazione unitaria è comunque importante chiarire dei punti ancora con Primo de Lazzari: “è sicuramente documentato […] che l’impostazione e la concreta costruzione del Fronte fu ovunque e primariamente opera dei comunisti. Per essi il Fronte trova ragion d’essere, anzi di necessità di esistenza, dal fatto basilare di concepire la Resistenza fin dal suo sorgere come guerra di popolo, da non combattersi solo quindi con ristrette azioni militari di reparti addestrati e dislocati in montagna. Tutta l’efficace battaglia dei Gruppi di azione patriottica (GAP) e delle Squadre di azione patriottica (SAP), molte delle quali presero avvio proprio basandosi su elementi del Fronte deriva da questa concezione”. E ancora: “vi è stato un curioso (ma non troppo) iato tra le adesioni pubbliche al Fronte in alcuni movimenti giovanili (liberali, democratici cristiani) in non poche province e la realtà della loro effettiva partecipazione alla vita dell’organismo”. In un documento del PCI datato novembre ’44 si afferma: “l’esperienza iniziale, la battaglia per affermare il Fronte della Gioventù come organismo unitario delle masse giovanili, come organismo combattente sul fronte della liberazione, fu una battaglia che conducemmo da soli, noi giovani comunisti”.

È nei luoghi di lavoro, nelle fabbriche, nelle scuole, nelle università, nei villaggi che si organizzano in pochi mesi in tutte le regioni dell’Italia occupata i primi nuclei del Fronte, che raccoglie sempre maggiori adesioni in strati via via più larghi della gioventù e che nella primavera del ’44 assume carattere di massa. Sono cinque le direttive fondamentali che impegnano l’organizzazione:

– propaganda mediante giornali a stampa, manifesti, scritte murali e sulle strade, comizi volanti nei mercati o all’uscita dei cinema;

– proselitismo a favore del Fronte, unito alla mobilitazione diretta per le formazioni partigiane e per la costituzione delle SAP;

 – lotta armata mediante formazione di squadre autonome, in stretta collaborazione con le SAP, formate prevalentemente da giovani del Fronte;

– sabotaggio alle installazioni nemiche (linee ferroviarie, telefoniche, caserme, ponti, vie di comunicazione, segnaletica), informazioni fornite ai CLN e ai comandi partigiani sulle dislocazioni di presídi militari, depositi, movimenti di truppa, preparativi nazifascisti per rastrellamenti;

– particolare azione di propaganda e di convincimento diretto svolto tra i soldati più giovani di Salò per far loro disertare l’esercito e far cadere nel vuoto i bandi di coscrizione obbligatoria.

Secondo il documento prima citato del PCI del novembre 1944, sono circa 15mila i militanti del Fronte nell’Italia occupata in quel momento. Da questi numeri già di per sé incompleti sono esclusi però tutti quelli che si sono uniti alle formazioni partigiane di montagna che porterebbero i numeri a più che raddoppiare, cifre destinate a crescere ancora di più nei mesi successivi. Prova del valore del lavoro di massa svolto dal Fronte in tutta la primavera 1944 fu l’assoluta inefficacia di un decreto di Mussolini con cui veniva offerto un condono a tutti i partigiani e i renitenti alla leva militare se avessero deposto le armi e si fossero presentati nelle caserme. Il decreto cade nel vuoto come testimoniato da un documento dell’Ufficio operazioni e addestramento dello stato maggiore dell’esercito datato 30 giugno 1944 secondo cui l’azione dei ribelli dimostrava “un notevole incremento, delineandosi sempre più aperta, aggressiva e coordinata”.

I rapporti tra CLN e Fronte sono inizialmente altalenanti. Il tema dell’apertura dei CLN alle organizzazioni di massa (FdG, Gruppi di difesa della donna, ecc.) e l’apertura di CLN locali nelle officine e nei comuni fu posto dal PCI nel giugno ‘44 nell’intento di costruire “un’efficace rete di organi popolari di autogoverno quale struttura portante della nuova democrazia” che sarebbe dovuta seguire al crollo del fascismo. Inizialmente questa prospettiva fu opposta dagli altri partiti che davano alla lotta di liberazione un valore solamente contingente.  È nell’estate del 1944 che alcuni CLN regionali provinciali, prendendo atto della realtà ormai generalizzata circa l’esistenza e la lotta del Fronte, lo riconoscono come organismo rappresentativo della gioventù italiana. Ma sarà solo il 7 ottobre 1944 che il CLNAI lo riconoscerà definitivamente ammettendo così in ogni CLN di qualsiasi livello un rappresentante del Fronte della gioventù.

L’inverno 1944 fu caratterizzato da massicci e feroci rastrellamenti operati dai comandi nazisti e fascisti. Il 1 ottobre in un’ordinanza il maresciallo Kesselring riconosce che “l’attività delle bande nel settore italiano è negli ultimi tempi costantemente aumentata […] il traffico di rifornimenti è fortemente ostacolato. Gli atti di sabotaggio crescono […] le bande (partigiane) dispongono di un eccellente servizio di informazioni e nella maggior parte dei casi sono sostenute dalla popolazione italiana”, per cui avendo costantemente le spalle insidiate dalla guerriglia molte divisioni naziste sono impossibilitate nel recarsi al fronte: annuncia così una serie di terribili rastrellamenti antipartigiani.

La reazione partigiana non si fece attendere e furono settimane di duri combattimenti in cui la gioventù ebbe un ruolo di primo piano. A dimostrazione del carattere decisivo che ebbe la Resistenza nella liberazione è importante ricordare che “vengono così impiegate intere divisioni della Wehrmacht appoggiate da corpi scelti, specialmente addestrati alla repressione: battaglioni di SS, Alpenjäger, compagnie di paracadutisti, e per parte italiana, Decima Mas, RAP (Raggruppamenti anti-partigiani), battaglione M, contingenti di brigate nere. Ormai Mussolini ritira dal fronte anche le poche unità militari saltuariamente impegnate contro le truppe alleate, per scagliare tutte le più diverse ed eterogenee forze repubblichine contro la Resistenza e le sue varie organizzazioni” [Primo de Lazzari]. Il più giovane tra i partigiani caduti nell’alta Italia fu Franco Cesana, ucciso a 13 anni.

Il proclama del generale alleato Alexander che invitava alla smobilitazione invernale in attesa di tempi migliori, come se decine di migliaia di partigiani ricercati potessero tranquillamente tornare a casa, fu nettamente respinto dal movimento di liberazione, nel Fronte della gioventù non fu neanche discusso: era chiara la necessità di continuare a combattere. È comunque un momento molto drammatico, il movimento di liberazione subisce molte perdite e in alcune aree come a Verona e a Savona il Fronte della Gioventù deve sostituirsi completamente alla lacerata rete clandestina e in generale trasferisce nelle SAP, nei GAP e nelle formazioni partigiane di montagna molti dei suoi elementi più esperti e capaci. La repressione non risparmia neanche le fila giovanili con molti dirigenti costretti a far perdere le proprie tracce e cambiare località.

1945

Il 20 gennaio 1945 a Milano si tiene la conferenza dei giovani comunisti. Eugenio Curiel illustra il rapporto politico, Gillo Pontecorvo quello organizzativo, Pietro Secchia conclude la conferenza. Il centro della relazione di Curiel è ovviamente il Fronte ed i suoi compiti in vista dell’imminente battaglia finale. Le parole chiave della particolare fase politica sono pronunciate chiaramente da Secchia: “Allargare politicamente il Fronte della Gioventù; questo dev’essere uno dei vostri obiettivi fondamentali. Allargare politicamente il Fronte della gioventù significa farne uno strumento più efficiente per la lotta di liberazione, accelerare lo sviluppo dell’insurrezione nazionale”.

Eugenio Curiel, protagonista assoluto dell’organizzazione della gioventù e del suo ruolo decisivo nella Liberazione, la fine della guerra purtroppo non riuscì a vederla. È proprio sulle soglie dell’insurrezione vittoriosa infatti che il Fronte perderà la sua guida. Era il 24 febbraio 1945 quando Eugenio Curiel fu ucciso a Milano in via Enrico Toti, tra piazzale Baracca e piazza Conciliazione. Nell’attività clandestina di Curiel quello era un giorno come un altro, caratterizzato da una serie di appuntamenti e incontri con amici e collaboratori. È appena uscito da una riunione della redazione clandestina dell’Unità e deve incontrarsi in un caffè con Dino Bergonzoni, responsabile regionale del Fronte, con cui doveva vedere il testo di un appello da lanciare alla gioventù nell’imminenza dell’insurrezione. Poco dopo avrebbe dovuto vedersi con la sorella Grazia. Sono circa le 14:30 quando saluta Bergonzoni e subito è fermato in piazzale Baracca da un gruppo di brigate nere che gli chiedono i documenti. Curiel lì consegna, ovviamente documenti falsi, ma subito riconosce tra loro un delatore che lo indica per nome ai fascisti. Compresa la situazione prova a fuggire cercando di confondersi con la folla. Una prima raffica di mitra lo colpisce alla gamba facendolo crollare, si rialza e riprende la corsa ma viene abbattuto da una seconda raffica alle spalle. Aveva 32 anni. Nato nel dicembre 1912, laureato in fisica col massimo dei voti a 21 anni, Curiel divenne poi a 22 anni assistente universitario ottenendo poco dopo il corso di matematiche suppletive all’Università di Padova. L’unità tra pensiero e azione fu uno dei temi fondamentali della riflessione di Curiel, che sin da subito si impegna infatti nell’attività politica costituendo una cellula comunista universitaria e cercando di influenzare il più possibile in senso antifascista gli altri intellettuali attraverso contributi su giornali locali e universitari. Primo de Lazzari sottolinea come Curiel arrivò al PCI “attraverso una rigorosa critica politica al fascismo, […] diversa per qualità, profondità e metodo da quella culturale o angustamente moralistica”. Colpito nel 1938 dalle leggi razziali in quanto ebreo fu allontanato dall’insegnamento universitario. Si dedicherà da quel momento solo all’attività politica ma nel 1939 viene arrestato dall’OVRA, trasferito prima a San Vittore e infine al confino di Ventotene dove svolgerà importanti discussioni politiche con gli altri prigionieri. Sarà liberato il 21 agosto 1943 e da lì continuerà la sua attività prima a Brescia e poi a Milano dove sarà chiamato per dirigere il Fronte della gioventù. La sua morte fu l’ultimo atto di un grande dirigente comunista che fino agli ultimi istanti della sua vita aveva lavorato senza sosta nella sola direzione della sconfitta del fascismo e per la costruzione di una società diversa e migliore, il suo esempio non può che essere oggi di grande valore per la gioventù, così come il suo grande contributo nell’elaborazione teorica e nella concretezza organizzativa. Per un approfondimento sulla figura di Eugenio Curiel e sul suo pensiero rimando comunque ad altri articoli1.

Il colpo per la direzione del Fronte è duro. La notizia, riportata da tutti i periodici clandestini dell’organizzazione e da numerosi volantini, dopo un momento di iniziale smarrimento, porta il Fronte ad ogni livello ad intensificare la propria lotta nel nome del compagno scomparso. Con una campagna di proselitismo vengono portati all’azione migliaia di nuovi aderenti, Curiel è ricordato in centinaia di assemblee, a Torino il Fronte organizza una manifestazione pubblica protetta da squadre armate del Fronte stesso con la partecipazione di centinaia di lavoratori e giovani per deporre una corona col nome di Curiel, vengono intensificati gli attacchi militari: ormai la stessa tensione politica e morale scuote tutta la gioventù italiana che si prepara per la battaglia finale.

L’insurrezione di aprile, preparata da tutte le componenti della Resistenza, sarà la prova più evidente dell’espansione politica e organizzativa del Fronte della gioventù ormai presente in tutte le città dell’alta Italia e che, oltre ad aver passato migliaia di aderenti alle formazioni partigiane, conta numerose squadre armate poste dall’inverno ‘44 alle dipendenze dei comandi di piazza del CVL anche se autonome per direzione politica, inoltre è bene ricordare che le SAP erano ovunque state create e costituite principalmente dal Fronte. La parola d’ordine, come noto, era “arrendersi o perire”. Per l’insurrezione il Fronte pone le sue forze a totale disposizione dei comandi locali partigiani, pur conservando autorità di guida e di impostazione politica nei confronti dei suoi aderenti. L’unico caso particolare fu il Friuli dove il Fronte aveva da sempre avuto un carattere particolarmente militare anche in virtù della diretta annessione dell’area al Terzo Reich, qui in vista dell’insurrezione il Fronte dispone di interi battaglioni armati inquadrati nelle formazioni partigiane locali (tra l’altro qui i combattimenti dureranno anche dopo il 25 aprile essendo il Friuli una delle ultime zone a liberarsi). In ogni caso i giovani del FdG combattono ovunque in prima linea pagando fino agli ultimi momenti un caro tributo di sangue per la liberazione.

Il dopo

Dopo la liberazione la direzione centrale del FdG pubblica un opuscolo di 16 pagine chiamato proprio “Fronte della Gioventù” nel quale è rivolto il primo saluto della gioventù unita e combattente del nord ai giovani dell’Italia centro meridionale: è il simbolo della lotta appena conclusa. L’opuscolo però si chiude guardando al futuro e avanza subito due rivendicazioni: la richiesta di voto ai 18enni, che verrà introdotto in Italia solo nel 1975 ma esclusivamente per la Camera, e la creazione presso il governo di un sottosegretariato per la gioventù, richieste che porteranno una delegazione del Fronte a Roma ponendo al Consiglio dei ministri la questione del voto a 18 anni. Il 10 novembre del 1945 a Londra, il giorno dopo la fondazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e nel medesimo periodo in cui venivano fondate la Federazione sindacale mondiale, la Federazione Mondiale delle donne e l’Unione Internazionale degli Studenti, venne fondata ufficialmente la Federazione Mondiale della gioventù democratica (WFDY). A tale conferenza partecipò per l’Italia proprio il Fronte della Gioventù per l’Indipendenza Nazionale e per la Libertà quale organizzazione unitaria della gioventù antifascista, tra i delegati vi era il comunista Giancarlo Pajetta che del Fronte era stato l’ideatore. Nel 1946 ad eccezioni di comunisti e socialisti, gli altri movimenti giovanili ritirarono la propria adesione al Fronte. Nel 1947 il Fronte della gioventù cessò di esistere.

La rottura dell’unità antifascista da parte dei partiti borghesi, iniziata agli inizi del ’47 con la fuoriuscita di Saragat dal PSI e la fondazione del PSDI in quanto favorevole alla rottura del patto d’azione siglato nel 1934 con il PCI, e avvenuta definitivamente nel maggio dello stesso anno con  l’espulsione da parte di De Gasperi di comunisti e socialisti dal governo con la caduta dell’ultimo governo d’unità nazionale sotto la spinta statunitense, aveva imposto una pregiudiziale anticomunista anche sulle organizzazioni di massa nate durante la Resistenza e tra queste anche il Fronte. La preoccupazione principale dei partiti borghesi, in particolare della DC, di una possibile “svolta a sinistra” dei loro settori giovanili pose così fine a quella grande esperienza lotta della gioventù che fu il FdG.

Conclusioni

È questa la storia del Fronte della Gioventù per l’Indipendenza Nazionale e Libertà. Come scrive il nostro Primo de Lazzari: “mai la gioventù italiana aveva conosciuto un impegno così ampio e consapevolmente scelto […]. Questo fu la Resistenza per migliaia di giovani, uniti dalla comune consapevolezza di essersi costituiti in popolo in armi che rivendica a sé stesso il diritto-dovere di fare politica, di determinare i nuovi destini del paese”.

Oggi, decenni dopo quegli eventi, c’è sempre più bisogno di difendere la verità storica respingendo ogni tentativo di revisionismo che tenti di equiparare vittime e carnefici, occupanti e liberatori. Anche alla luce della mendace dichiarazione del Parlamento Europeo in cui si equiparano nazifascismo e comunismo, queste operazioni di riscrittura a tavolino della storia a cui stiamo assistendo da decenni sono finalizzate a criminalizzare ogni possibile alternativa al sistema economico esistente sradicando così dalle nuove generazioni anche solo l’idea che sia possibile e giusto lottare per una società diversa e migliore di quella odierna. In Italia questo processo si concretizza proprio nella criminalizzazione della lotta partigiana e nella riabilitazione di fascisti e collaborazionisti a cui stiamo assistendo negli ultimi anni, anche a livello istituzionale, nel nome di una impossibile “memoria condivisa”. La storia del Fronte della Gioventù per l’Indipendenza Nazionale e la Libertà è invece la dimostrazione che la lotta è possibile, giusta e doverosa, che la gioventù è veramente “la fiamma più viva della rivoluzione”, e oggi come allora sono tanto attuali quelle motivazioni che spinsero così tanti giovani a uscire fuori dall’indifferenza. Perché la Resistenza non è un evento da commemorare ma un ideale da portare a termine.

*Nota metodologica: tutte le informazioni, le citazioni e i documenti riportati nell’articolo sono stati ripresi dall’opera “Storia del Fronte della gioventù nella Resistenza” di Primo de Lazzari, pubblicata per la prima volta nel 1972 e che ad oggi costituisce l’unica ricerca storiografica condotta in Italia sul tema, ad eccezione di poche tesi di laurea e sparsi articoli pubblicati su giornali e riviste oggi totalmente irreperibili. Si rimanda in ogni caso al testo di Primo de Lazzari per una trattazione specifica sulle azioni del FdG nelle singole zone in cui operava.

1 http://www.senzatregua.it/2013/01/07/eugenio-curiel-i-giovani-e-la-resistenza-la-generazione-che-rottamo-il-fascismo/

http://www.senzatregua.it/2015/02/26/per-il-70esimo-anniversario-dellassassinio-di-eugenio-curiel/

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