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Morire da sfruttati per i mondiali di calcio

di Mattia Gabella

Nel 2010 il Qatar ha vinto il diritto a ospitare i mondiali di calcio del 2022. Da quell’anno almeno 6500 lavoratori immigrati sono morti sul lavoro o per le dirette conseguenze delle condizioni in cui sono costretti a lavorare, una statistica impressionante di circa due decessi ogni 24 ore.

Per mantenere il diritto ad ospitare la competizione e non sfigurare davanti al mondo intero, il Paese si è lanciato in una gigantesca sfida ingegneristica che consiste nella costruzione di sette nuovi stadi, una fitta rete infrastrutturale di strade, autostrade e aeroporti finanche un’intera nuova città, Lusail, da inaugurare durante il torneo. Nel nome della puntualità e del profitto i progetti vanno terminati a tappe forzate, così è stata reclutata una forza lavoro di circa due milioni di persone tra il proletariato di vari paesi poveri dei dintorni, principalmente India, Pakistan, Nepal, Bangladesh, Sri Lanka, Filippine e Kenya (per rendere l’idea delle proporzioni i qatarioti sono 2,4 mln).

Il lavoro immigrato è regolato attraverso il sistema “kafala”, che impone al lavoratore di pagare somme non indifferenti per porsi sotto il tutoraggio legale del padrone, il quale ha il diritto di ritirare il passaporto, decidere arbitrariamente la mansione da assegnare e lo stipendio, oltre che vietare qualsiasi forma di contrattazione individuale o collettiva. Così non sono gli inesistenti sistemi di sicurezza dei cantieri o i fatiscenti dormitori, con cavi elettrici esposti e condizioni igieniche aberranti, la principale causa di morte per chi lavora, ma gli interminabili turni di lavoro sotto il sole desertico, con una temperatura media di circa 45°C. Gran parte dei decessi avvengono per infarti dovuti a esaurimento da fatica o da calore, e nemmeno durante la torrida estate del 2019, una delle più calde mai registrate, i lavori sono rallentati. Per le autorità locali sono però “morti naturali”. Questo non fa la differenza sul piano materiale, infatti in qualsiasi caso non è previsto alcun rimborso per le famiglie in patria, che rischiano di ritrovarsi senza l’unica, seppur modesta, fonte di reddito. In realtà nemmeno il numero di morti è sicuro, 6500 è una stima per difetto. Sicuramente 5927 sono i decessi confermati dalle autorità di India, Bangladesh, Nepal e Sri Lanka, mentre l’ambasciata pakistana parla di circa altri 800 morti, a cui vanno aggiunti i lavoratori provenienti da altri Stati di cui non si conoscono i dati, come Filippine e Kenya e i decessi avvenuti negli ultimi mesi del 2020. Il tributo di sangue per lo spettacolo del 2022 dunque potrebbe essere molto maggiore.  [1]

“Il tasso di mortalità tra queste comunità è nell’intervallo previsto per le dimensioni e la demografia della popolazione”, questa la risposta, per nulla sorprendente, del governo Qatariota. Ma ciò che lascia spiazzati, almeno in apparenza, è il comportamento di FIFA (Federation Internationale de Football Association), l’organizzatrice della Coppa del Mondo. Nonostante il suo impegno a parole e con campagne simboliche contro il razzismo e per i diritti umani nulla di concreto è stato fatto, né prima dell’assegnazione dei mondiali al Qatar, rinomata petrolmonarchia invischiata in numerosi conflitti regionali che si sapeva utilizzare il “kefala” (e che potrebbe aver corrotto ufficiali della FIFA stessa per ottenere l’assegnazione), né dopo le prime denunce avvenute durante l’inizio dei lavori per la costruzione delle infrastrutture, su cui tra l’altro hanno grossi interessi colossi industriali europei come le francesi Bouygues e Vinci attive nel settore edilizio [2].

FIFA è un’organizzazione estremamente rilevante a livello globale, avendo in ogni continente e in ogni nazione un proprio braccio che rappresenta la massima autorità organizzativa nel calcio. Risulta dunque perfettamente integrata nei meccanismi che hanno trasformato questo sport in nient’altro che un settore di investimento per i grandi capitalisti, basti pensare a chi possiede i più importanti team italiani o gli scandali finanziari che periodicamente la coinvolgono a vari livelli. Con ciò derivano anche i doppi standard sul tema del razzismo e dei diritti umani. Sui campi e nei social schierata contro ogni forma di discriminazione, insieme a tutti i team privati dei campionati nazionali, con tanto di comunicato di sostegno alle proteste BLM. Dietro le quinte totalmente indifferente alla mattanza decennale che sta avvenendo per costruire gli stadi in cui terrà il proprio evento principale. Neanche una squadra dei campionati nazionali, affiliata a FIFA tramite le confederazioni nazionali o continentali, né un team nazionale, ha presentato alcun reclamo per ciò che sta accadendo nel deserto del Qatar (tranne due squadre del campionato norvegese).

Certo, le campagne anti discriminazione sui campi di calcio (o inserire messaggi anti razzisti nel videogioco FIFA21) offrono pochi costi e molti vantaggi. A fronte di spese risibili possono attirare un pubblico e un supporto maggiore per le squadre e le serie organizzatrici, soprattutto tra i giovani che sono generalmente più sensibili a questi temi. Ciò si traduce in lauti introiti dati dai diritti televisivi stratosferici pagati dagli emittenti privati, i quali hanno già monopolizzato anche i diritti per il mondiale del Qatar.  Inoltre è anche una passerella estremamente utile per pulire la faccia di chi possiede i team e di chi li sponsorizza. Quando però i principi tanto sbandierati cozzano con le possibilità di profitto proprie o dei propri partner vengono prontamente abbandonati, senza il minimo riguardo nemmeno per la vita di migliaia di persone.

Questa altro non è che l’ennesima prova di come il nostro sistema economico pieghi qualunque campo della nostra esistenza alle logiche del profitto. Un micropaese senza nessuna storia calcistica alle spalle che ospiterà la più importante competizione di calcio mondiale, utilizzandola per attirare giganteschi investimenti, mentre migliaia di proletari immigrati muoiono per costruire gli stadi e le infrastrutture.

Del resto il calcio del capitale ha perso ogni legame con il vero proprietario dello sport, il popolo, tanto che sta via via scomparendo anche dalle nostre periferie a causa delle barriere economiche imposte per la partecipazione, colpendo anche e soprattutto i ragazzi figli di immigrati che sappiamo essere i soggetti su cui più duramente si abbatte lo sfruttamento capitalistico qui da noi. L’integrazione reale che avveniva sui campi popolari, mezzo eccelso per allontanare i giovani dal degrado dilagante, è stata sostituita dalle campagne vuote e ipocrite usate per catturare l’audience.

Lo slogan FIFA recita: “develop the game, touch the world and build a better future”. La domanda è, better future per chi?

[1]: https://www.theguardian.com/global-development/2021/feb/23/revealed-migrant-worker-deaths-qatar-fifa-world-cup-2022

[2]: https://multinationales.org/Working-conditions-on-construction

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