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L’anticomunismo in Slovacchia ha la benedizione della UE

Sono sempre più gli Stati membri della UE che adottano legislazioni che puntano alla criminalizzazione del movimento comunista, tanto nelle sue espressioni storiche quanto in quelle attuali. Negli ultimi mesi, alla lista si è aggiunta la Slovacchia. Un emendamento varato dal Parlamento slovacco il 4 novembre 2020, da applicare ad una legge del 1996 sulla “immoralità ed illegalità del sistema comunista”, definisce apertamente il KSS, cioè il Partito Comunista Slovacco oggi esistente, come una organizzazione criminale. Un dato da non sottovalutare è che l’emendamento sia stato “giustificato” dalla Vicepresidente della Commissione Europea con un richiamo alla ormai famosa risoluzione del Parlamento UE sulla “memoria europea” che equiparava il comunismo e il nazifascismo.

Lo scorso novembre gli eurodeputati del Partito Comunista di Grecia (KKE) erano intervenuti in favore dei comunisti slovacchi con una interrogazione parlamentare sulla questione: «La coalizione di governo di destra in Slovacchia ha firmato un nuovo emendamento anticomunista alla legge del 1996 sulla “immoralità e illegalità del sistema comunista”, in seguito alla sua approvazione dal Parlamento slovacco. L’emendamento equipara i regimi socialisti con quelli nazi-fascisti, ordina la rimozione di monumenti e toponomastiche dell’era socialista e bandisce ogni nuovo riferimento alla Cecoslovacchia socialista. Inoltre, si riferisce al Partito Comunista Slovacco come ad una “organizzazione criminale e riprovevole”. Ogni violazione di ciò sarà punibile per legge. La legge repressiva punta a criminalizzare l’ideologia comunista e rinforzare le pene per i comunisti e le forze operaie e popolari che lottano contro le barbare politiche antipopolari».

L’interrogazione, posta dall’eurodeputato comunista Kostas Papadakis, poneva due domande alla Commissione Europea: a) come questa considerasse la legge anti-comunista e l’emendamento che proibisce l’ideologia comunista e considera i partiti comunisti “organizzazioni criminali e riprovevoli” e b) qual è il parere della commissione sulla politica ufficiale della UE, così come formalizzata nelle decisioni istituzionali, che legittima e incoraggia leggi anti-democratiche di questo tipo.

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Tale interrogazione è rimasta senza risposta fino allo scorso 8 febbraio, quando la vicepresidente della Commissione Europea, Vera Jourovà, ha concesso una replica striminzita che rimanda alla risoluzione sulla “memoria europea” che il Parlamento UE ha votato nel 2019. In altre parole, alla risoluzione nota per l’equiparazione tra il comunismo e il nazismo. Una risoluzione votata, per quanto riguarda l’Italia, anche dagli eurodeputati del PD.

La retorica dell’Europa “dei popoli”, ancora sfoggiata da molti, cala la maschera e al suo posto emerge con forza il profondo anticomunismo dell’UE e delle sue istituzioni. La crescente facilità con cui le organizzazioni operaie e comuniste vengono messe al bando nei paesi membri della UE, o vedono limitata la propria agibilità politica, mette in risalto una involuzione autoritaria che sta attraversando sempre più paesi del continente.

Un fenomeno che si intensifica con l’approfondirsi della crisi economica e sociale, che aumenta la fretta della borghesia di “chiudere i conti” con il movimento e le idee che più di ogni altra cosa hanno minacciato concretamente il potere del capitale. In questo senso, è davvero un fatto rilevante che la risoluzione del 2019 – apparentemente una condanna al comunismo “solamente” di natura storica, ideologica e simbolica – oggi venga menzionata per giustificare una misura anticomunista molto concreta e dagli effetti tutt’altro che “simbolici”.

L’attacco contro il KSS è solo l’ultimo di tanti esempi simili negli ultimi anni. I comunisti polacchi del KPP sono vittima da anni di una persecuzione giudiziaria; anni fa la gioventù comunista della Repubblica Ceca (KSM) si ritrovò messa al bando; leggi anticomuniste esistono in diversi paesi UE come Romania, paesi baltici. In Ucraina, paese non membro della UE ma che nel 2014 ha vissuto una crisi politica e un golpe sostenuto dalla UE, il Partito Comunista (KPU) è stato messo al bando. Le istituzioni UE oggi giustificano ciò che avviene in Slovacchia, ma tacciono sulle leggi reazionarie in Ungheria e Polonia che attaccano il diritto all’aborto e la comunità lgbt, così come non spendono una parola sull’arresto di Pablo Hasel in Spagna. Altro che progresso e democrazia.

In chiusura, vale la pena riportare la dichiarazione dell’eurodeputato comunista greco: «I lavoratori e le loro famiglie nella Slovacchia odierna e in tutta Europa affrontano ogni giorno l’incubo della realtà del capitalismo, le tragiche insufficienze della sanità nel pieno della pandemia da Covid-19, l’enorme disoccupazione e la povertà, la privatizzazione e la svendita dei diritti basilari. Questa realtà non ha nulla a che vedere con il socialismo che hanno sperimentato i popoli in Europa, in cui la sanità e il welfare erano un diritto garantito per tutti, sotto la responsabilità dello Stato, a differenza di ciò che avviene oggi in molti paesi capitalisti in cui persone indifese muoiono e i dottori sono costretti a scegliere chi vivrà e chi morirà. Lo Stato socialista garantì il diritto al lavoro, al tempo libero, alle vacanze, all’istruzione per il popolo e i suoi figli, la sicurezza per il futuro. Non c’erano la disoccupazione e la miseria che oggi milioni di persone fronteggiano anche nei paesi capitalisti più avanzati. Questo perché lo Stato operava con l’attenzione sui bisogni del popolo e non sul profitto dei gruppi monopolistici come oggi. Il popolo slovacco può comparare il socialismo e il capitalismo. Nonostante la criminalizzazione, le messe al bando, la falsificazione e la propaganda anticomunista, è impossibile girare la ruota della storia all’indietro, per quanto possano provarci».

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