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Mobilitazioni in Turchia contro le politiche reazionarie di Erdoğan

Nella notte tra venerdì e sabato, con un decreto presidenziale firmato dal presidente Erdogan, la Turchia ha annunciato il ritiro dalla “Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e contro la violenza domestica”, nota anche come Convenzione di Istanbul perché fu ratificata nella città turca, e proprio la Turchia fu la prima a firmarla nel 2011 quando lo stesso Erdogan era presidente del consiglio. La motivazione ufficiale fornita dai conservatori dell’AKP, il partito di governo, è che le leggi turche sarebbero sufficienti a difendere le donne e inoltre il “provvedimento minerebbe l’unità familiare, incoraggiando il divorzio e dando spazio alla comunità Lgbt per essere maggiormente accettata nella società”.

Subito in tutto il Paese decine di migliaia persone, soprattutto donne, sono scese in piazza contro una decisione che si pone come un vero e proprio atto di guerra contro le lotte e le conquiste ottenute dalle donne turche negli ultimi anni in termini di diritti. Ankara, Istanbul, Smirne e Kadiköy sono le città dove hanno avuto luogo le manifestazioni più numerose. Inoltre è già stato fatto ricorso al Consiglio di Stato contro il decreto, considerato illegittimo dalle associazioni che si occupano di diritti delle donne. Addirittura un’importante polisportiva come il Fenerbahçe – famosa per i risultati nel calcio, nel basket e nella pallavolo – in un comunicato si è espressa contro la decisione del governo turco, dicendosi “preoccupata delle conseguenze sociali dell’abolizione della Convenzione”, a riprova della spaccatura che si sta verificando all’interno della società civile turca.

Dei 45 paesi firmatari della Convenzione, solo in dieci l’hanno ratificata nei parlamenti nazionali rendendola vincolante legislativamente. In undici paesi membri del Consiglio d’Europa (Armenia, Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Lettonia, Liechtenstein, Lituania, Moldova, Slovacchia, Ucraina, Regno Unito) è stata firmata ma non ratificata. L’Ungheria proprio lo scorso anno ha bocciato la ratifica in parlamento mentre la Polonia ha già da tempo annunciato di volersi ritirare dalla Convenzione.

La Convenzione di Istanbul costituisce “il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante che crea un quadro giuridico completo per proteggere le donne contro qualsiasi forma di violenza”, e definisce la violenza contro le donne come una violazione dei diritti umani e un atto discriminatorio. Vincola quindi gli Stati che la ratificano ad implementare leggi che vadano nella direzione del contrasto e nella prevenzione a ogni forma di violenza di genere punendo tutti gli atti “che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata”. Le leggi dovrebbero inoltre punire gli atti di violenza domestica cioè “tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali o precedenti coniugi o partner, indipendentemente dal fatto che l’autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima”. Nell’articolo 4 si sottolinea inoltre come non ci debba essere alcuna discriminazione “fondata sul sesso, sul genere, sulla razza, sul colore, sulla lingua, sulla religione, sulle opinioni politiche o di qualsiasi altro tipo, sull’origine nazionale o sociale, sull’appartenenza a una minoranza nazionale, sul censo, sulla nascita, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere, sull’età, sulle condizioni di salute, sulla disabilità, sullo status matrimoniale, sullo status di migrante o di rifugiato o su qualunque altra condizione”.

La decisione di Erdogan, già da tempo preannunciata e che già aveva provocato numerose manifestazioni di protesta, avviene nonostante in Turchia il femminicidio e la violenza di genere siano un problema all’ordine del giorno: secondo la l’associazione “We Will Stop Feminicide Platform”, che monitora i casi di violenza contro le donne (che non sono invece registrati dallo Stato turco), nel 2021 sono stati già 300 i casi di femminicidio e altre 171 donne sono state uccise in circostanze sospette, mentre secondo un rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità oltre il 38% delle donne in Turchia è stata vittima di violenza da parte del partner. 

Tutto ciò si pone all’interno di un più generale clima repressivo che negli ultimi anni non ha fatto che aumentare, criminalizzando ogni forma di opposizione ed ingraziandosi le aree più reazionarie della società turca con provvedimenti come questo: basta guardare agli avvenimenti più recenti come  la repressione delle proteste degli studenti dell’Università del Bosforo per la nomina del rettore pro-Erdogan o l’avvio la scorsa settimana della procedura per la messa al bando del partito pro-curdo HDP, terzo partito del paese. La situazione interna del paese d’altronde fa da contraltare alla crescente aggressività ed espansionismo della borghesia turca a livello internazionale, con l’impegno militare in Libia, Siria, in Nagorno Karabach e le tensioni nel Mediterraneo Orientale in particolare con la Grecia e con la questione cipriota.

Il Partito Comunista di Turchia (TKP) ha pesantemente condannato questa decisione in un comunicato: “Con questa decisione, il governo dell’AKP ha dimostrato di non curarsi affatto degli omicidi di donne, il cui numero è in aumento nel Paese. […] Non ci aspettavamo nessun altro atteggiamento dall’AKP. Non ci aspettavamo che il governo dell’AKP combattesse veramente la violenza contro le donne visto che ogni giorno cerca di collocare la reazione religiosa in tutte le istituzioni della società, tenta di porre fine alla laicità dello Stato, riempie il sistema educativo di dogmi religiosi e attua ogni giorno un nuovo attacco per spingere donne fuori dalla vita sociale. Ora è il momento di contrastare insieme questo attacco! È ora di rispondere più forte a ogni passo compiuto dall’ AKP”.

Viene denunciato inoltre, in un articolo uscito sul giornale del TKP, come oltre alle motivazioni religiosi e oscurantiste si aggiungano motivazioni economiche: “un altro fattore è che alcune delle misure previste dalla convenzione sono viste dai governi come un peso gravante sul bilancio. In particolare, possiamo dire che i doveri quali “servizi di consulenza legale e psicologica, assistenza finanziaria, fornitura di alloggio, istruzione, formazione e assistenza per la ricerca di un lavoro” elencati nell’articolo 20 della convenzione influenzano le scelte dei governi di tenere per sé il bilancio piuttosto che “proteggere le donne dalla violenza”. Sarebbe fantastico aspettarsi che i governi così preoccupati di stanziare fondi per un problema sociale che causa profonde ferite nella società, come la violenza contro le donne, stanzino le risorse necessarie per attuare la convenzione. In altre parole, anche se il testo della Convenzione viene accettato dal parlamento, entra in vigore, i governi cercheranno sempre di risolvere le misure in un modo che scuoterà meno il bilancio, scaricando così la responsabilità dallo Stato per la violenza contro le donne. […] Le voci sollevate dalle donne dopo il ritiro dalla Convenzione mostrano quali siano le vere paure di Erdogan e dei suoi sostenitori: la lotta delle donne in Turchia, che ha radici antiche e forti. Resta inteso che la lotta diventerà ancora più acuta nel prossimo periodo.”

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