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I comunisti greci in piazza contro la legge anti-operaia sulle 10 ore

di Giorgio Pica

Dopo gli imponenti scioperi e le proteste di inizio maggio, la Grecia in questi giorni sta nuovamente scendendo in piazza per manifestare contro il disegno di legge voluto del governo di Nuova Democrazia (ND), che reintroduce per la prima volta in Grecia dal 1920 la giornata lavorativa di 10 ore. “La mostruosa legge anti-operaia non deve passare!“, sulla base di questa parola d’ordine il Partito Comunista di Grecia (KKE) e la Gioventù Comunista di Grecia (KNE) hanno chiamato alla mobilitazione con un appello rivolto a tutta la classe lavoratrice e alla gioventù del paese. Le mobilitazioni, già iniziate mercoledì 26 maggio e che si concluderanno questa domenica, hanno avuto il culmine ieri, giovedì 27 maggio, con un’enorme manifestazione a Piazza Sintagma ad Atene, dove è intervenuto il segretario generale del Comitato centrale del KKE, Dimitris Koutsoumpas:

“Oggi, mentre le possibilità della scienza, della tecnologia e della produzione mostrano che è realistico ridurre l’orario di lavoro, combinato con l’espansione dei diritti dei lavoratori, l’aumento dei salari, l’offerta di lavoro stabile, nella nostra vita accade l’esatto contrario. Eppure, un secolo fa e nel primo stato operaio, tutto questo aveva già preso vita, poiché l’orario di lavoro giornaliero era fissato, con 7 ore – 5 giorni. […] Ci rifiutiamo di essere gli schiavi del 21 ° secolo!”

La legge prevede, nel nome della “flessibilità” degli orari di lavoro, l’abolizione della giornata lavorativa da 8 ore con il suo innalzamento a 10 ore, senza prevedere un’integrazione nel salario e con una contrattazione individuale e non collettiva. A ciò si aggiunge l’abolizione del riposo domenicale, la flessibilizzazione e intensificazione del lavoro con lo smart working, oltre che l’aumento degli straordinari consentiti, alzati fino a 150 ore annuali, o anche più per “lavori urgenti”, con una maggiorazione di solo il 40% sul salario, mentre attualmente il massimo della straordinario è di 120 ore con una maggiorazione del 60%. Vengono inoltre posti maggiori ostacoli all’azione sindacale pregiudicando il diritto allo sciopero prevedendo tra le altre cose l’obbligo di un “servizio minimo garantito” (ovvero i servizi considerati di pubblica utilità dovranno garantire un terzo del personale), la schedatura ministeriale di chi svolge attività sindacale e rendendo il licenziamento non revocabile nemmeno da una sentenza, cosa che andrà a colpire soprattutto chi si batte per i propri diritti sul lavoro.

Una misura che si inserisce come tassello in quell’insieme di riforme effettuate negli ultimi decenni in Grecia, che attaccano frontalmente i diritti di tutta la classe lavoratrice in nome del profitto e della sfruttamento padronale. “Dopo un decennio di continue misure antioperaie da parte dei governi di ND, del PASOK e di SYRIZA, il governo attuale assesta un colpo devastante ai diritti dei lavoratori. Siamo tutti qui, uniti, per lottare per l’abolizione di tutte le leggi antioperaie di ND, PASOK e SYRIZA. Rifiutiamo il lavoro di 10 ore. Questo mostruoso progetto di legge non deve essere presentato. Difendiamo l’attività e le libertà sindacali di tutti i lavoratori”, aveva affermato Koutsoumpas in un precedente intervento.

Una misura che non a caso arriva in una fase di profonda crisi sociale ed economica e che rientra nelle volontà dei padroni di tutta Europa di scaricarne i costi sulla classe lavoratrice. Contro questo attacco il KKE, la KNE e le organizzazioni dei lavoratori come il Fronte Militante di Tutti i Lavoratori (PAME), stanno chiamando all’organizzazione e alla mobilitazione, rivendicando non solo una lotta difensiva ma rilanciando la parola d’ordine della giornata lavorativa di 7 ore. Si legge sul sito del PAME:

“Perché oggi non basta difendere le 8 ore. Dobbiamo dimostrare che è necessario ridurre l’orario di lavoro a 7 ore al giorno e 35 alla settimana.

Perché oggi non basta lottare per un contratto collettivo di lavoro. Bisogna stabilire un criterio per determinare lo stipendio per soddisfare le moderne esigenze della famiglia lavoratrice.  

Perché oggi non vale la pena difendere lo sciopero senza organizzarlo e portarlo avanti in tutti i grandi luoghi di lavoro, attraverso vivaci processi collettivi di massa dei sindacati.

Perché oggi, quando tutto sembra nero, ci sono tutte le condizioni perché un dipendente possa lavorare in condizioni di lavoro umane e dignitose. Vivere del proprio stipendio soddisfacendo le esigenze del tempo, godendo delle possibilità fornite dal progresso scientifico e tecnologico, con vero tempo libero. La ricchezza prodotta dai lavoratori è enorme ed è raccolta da un pugno di imprenditori a spese dei tanti che sono i lavoratori.”

La giornata lavorativa di 8 ore, la cui conquista risale alla seconda metà dell’800 dopo decenni di lotte, e a ciò basti pensare che era tra gli obiettivi che la Prima Internazionale si era posta nel Congresso di Ginevra del 1866, è stata più volte attaccata negli ultimi anni dall’Unione Europea. Già nel 2018 l’Austria ha abolito la giornata lavorativa di 8 ore introducendo un massimo di 12 ore giornaliere per 60 ore settimanali di lavoro. Un altro caso è quello dell’Ungheria dove il governo Orban aveva fatto approvare la cosiddetta “legge schiavitù”, che prevedeva l’aumento degli straordinari lavorativi fino a 400 ore l’anno, il che si sarebbe concretizzato in una settimana lavorativa di 6 giorni o nell’innalzamento della giornata lavorativa a 10 ore. La legge è stata comunque abrogata qualche giorno fa dalla Corte Costituzionale ungherese. Anche nel caso della Grecia la legge è il frutto delle richieste provenienti dall’UE di implementare politiche che salvaguardino i profitti e permettano un’uscita della crisi a vantaggio dei grandi monopoli europei, scaricandone i costi sulla classe lavoratrice, come condizione per accedere ai prestiti europei. Nel suo appello alla mobilitazioni di questi giorni Koutsoumpas ha sottolineato che “ Il disegno di legge è stato redatto per ordine della capitale e dell’UE. Il giorno dopo la nuova crisi economica non ci troviamo tutti sulla stessa barca. Quanto descritto nel disegno di legge del governo dimostra che la ripresa capitalista richiede una vita d’inferno per i lavoratori, con l’intensificazione dello sfruttamento, con la generalizzazione di nuove forme di sfruttamento, come il telelavoro, con l’aumento dell’orario di lavoro non retribuito. Le nuove misure sono una precondizione per l’adesione della Grecia al Fondo di ripresa dell’UE, che è stata accolta con favore da tutte le forze politiche, tranne il KKE. Coloro che deificano il Recovery Fund come uno “strumento di sviluppo neutrale”, come il governo, ma anche SYRIZA, KINAL e gli altri partiti, mentono consapevolmente. Le risorse del Fondo saranno indirizzate alle grandi aziende della transizione verde e digitale. Le persone pagheranno per ogni esborso dal Fondo dell’UE. […] Ci rivolgiamo in particolare alla nuova generazione, che ha conosciuto solo la giungla lavorativa. Il disegno di legge del governo definisce il prossimo, peggiore quadro di lavoro e di vita. L’orario di lavoro giornaliero fisso era un tumulo costruito da molti lavoratori per avere tempo libero per qualsiasi attività desiderassero, oltre che per proteggere la loro salute e sicurezza. La forza di ogni dipendente sta nell’organizzazione e nella lotta collettiva. Nessuno è da solo”.

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