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Compagni, basta tifare

di Paolo Spena

Scrivo queste righe a costo di suonare antipatico e pedante, spero che almeno l’età mi faccia da scudo dall’accusa di essere “vetero”.

L’atteggiamento della sinistra di classe nei confronti della vittoria in Perù di Pedro Castillo, un candidato che fino a una settimana fa nemmeno si conosceva da questa parte dell’oceano, dovrebbe farci riflettere sulla necessità di ricercare costantemente, nella sinistra di altri paesi, riferimenti esotici da romantizzare per distrarsi dalle miserie di quella italiana. Il problema è che davvero non possiamo più permettercelo.

Premessa: nella riflessione che segue non c’è nessun argomento del tipo “né con tizio né con caio”, nessuna “equidistanza” tra la destra e la sinistra peruviana o cose simili. Non è di questo che si sta parlando, nessuno provi a buttarla su questo livello di argomentazioni. Si può riconoscere che un processo politico complesso ha, in una certa misura, un carattere progressista senza che ciò debba comportare il dipingerlo per ciò che non è o diffondere vere e proprie illusioni, come l’idea che ci sia stata una vittoria storica dei comunisti.

Il Perù non è passato nel “campo del socialismo”, come hanno avuto l’ardore di scrivere alcuni, secondo cui sarebbe composta da paesi socialisti buona metà dell’America Latina (e non è evidentemente così). Sarà un’affermazione vetero, ma per i comunisti “socialismo” significa una cosa precisa. Non si tratta di “dare lezioni agli altri su come si fa la rivoluzione” dall’alto della nostra insignificanza, che è l’argomento sempre onnipresente sulla bocca di chi chiede di rimuovere l’analisi politica e sostituirla con l’adesione fideistica tipica della religione. Si tratta di non svuotare di significato le parole e non rendere nebuloso il loro significato.

Un paese capitalista non diventa socialista se va al governo la sinistra. Non esiste questo automatismo, se i rapporti di produzione e di proprietà restano di natura capitalistica e se il sistema politico non rompe gli schemi e i meccanismi della democrazia borghese, sia che la sinistra in questione sia socialdemocratica in senso “classico” (e non liberale nei fatti come il PD in Italia, per capirci) sia quando vede la partecipazione dei comunisti. Il socialismo è un preciso sistema economico, sociale e politico, un modo di produzione caratterizzato da determinati rapporti di proprietà, è lo stadio inferiore ed embrionale del comunismo. Se abbiamo ancora la pretesa di definirci marxisti, da questo non si scappa.

Per fare degli esempi, il Nepal, dove governano i comunisti, è oggi indubbiamente un paese capitalista. Cipro non è mai stata un paese socialista nonostante per anni abbia governato l’AKEL. Se applicassimo in Europa la logica di chi sta al governo, oggi apparterrebbe al “campo del socialismo” la Spagna, in cui al governo c’è anche il PCE con ben 3 ministri. Inutile dire che non risulta che in Spagna lo sfruttamento capitalistico sia qualitativamente diverso sulla pelle dei lavoratori. Se dire questo è “estremismo di sinistra” o addirittura “trotskismo”, forse c’è davvero un problema grosso nel comprenderci anche se in teoria dovremmo parlare la stessa lingua.

È utile segnalare che queste questioni, cioè il giudizio sul carattere di classe dello Stato e dei governi negli Stati capitalistici, sono state e sono tutt’oggi centrali nella linea di faglia tra i rivoluzionari e le tendenze riformiste che riemergono all’interno del Movimento Comunista Internazionale.

In Sudamerica negli ultimi decenni si è affermata la tendenza del cosiddetto “socialismo del 21° secolo”. E intendiamoci, quando Hugo Chavez alla fine degli anni ’90 ha vinto le elezioni in Venezuela parlando del socialismo, pochi anni dopo la caduta del Muro, fu indubbiamente un segnale straordinario per tutto il mondo, con un forte impatto anche emotivo per le vecchie generazioni di comunisti. Nel ’99 avevo appena 5 anni. Ma nel 2013, quando Chavez morì, ho pianto anche io. Dopodiché, viene il momento dell’analisi concreta della situazione concreta.

Il Venezuela, 20 anni dopo la vittoria di Chavez, resta un paese capitalista. È un paese in cui un governo di sinistra ha nazionalizzato il petrolio, uno schiaffo notevole ai monopoli petroliferi USA, e coi proventi ha finanziato politiche sociali in favore degli strati popolari migliorando la qualità della vita dei lavoratori e delle fasce sociali più povere. Ad essere onesti, è stata una buona gestione socialdemocratica, che in quanto tale era destinata inevitabilmente a scontrarsi con i limiti che pone questo sistema, e dalla volontà di abbatterli o meno dipenderà la sorte di quel processo. Il potere è ancora nelle mani del grande capitale, che controlla la produzione e la distribuzione di tutti i beni e servizi essenziali, e non a caso ha avuto negli anni la possibilità di condurre apertamente una guerra economica contro i governi chavisti.

Le stesse contraddizioni sono comuni a tutti i paesi dell’America Latina che hanno vissuto esperienze di governi legati al “socialismo del 21° secolo”. Non si tratta di negare il sostegno antimperialista ai popoli schiacciati dai grandi monopoli e dalle ingerenze delle grandi potenze capitaliste nei loro paesi; si tratta di non chiudere gli occhi davanti alla realtà. Il carattere di quei processi, che pure hanno prodotto una grande ondata di mobilitazione e di partecipazione di massa dei lavoratori, resta quello di processi guidati da settori della borghesia nazionalista e della piccola borghesia. Se i lavoratori riusciranno a porsene alla guida, andranno verso il socialismo, viceversa l’assestamento sarà sul terreno di un nuovo ordine capitalista.

Non è un caso, ad esempio, che in Brasile, paese in cui lo sviluppo capitalistico è enormemente più avanzato, il carattere borghese e padronale dei governi del PT sia stato molto più marcato rispetto a Venezuela, Bolivia, Ecuador, Nicaragua. Così come non è un caso che oggi i settori della borghesia di questi paesi che sostengono i governi di sinistra si saldino sempre di più alle economie, ai mercati e ai monopoli delle nuove potenze capitalistiche emergenti. Dalla favola romantica dei piccoli paesi che si contrappongono agli USA come Davide si contrappone a Golia, oggi quei paesi diventano sempre più terreno della competizione tra i grandi monopoli e le multinazionali, da quelle USA a quelle cinesi. Parliamo di cose molto concrete: il petrolio in Venezuela, il litio e le miniere in Bolivia, gli immensi terreni agricoli nell’Amazzonia disboscata.

L’asprezza dello scontro politico è frutto anche di questi grossi interessi in ballo. La destra peruviana capeggiata dalla figlia dell’ex dittatore Fujimori già grida ai brogli elettorali. Si tratta di una destra ultra-liberista e reazionaria, nella peggiore tradizione sudamericana sin dai tempi di Pinochet. Alberto Fujimori è il presidente che nel ’92 arrivò a sopprimere il parlamento, che negli anni della guerriglia maoista governò con assassinii, rapimenti, sterilizzazioni forzate e brutalità di ogni tipo. La figlia Keiko Fujimori, candidata della destra arrivata al ballottaggio, ha conseguito tutte le sue lauree in università degli Stati Uniti. Un perfetto condensato di cosa è l’élite neoliberista e oligarchica comune a tutti i paesi dell’America Latina, vera e propria agente degli interessi del capitale statunitense e delle aziende locali a esso collegate. Pedro Castillo, il candidato di Perú Libre ha incassato il sostegno dei sindacati, delle comunità indios e di settori popolari e progressisti, in un contesto costituzionale modellato sul presidenzialismo statunitense (come in tutti i paesi dell’America Latina) che favorisce la polarizzazione dei processi elettorali su due candidati.

È chiaro che non si può negare la rilevanza di questi aspetti ma, ribadisco, se gli sviluppi in Perù non si leggono avendo sotto gli occhi il quadro complessivo si prendono cantonate. Nessuno vuole fare il gufo e fare profezie disfattiste, si tratta solo di non nutrire illusioni facili. Non si tratta di quanto un presidente si dichiari “marxista”, o di quanti libri di Marx ha sullo scaffale. Non si tratta nemmeno di cosa faceva Pedro Castillo di mestiere. Il punto è quali interessi di classe muovono un processo politico. Il programma di Perù Libre contiene alcune notevoli enunciazioni di principio come il definirsi “marxistas, leninistas o mariateguístas”, cosa che il PSUV venezuelano per dire si è sempre ben guardato dal fare. Queste enunciazioni sono già contraddette dalle dichiarazioni di poco tempo fa con cui Castillo si affrettava a rassicurare che “no somos comunistas ni chavistas” dichiarando tra l’altro che non avrebbe nazionalizzato le imprese. L’intero approccio sul capitale privato peruviano contenuto nel programma non si discosta dalle posizioni che da tempo emergono dalle borghesie nazionali dell’America Latina, che si oppongono all’agenda neoliberista e alla morsa asfissiante del capitale nordamericano, per rivendicare la propria centralità nella direzione dello sviluppo capitalistico dei propri paesi. Si parla, in sostanza, di difendere le imprese private peruviane in quanto tali, rivolgendosi anche a mercati diversi da quello statunitense, e aprendo alla penetrazione di flussi di capitale e investimenti esteri che battono una diversa bandiera ma che non per questo hanno un carattere qualitativamente diverso. Che la borghesia sudamericana stia da anni affermando queste sue strategie nel nome del “socialismo” del XXI secolo, è davvero sufficiente a farci correre tutti alla prima sirena senza farci nessuna domanda?

La tendenza della sinistra in Italia, e di tutte le sue anime a dire il vero, a scegliersi di volta in volta un riferimento “esotico” di cui di solito si capisce e si conosce poco, ma rispetto al quale è facile nutrire illusioni romantiche, è davvero una piaga. Vale per i curdi, vale per il Sud America. Non produce nessun avanzamento nella coscienza collettiva, e talvolta si fanno pure danni, quando questo viene utilizzato per coprire o giustificare le proprie miserie. Non è un caso che diverse formazioni della sinistra opportunista in Italia enuncino apertamente nel loro programma l’obiettivo del “socialismo del XXI secolo”. Rispetto a questo abbiamo bisogno di chiarezza. Sarebbe il caso di sospendere la pratica dell’elogio acritico delle socialdemocrazie di nazioni lontane, e porci seriamente il problema di come costruire una forza rivoluzionaria e comunista in casa nostra. Altrimenti si diventa un grande comitato di sostegno e solidarietà, ma i lavoratori in Italia non hanno bisogno di questo.

C’è bisogno di coscienza, serietà e organizzazione. E c’è bisogno anche di spaccare il capello in quattro, a volte, come faceva il vecchio Lenin. La storia dei comunisti in Italia, che da Bertinotti ai governi Prodi porta al disastro della situazione attuale, sta lì come un eterno monito a ricordarci cosa succede quando la chiarezza manca.

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