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La normalizzazione dell’ingiustizia

di Ivan Boine

Il 30 settembre 2021 Mimmo Lucano è stato condannato, in primo grado, dal Tribunale di Locri alla pena di 13 anni e 2 mesi di reclusione. I reati che gli sono contestati sono di vario tipo: associazione a delinquere, falso, truffa, abuso d’ufficio e altri crimini commessi nei confronti della pubblica amministrazione, con il fine di finanziare illegalmente associazioni e cooperative che rendevano possibile il funzionamento del virtuoso sistema di accoglienza e integrazione di immigrati nel comune di Riace (Reggio Calabria).

Bisogna dirlo fin da subito: una sentenza del genere è vergognosa. Per capirci, Luca Traini – neofascista che, con un tricolore al collo, nel 2018 a Macerata sparò e ferì sei persone di origine sub-sahariana colpevoli esclusivamente di non avere la pelle bianca – è stato condannato a 12 anni di reclusione. Basta pensare che fino a qualche anno fa la pena minima per l’omicidio volontario, che in Italia è di 21 anni, veniva sistematicamente ridotta a 14 anni per gli imputati di omicidio che ricorrevano al rito abbreviato (ora escluso per i reati gravi). Nel caso di Mimmo Lucano, non è stato neanche considerato il fatto che sia incensurato. In ogni caso, non ci interessa analizzare qua le ambiguità giudiziarie (che ci sono e che sono anche già state fatte emergere). Non ci interessa andare a verificare se effettivamente Lucano ha violato qualche cavillo legale.

La questione centrale è che una sentenza di questo genere può avvenire solamente in un determinato contesto politico, sociale e culturale. Non si tratta – e quindi non va letta – come un caso isolato. Facciamo un passo indietro. La formazione del governo Draghi è stata promossa in pompa magna da tutte le forze parlamentari dietro la retorica dell’unità nazionale in tempo di emergenza, con un unico partito a fare «opposizione responsabile e patriottica». La parola d’ordine era ed è tuttora quella della normalizzazione. Una normalizzazione arrivata a colpi di Green Pass, di divisione dei lavoratori, di pieno accordo con Confindustria sullo sblocco dei licenziamenti, su una ripartenza a favore del grande capitale e una crisi economica scaricata sulle spalle delle classi popolari. Questa normalizzazione è stata fatta all’insegna della repressione, a colpi di manganello e di processi, contro forze politiche, sociali e sindacali che si sono opposte a questo modello, che quotidianamente lottano contro il capitalismo.

Ma il governo Draghi non è spuntato dal nulla. Si è posto, anzi, come accelerazione di un processo di normalizzazione sociale portato avanti dai governi precedenti, specialmente tramite i decreti firmati da Marco Minniti (PD) e Matteo Salvini (Lega). In questa direzione, se la criminalizzazione delle forme di lotta del movimento operaio è stata ormai assodata a livello istituzionale, le presunte modifiche agli ultimi decreti sicurezza a opera del governo Conte bis non hanno scalfito la tradizionale impostazione delle politiche migratorie attuate dal nostro paese. C’è in particolare un punto che rimane fermo: il modello di integrazione che è più favorito e sostenuto è quello che vede gli immigrati irregolari come manodopera ricattabile, pronta ad accettare qualsiasi paga e condizione di lavoro pur di avere qualche soldo con cui mantenersi. Un modello che li integra tramite lo sfruttamento e le minacce, che li utilizza come strumento nelle mani dei padroni per abbassare i salari di chiunque, con cittadinanza italiana o meno.

Il modello di Riace, che nessuno vuole dipingere come perfetto, offriva un esempio concreto di come integrazione e accoglienza potessero essere fatte tramite altri metodi. Quanto fatto da Mimmo Lucano e dalla sua amministrazione ha saputo rappresentare un’alternativa, che ora viene colpita e criminalizzata dalla sentenza del Tribunale di Locri. Un’alternativa messa in piedi proprio per contrastare le normative sull’immigrazione varate dall’allora ministro degli Interni Minniti e dal ministro della Giustizia Orlando. Potremmo dire che tutto questo non ci stupisce, che le istituzioni borghesi – magistratura inclusa – rappresentano uno strumento di oppressione nelle mani della classe dominante, quella padronale. Il punto, però, è un altro. Se la sentenza contro Lucano suscita scalpore – ed è giusto che sia così – bisogna riconoscere che uno dei problemi fondamentali è la marginalità di un’opzione di classe che porti all’unità della classe lavoratrice, al di là del paese di origine. Da una parte la retorica nazionalista dei “porti chiusi” e del “prima gli italiani”, dall’altra quella di centro-sinistra per cui “gli immigrati ci servono perché fanno lavori che noi non vogliamo più fare”, hanno sfondato. Dire il contrario vorrebbe dire negare l’evidenza. Quello che serve ora è rimboccarsi le maniche, per costruirla davvero quell’unità dei settori popolari, di tutti gli sfruttati, che ci faccia tenere a mente che il vero nemico resta la classe padronale, resta il sistema capitalistico.

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