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Un nuovo attacco a redditi, lavoro e pensioni

di Giovanni Ragusa

Un nuovo attacco a redditi, lavoro e pensioni. Questa è la sostanza della legge di bilancio 2022 che il cosiddetto “governo dei migliori” ha stilato partorendo alcune riforme che daranno una sferzata decisiva alle condizioni di vita, già precarie, dei settori popolari in Italia. Nell’attuale clima di ristrutturazione capitalistica, questo genere di cambiamenti è precondizione, espressa esplicitamente nei documenti europei, per l’erogazione del denaro contenuto nel famigerato Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Già molte volte si era messo in evidenza come questo progetto avrebbe portato ad un regolare taglio del rimanente stato sociale, ed oggi se ne ha la controprova pratica.

Nello specifico, si parla di una consistente modifica del Reddito di Cittadinanza e del piano pensionistico. Il primo è ormai da anni bersaglio di un attacco politico incrociato che, quando in maniera più palese, quando in maniera più nascosta e addolcita, ne chiede la cancellazione. In merito a tale misura, è bene fare una promessa: il reddito di cittadinanza, presente in gran parte dei paesi europei, è di per sé è una misura pienamente integrata nella gestione capitalistica, per la quale rappresenta una politica di sostegno ai consumi e alla domanda in termini economici oltre che di assistenza sociale. Nella sua essenza, essendo pagato con la fiscalità generale (l’80% circa delle tasse viene dai redditi da lavoro) e non certo con una tassazione specifica sui redditi milionari, è in buona parte una redistribuzione di ricchezza dai poveri ai poverissimi, che in quanto tale non dispiaceva nemmeno alla Confindustria. Ma la particolare struttura del capitalismo italiano, fatto di interi settori trainati da piccole e medie imprese a scarsa o nulla sindacalizzazione operaia, che si reggono sullo sfruttamento selvaggio dei lavoratori e che non di rado pagano stipendi che si aggirano proprio attorno alla soglia di povertà, ha fatto sì che il reddito di cittadinanza entrasse in contraddizione con gli interessi di questi settori, che ancor più in una fase di crisi e dopo le chiusure sono intenti a ricercare e pretendere forza-lavoro a costi sempre più bassi. Sono ormai note a tutti le lagne trasmesse per mesi e mesi su tutti i TG da parte di ristoratori, albergatori, balneari che si lamentavano di non trovare più giovani disposti a lavorare 12 ore al giorno per 800€, “per colpa del reddito di cittadinanza”. La ragione per cui oggi il governo si accinge a riformare il reddito di cittadinanza sta qui. E se da un lato questa enorme campagna mediatica ha palesato il carattere assolutamente non neutro della stampa “libera” italiana, dall’altro ha mostrato una volta di più la tragica realtà salariale di questo paese. I recenti dati OCSE hanno svelato il segreto di Pulcinella da questo punto di vista, vale a dire il drastico calo dei salari reali nel nostro paese negli ultimi 30 anni, una realtà che va di pari passo con l’isterismo di quegli imprenditori che piangono fame ed accusano le classi popolari di “svogliatezza” mentre propongono salari da fame a nero, o con formule alienanti quali tirocini, apprendistati, stage (e nella totale assenza di misure di sicurezza adeguate), che non solo non consentono nell’immediato di campare dignitosamente, ma al contempo mettono una pesantissima ipoteca sul futuro pensionistico dei lavoratori. Il tutto mentre, in contemporanea, le imprese che hanno usufruito indebitamente di finanziamenti statali solo nell’ultimo anno si aggira sul 70% del totale, senza parlare delle innumerevoli ispezioni fatte dall’INAIL sul territorio italiano che hanno dimostrato la mole enorme di imprese non a norma sotto i più svariati punti di vista. A fronte di ciò, la riforma del reddito di cittadinanza contenuta nella nuova legge di bilancio va semplicemente ad accogliere quello che è stato un piagnisteo continuo di chi, nei fatti, chiede un lavoro sempre più povero, mentre si sprecano i grandi appelli alla crescita del PIL del paese.

Tale riforma non solo va a diminuire le somme esigibili, ridotte di 5 euro a partire dal sesto mese per le erogazioni superiori a 300 euro (ufficialmente per “incoraggiare a trovare lavoro”), ma si dice esplicitamente che “Nell’ambito dei progetti utili alla collettività i comuni sono tenuti ad impiegare almeno un terzo dei percettori residenti. Lo svolgimento di tali attività è a titolo gratuito e non assimilabile ad una prestazione di lavoro”. In pratica, chi percepisce il Reddito di Cittadinanza deve “ripagare” lo Stato lavorando gratuitamente, un caporalato di Stato in una formula che conferma ulteriormente il carattere sempre più aziendalistico del pubblico, e che deve far molto riflettere sulla natura di classe che lo Stato capitalistico ha nella sua forma attuale. La situazione è ancora più grave se si considera che, mentre l’ammontare del RdC viene interamente trasferito alle imprese (indipendentemente dal tipo di contratto), si stabilisce che al secondo rifiuto da una chiamata di lavoro, il beneficio al reddito decadrà automaticamente, una condizione che mette irrimediabilmente con le spalle al muro un lavoratore o una lavoratrice, poiché se la realtà salariale li mette di fronte ad un mondo del lavoro sempre più povero, duro e precario, costringerli ad entrarvi significa semplicemente regalare ai padroni italiani manodopera estremamente ricattabile e sfruttabile, in quanto priva di alternative.

Si tratta di una situazione paradossale per alcuni versi ma del tutto lineare rispetto all’attuale equilibrio delle forze di classe in campo: sfruttando il volano del Recovery Fund e dello sblocco dei licenziamenti, infatti, le imprese italiane si stanno rilanciando alla grande nei mercati internazionali come sentiamo ripetutamente dire da tutti i media in coro, ma per proseguire su questa strada la loro ingordigia continua a chiedere forza lavoro in quantità più elevate, con meno diritti, maggior tasso di flessibilità ed ovviamente a prezzi più bassi, il tutto condito da un clima di divisione e competizione sempre più acceso tra i proletari. La strada che viene spianata, insomma, è un bivio che però porta sempre allo stesso risultato, vale a dire lo sfruttamento, la sottoccupazione, l’alienazione.

A questa riforma si aggiunge poi quella delle pensioni con la formula di “Quota 102”, altra nota dolente. Premettendo che non è certo oggi che il sistema pensionistico viene affossato, provenendo da 30 anni di riforme che hanno contribuito a distruggere questo ampio ma importantissimo settore del welfare italiano, dalla legge di bilancio esce fuori, nei fatti, un ritorno alla Legge Fornero che in tanti tra i partiti parlamentari hanno preso a bersaglio, salvo nei fatti convergere col sorriso quando è stato il momento di dare un’ulteriore sferzata ai diritti dei lavoratori.

Ma che cosa dice di preciso la nuova riforma delle pensioni? In pratica si innalza ulteriormente l’età pensionabile, con le stime che parlano di raggiungimento del pensionamento per i nati negli anni ‘80 che si può aggirare clamorosamente intorno ai 75 anni. un progetto che è sempre stato nell’agenda dei grandi capitali rappresentati dall’Unione Europea, che dalla sua fondazione ha spinto in questo senso (e non a caso la prima riforma peggiorativa in Italia si ha nel 1992 con Amato). Restringere la copertura pubblica e favorire la copertura dei fondi pensione privati, definiti  “integrativi” ma nei fatti, ormai, sostitutivi, scarica un grosso peso dalle spalle dello Stato, libero così di investire in guerra e finanziamenti ai grandi capitali, mentre al contempo aumenta la concorrenza tra lavoratori, che dovendo lavorare fino ad età sempre più elevate, nel clima sempre peggiore del mercato del lavoro che già su si è evidenziato, divide la classe e regala ai padroni un esercito proletario di riserva sempre più ampio. Il tutto mentre l’attuale sistema pensionistico scarica sempre sugli stessi lavoratori il peso della contribuzione.

Mentre Draghi e il suo consesso, unito da destra a centro-sinistra, lanciano appelli in pompa magna per quanto riguarda la grande ripresa economica del paese, davanti ai nostri occhi vediamo una nuova stagione di riforme lacrime e sangue con la benedizione della UE. In questo momento storico, la lotta unitaria dei settori più avanzati della classe proletaria diviene sempre più unica alternativa al futuro che si profila all’orizzonte. Organizzarsi e continuare a farlo con ancora più coscienza, deve essere l’obiettivo.

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