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Sul rientro in presenza nelle università italiane

Sul rientro in presenza nelle università italiane

* di Matteo Cervini e Lorenzo Vagni

Dopo quasi due anni dallo scoppio della pandemia i governi succedutisi non hanno mai realmente messo in campo misure per il contrasto alla diffusione del virus nei luoghi di studio. Infatti, nonostante la misura spot dell’obbligatorietà per gli studenti del Green Pass per accedere alle strutture universitarie, non vi è stato alcun investimento volto al potenziamento del trasporto pubblico, il cui costante stato di affollamento nelle grandi città contribuisce in maniera notevole alla diffusione del contagio, o all’adeguamento degli spazi universitari.

I corsi, alla luce delle restrizioni legate al sottodimensionamento delle aule (problematica già presente prima della pandemia, e solo accentuata da essa), hanno risentito fortemente della carenza strutturale e di personale docente degli atenei, con un abbassamento evidente della qualità della didattica impartita, sia per quanto riguarda le lezioni frontali che per i corsi pratici o di laboratorio.

Anche per quanto riguarda il diritto allo studio, non sono state prese misure sufficienti. Prima della pandemia erano infatti decine di migliaia gli studenti idonei non beneficiari per l’accesso agli studentati pubblici. Le misure di contenimento hanno ridotto ulteriormente il numero, già misero, di posti negli alloggi, e gli unici investimenti per il futuro previsti dal PNRR saranno finalizzati alla realizzazione di strutture private.
Tuttavia, a seguito delle direttive del Governo, che richiedevano il ritorno allo svolgimento “prioritariamente in presenza” delle attività didattiche e curriculari, in queste settimane molte delle maggiori università del paese stanno accelerando il processo di rientro in presenza per quanto riguarda corsi ed esami. Ciò si traduce, in diversi atenei, nel superamento della modalità mista di erogazione delle lezioni.

La direttiva governativa, vaga e non tassativa, è stata applicata con tempistiche e modalità diverse da ciascun ateneo. Le diverse politiche attuate da ciascuna università vanno lette come misure spot: infatti, a causa dell’autonomia universitaria, le varie amministrazioni sono in continua competizione per assicurarsi lo status di ateneo di serie A. All’interno delle varie facoltà o dipartimenti, è stata spesso lasciata discrezionalità ai docenti o alle strutture didattiche per via di direttive poco chiare o volutamente ambigue. In questo modo l’erogazione delle lezioni è stata, in molti casi, lasciata in ostaggio di visioni della didattica da parte di alcuni docenti totalmente astratta e fuori dal mondo, disinteressandosi dei problemi vissuti dagli studenti nella quotidianità.

Nello scenario attuale molti studenti delle classi popolari fuorisede non hanno avuto la possibilità di prendere una stanza in affitto, dato che, all’apertura dei corsi, la modalità mista era ancora assicurata almeno per una parte consistente dell’anno accademico. La decisione tardiva di abbandonare l’erogazione a distanza ha inoltre impedito a molti, alla luce della scadenza dei bandi, di fare richiesta per un alloggio pubblico. D’altro canto, l’annuncio repentino del ritorno in presenza ha permesso ai proprietari di case di speculare notevolmente, aumentando i canoni di affitto.

Inoltre, in un periodo in cui si sta manifestando una quarta ondata di contagi, risulta del tutto insensato un forzato rientro in presenza al 100%. L’incertezza della curva dei contagi, con diverse regioni a rischio di tornare in zona gialla, fa sì che ancora meno studenti possano farsi carico di un affitto, con il timore di non poterne realmente usufruire nei mesi a seguire.

Sul rientro in presenza delle attività didattiche in molti atenei si è espresso il Fronte della Gioventù Comunista con un comunicato:

«Non riteniamo che la didattica a distanza all’università possa, né tanto meno debba, essere la soluzione ai problemi endemici dell’università italiana, ma in questa fase, specialmente alla luce di anni di politiche classiste o inefficienti dei governi succedutisi, essa risulta essere un provvedimento necessario, seppur assolutamente palliativo, per impedire che il numero di giovani esclusi dagli studi aumenti ulteriormente, in un contesto di carenza cronica di strutture e personale docente, non risolubile nei tempi imposti dallo svolgimento dell’anno accademico.
Alla luce di queste considerazioni, al fine di non penalizzare ulteriormente quegli studenti le cui famiglie non sarebbero in grado di sostenere spese di migliaia di euro l’anno, specialmente in un contesto di generalizzato peggioramento delle condizioni economiche delle famiglie proletarie, riteniamo sia necessario garantire l’erogazione dei corsi e lo svolgimento degli esami in modalità mista almeno fino a quando situazione pandemica e disponibilità di spazi permetteranno un rientro completo e, contemporaneamente, sicuro.
Consapevoli del fatto che nessun miglioramento della nostra condizione potrà arrivare dal Governo o dalle amministrazioni dei singoli atenei, come non è stato negli scorsi mesi, riteniamo che l’unica reale prospettiva per gli studenti delle classi popolari sia la lotta per la conquista del diritto allo studio e di un’università che sia realmente pubblica e accessibile a tutti.»

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