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barricate di Parma

“Balbo t’è pasè l’Atlantic, mo miga la Pärma”. Ricordare le barricate di Parma 100 anni dopo

* Federazione di Parma del Fronte della Gioventù Comunista

Sabato 10 settembre a Parma si terrà la festa popolare che da anni viene celebrata in memoria dell’evento storico delle “Barricate di Parma”, di cui quest’anno è ricorso il centenario nei primi giorni di agosto. L’insurrezione fu un evento che segnò profondamente la storia della città e che tutt’oggi vive nella memoria del quartiere Oltretorrente. Tra gli abitanti della città rimane vivo il ricordo della lotta antifascista del ’22 anche grazie ad uno storico murales situato sugli argini del torrente Parma, che motteggia: “Balbo t’è pasè l’Atlantic, mo miga la Pärma”; ironizzando sul fatto che Italo Balbo, da ministro dell’aeronautica, fosse riuscito ad attraversare l’Oceano Atlantico, ma non il torrente Parma, che nei giorni delle barricate separava i fascisti dai quartieri insorti.

Oggi, a cento anni di distanza, riteniamo sia necessario ricordare le Barricate, non come una mera ricorrenza, ma per il loro significato reale, fuori dalle strumentalizzazioni e dagli atti di revisionismo che hanno svuotato questo esempio di rivolta antifascista da ogni carattere di classe, in favore di un antifascismo istituzionale e di facciata. Ricordare le Barricate significa continuare la lotta antifascista ed essere in grado di analizzare quell’esperienza per trarne degli insegnamenti. Proprio come allora anche oggi, in un momento di riflusso del movimento operaio, la repressione colpisce i lavoratori che si organizzano e che scioperano, e, proprio come allora, occorre rispondere all’offensiva padronale che si scaglia sui lavoratori più combattivi e organizzati. Crediamo che lo studio dell’esperienza delle Barricate, degli Arditi del popolo e le riflessioni di Picelli, leader e organizzatore della rivolta, possano darci tanto in questo senso, fornendoci spunti di riflessione estremamente attuali e una chiave di lettura applicabile anche al presente.

Durante il biennio rosso, ossia il periodo di occupazioni e scioperi che scosse l’Italia dal 1919 al 1920, la classe padronale, spaventata dall’idea di una possibile rivoluzione, decise di colmare le mancanze dello stato giolittiano servendosi dei Fasci di Combattimento per sedare le proteste. Dopo anni di repressione e duri scontri l’Alleanza del Lavoro decise di indire uno sciopero generale il 31 luglio del 1922 con l’obiettivo di spingere lo Stato ad intervenire per fermare la dilagante violenza squadrista.

L’adesione nazionale allo sciopero fu scarsa: si tratta del primo sciopero generale in quel periodo che si rivela essere un fallimento. Solo in poche città la protesta riuscì e, tra queste, troviamo Parma dove i lavoratori aderirono in forze. Fin dalle prime ore dello sciopero la tensione era palpabile: agli operai giunse la notizia che diversi gruppi di camicie nere, provenienti da tutta Italia, stavano convergendo sulla città per bloccare lo sciopero. Il Partito Nazionale Fascista impose un ultimatum ai proletari: in 48 ore avrebbero dovuto smobilitare, altrimenti sarebbero intervenuti

Il 2 agosto gli squadristi iniziarono ad assaltare il quartiere del Naviglio. Gli abitanti dei quartieri, perlopiù proletari, non vennero però colti impreparati: innalzarono barricate e scavarono trincee per le strade dei quartieri Naviglio e Oltretorrente, cercando in questo modo di difendere le sedi delle organizzazioni proletarie dall’aggressione fascista. Facendo tesoro delle esperienze precedenti, tra cui lo sciopero del 1908,  e la Prima guerra mondiale, le barricate risultarono estremamente efficaci, tanto da trasformare i quartieri in vere e proprie fortezze.

Nel frattempo, le autorità statali impegnarono le loro forze nel tentativo di far mediare le due parti, così da evitare che il conflitto diventasse un bagno di sangue. Un ruolo importante a tal proposito, fu rivestito dal prefetto di Parma Federico Fuso, che essendo di scuola giolittiana, decise di mantenere le forze armate neutrali e di schierarle per evitare che la situazione degenerasse. Anche quando Italo Balbo, inviato dal PNF per dirigere l’assedio, tentò di convincere il prefetto per reprimere energicamente lo sciopero, fu tutto inutile. Vista l’impossibilità di un’intesa proficua con il prefetto, Balbo, tentò un’ultima offensiva la sera del 5 agosto che però fu fermata tra Via dei Farnese  e Borgo Tanzi, segnando la definitiva sconfitta dei fascisti e la loro ritirata.

I 500 barricati, di cui 300 inquadrati tra le fila degli arditi del Popolo, grazie al supporto degli abitanti dei borghi e grazie alla loro determinazione erano riusciti a scacciare 7000 fascisti, che provenivano da ogni parte d’Italia. Anche se nel resto d’Italia lo sciopero era fallito e la resistenza era stata spezzata, a Parma queste giornate d’agosto vengono ancora oggi ricordate come una vittoria, una vera e propria leggenda popolare, simbolo delle lotte operaie e della resistenza al fascismo.

I protagonisti assoluti della rivolta antifascista di Parma furono senz’altro gli Arditi del popolo. È indispensabile fermarsi ad analizzare il ruolo e la storia di questa organizzazione tra il 1921 e il 1922, poiché, se la resistenza di Parma rappresentò un elemento di controtendenza nel contesto generale di regressione del movimento operaio in Italia, la tenuta e la compattezza degli Arditi del Popolo rappresentò una delle ragioni principali per cui ci furono le Barricate.

«La borghesia pure ebbe un momento di incertezza. Impressionata e disorientata, appariva quasi disposta a subire la rivoluzione se questa fosse scoppiata, ma riavutasi tosto e visto, oltre che al potere, in pericolo la proprietà privata si organizzò costituendosi in corpo armato per la difesa. Entrò in azione e si chiamò fascismo.»¹

Picelli descrisse così le motivazioni dell’ascesa del fascismo nel pamphlet “Unità e riscossa proletaria” pubblicato nel giugno 1922. Con queste parole, ci dimostra come già allora fosse chiara la natura reazionaria del fascismo: la violenta risposta al biennio rosso da parte della borghesia.

Poche righe sotto si legge:

«Il fascismo […] non ha un contenuto spirituale né un programma. […]Unico scopo quindi è quello di difendere interessi materiali»²

Quando Picelli scrisse queste parole era il 1922: già allora, l’ascesa del fascismo era vista dal movimento operaio come la reazione alla lotta di classe che infuriava nel paese. Questa analisi di classe del fascismo, come reazione della borghesia, fu la premessa su cui si costituirono gli Arditi del popolo nel giugno del 1921 con lo scopo di «difendere con ogni mezzo i lavoratori del braccio e del pensiero dalle violenze nemiche.»³ A differenza delle milizie socialiste del 1920, gli Arditi del popolo, non avevano un indirizzo prettamente rivoluzionario, ma uno scopo principalmente difensivo, in accordo con la nuova fase di arretramento del movimento dei lavoratori e l’ascesa del fascismo in Italia. Anche a causa del contesto non rivoluzionario gli Arditi del popolo ebbero vita breve, si trovarono impreparati come le altre organizzazioni di classe per resistere alla reazione, arrivando alla loro inevitabile fine con la presa del potere di Mussolini, e anche per questo motivo, spesso, sono ricordati solamente per la loro impresa più famosa: le Barricate. A Parma, infatti, mentre in altre città era poco radicata e presente, l’organizzazione degli Arditi del popolo divenne uno degli attori principali del teatro di scontro e resistenza. Nonostante contasse all’incirca trecento iscritti, ebbe un ruolo fondamentale nella resistenza alla repressione del governo Bonomi e delle squadracce fasciste nel 1921: senza la resistenza unitaria dei principali gruppi antifascisti inquadrati militarmente, la repressione molto probabilmente avrebbe schiacciato il movimento operaio come nel resto d’Italia, facendo fallire lo sciopero legalitario del 31 Luglio, antefatto degli scontri che diedero vita alle Barricate.

Furono poche le città che come Parma sperimentarono forme di resistenza i giorni dello sciopero: a Roma, Ancona e Bari, sempre grazie al contributo fondamentale degli Arditi del popolo, ci furono lotte simili a quelle della città emiliana anche se con risultati abbastanza diversi. Ma nonostante si tratti di un caso isolato, a cento anni di distanza, l’esperienza delle giornate di Parma, la battaglia-simbolo degli arditi del popolo, ci ha lasciato qualcosa di più che una mera ricorrenza. Riteniamo che l’eredità storica dei fatti di Parma non si esaurisca nella memoria collettiva della città e del quartiere Oltretorrente, ma che il dibattito intorno agli arditi del popolo, e più in generale intorno alla ricerca dell’ “unità”, condotto dalle varie organizzazioni di classe durante quegli anni turbolenti ci lasci spunti di riflessione interessanti e ancora utili.

Con la costituzione degli Arditi del popolo, alla vigilia del terzo congresso della III internazionale, si aprì un dibattito (che ricalca le diverse posizioni già presenti nell’ala della III internazionale italiana) che vide schierati su posizioni diverse i comunisti di Bordiga, i socialisti massimalisti, e Lenin. Mentre Lenin salutò con entusiasmo la costituzione dell’organizzazione degli arditi del popolo, i socialisti presero le distanze preferendo la ricerca del patto di pacificazione con i fascisti e la dirigenza comunista di Bordiga respinse ogni partecipazione al tentativo spontaneo di resistenza ai fascisti in favore della costituzione di propri gruppi di difesa. Tra i comunisti italiani, solo l’Ordine Nuovo di Gramsci accolse positivamente la fondazione di questa nuova organizzazione. In un articolo pubblicato dallo stesso Gramsci il 15 luglio del 1921 si legge infatti: «Sono i comunisti contrari al movimento degli Arditi del Popolo? Tutt’altro: essi aspirano all’armamento del proletariato, alla creazione di una forza armata proletaria che sia in grado di sconfiggere la borghesia.»⁴

Sia socialisti che bordighiani invece non videro di buon occhio gli Arditi del popolo sulla base di ragionamenti opposti: i socialisti si distaccarono dalla linea dell’internazionale rifiutando l’alleanza di classe, anche nella lotta militare, in favore dell’alleanza con i riformisti; i bordighiani rifiutarono la tattica del fronte unico antifascista ricercando nei movimenti la “purezza” rivoluzionaria. Queste due tendenze opposte, la prima opportunista e la seconda settaria, furono entrambe criticate da Lenin e dall’Internazionale, che condusse una battaglia senza sosta per espellere i riformisti e al contempo per far passare la tattica del fronte unico. Lenin scrisse (riferendosi ai riformisti) «questi sperano per mezzo della giusta tattica del fronte unico di persuadere gli operai della giustezza della tattica riformista e della erroneità della tattica rivoluzionaria. Noi abbiamo bisogno del fronte unico perché speriamo di persuadere gli operai del contrario.»⁵ La tattica del fronte unico veniva quindi concepita da Lenin come una possibilità per far valere e far passare le proprie posizioni all’interno del movimento operaio, senza timore della discussione e senza sottrarsi ai movimenti contraddittori, siano essi sul piano sindacale o sul piano della lotta militare, come quello degli arditi del popolo. Nel Pcd’I solo Gramsci si accorse da subito della necessità della tattica del fronte unico, cogliendo come l’atteggiamento dei bordighiani «porti alla passività e alla inazione e consista in ultima analisi semplicemente nel trarre dagli avvenimenti ormai svoltisi, senza l’intervento del Partito nel suo complesso, degli insegnamenti di solo carattere pedagogico.»⁶

L’atteggiamento di Bordiga e del PCd’I nei confronti degli arditi del popolo portò i comunisti a non aderire all’organizzazione, ad eccezione di alcune città, tra cui Parma, dove la sezione comunista, in polemica con la linea nazionale, decise di partecipare attivamente alla lotta unitaria. Guido Picelli, simpatizzante comunista a cui in un primo momento fu rifiutata la tessera del PCd’I proprio a causa della linea settaria del partito, comprese l’importanza del “fronte unico proletario” e diresse gli arditi del popolo in questa direzione arrivando alla straordinaria impresa delle barricate. È da sottolineare lo spessore delle riflessioni di Picelli che, ormai maturo, nel ’22 scrive in merito della parola d’ordine del fronte unico: «al fronte unico borghese bisogna opporre quello proletario […] l’unità propriamente detta non si ottiene certo nel campo politico, né si può pretendere che chi segue un determinato indirizzo faccia rinuncia delle proprie idee. No. Ognuno rimanga quello che è, fedele ai propri principi. È sul terreno economico che si deve scendere.» Il “fronte unico”, secondo Picelli, andava così concepito non come un’addizione indiscriminata che appiattisce le differenze politiche, ma come uno strumento per condurre una lotta veramente efficace per difendere gli interessi del proletariato. La dimostrazione delle potenzialità che quella tattica aveva, emerse non soltanto con la resistenza delle giornate di agosto, ma anche negli anni successivi quando, molti militanti provenienti dalle fila degli arditi del popolo si avvicinarono al PCd’I permettendo ai comunisti di uscire gradualmente dalla loro marginalità a Parma. Il lavoro di Picelli, che negli anni successivi diventò un dirigente comunista, fu fondamentale per schierare intorno al partito che si stava costituendo i proletari di Parma, convincendoli della tattica rivoluzionaria e inquadrandoli politicamente e militarmente.

Oggi, a cento anni dalle barricate, quando ci chiediamo cosa è rimasto e cosa dobbiamo trarre da quell’esperienza, non possiamo limitarci a ricordare l’eroico sacrificio dei compagni che hanno combattuto per difendersi dai fascisti, ma abbiamo il dovere di interrogarci sugli errori commessi durante quel periodo, che hanno impedito di generalizzare la lotta. Dove erano i comunisti quando i fascisti si schieravano nel “fronte unico dei padroni”? La dirigenza di Bordiga, in questo contesto, invece di costruire il partito mettendolo alla testa del movimento e di condurre una lotta ideologica contro le posizioni più arretrate, decise di sottrarsi al terreno dello scontro e di isolarsi nella sua bolla.

Appare evidente come la chiave del successo delle Barricate fu il radicamento nella classe operaia cittadina e il conseguente appoggio nei quartieri popolari alle formazioni antifasciste. Oggi, in un momento di riflusso del movimento operaio come allora, la necessità di un fronte unico di lotta per respingere l’offensiva padronale e dal quale ripartire per ricostruire un forte movimento operaio, è più che mai necessario. Non è isolandosi e affermando la purezza e la correttezza delle proprie posizioni che si guadagneranno metri sul terreno della lotta e delle parole d’ordine: l’unità del fronte unico dei proletari non può che essere costruito nel fuoco della lotta di classe, proprio come accadde il 31 luglio del 1922. L’atteggiamento dei comunisti, come ci insegna Picelli, è determinante in questi momenti di lotta perché può portare a delle vittorie, come nel caso di Parma, o a delle sconfitte terribili, come quelle che si prospettano se non saremo in grado di costruire una reale controffensiva all’acuirsi della repressione scatenata in questi mesi.

1 G.Picelli, Unità e riscossa proletaria

2 Statuto degli Arditi del Popolo

3 Lenin, Lettera ai comunisti tedeschi

4 A.Gramsci, articolo, Ordine Nuovo, 15/07/1921

5 Lenin, Abbiamo pagato troppo caro, in Opere Volume VI

6 A.Gramsci, I significati e i risultati del III congresso del PCd’I in Scritti Politici vol. II

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