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La classe operaia non va in “Paradisa”

di Giovanni Ragusa


Un paio di settimane fa una notizia apparentemente secondaria ha scosso l’opinione pubblica locale di un centro universitario assai importante come Pisa. Si tratta della decisione di affidare un enorme stabile ex-studentato pubblico, chiamato “Paradisa” ad una qualche componente delle forze armate. Il sindaco Michele Conti (Lega), ha avanzato, infatti, la proposta di offrire la struttura, chiusa dal 2009, ai reparti speciali dei Carabinieri operativi nella nuova base di Coltano. Una questione dunque che solleva problematiche tra loro diverse, ma profondamente legate e interdipendenti.

Un rapido recap sulla situazione della base di Coltano probabilmente è necessario in questo senso. Con il decreto presidenziale del 23 marzo sottoscritto da Mario Draghi, si fa concreto il progetto (vecchio in realtà di un anno) di impiantare presso il territorio di Coltano, in provincia di Pisa, una nuova base militare di circa 440.000 metri cubi per un costo di 190 milioni, che vedrebbe usurpare anche una parte del Parco regionale di San Rossore, decretato Bene Unesco. Un danno ecologico smisurato come ben si capisce, a cui si aggiunge però anche un elemento politico evidente, ovvero l’appoggio incondizionato delle forze di governo ad un aumento dell’impegno bellicista italiano, in piena continuità con le linee NATO, d’altronde. E non si può fare finta di niente di fronte a simili investimenti, mentre da anni studenti e lavoratori subiscono gli effetti nefasti di tagli lineari a scuola, università e sanità pubblica. Risulta chiaro come, in questa situazione, gli interessi che si vogliono tutelare non siano quelli delle classi popolari.

Ovviamente un trasferimento di forze armate richiede anche nuovi alloggi per le famiglie dei corpi scelti, ed ecco che dopo alcuni tavoli interistituzionali si è ben pensato di sopperire a questa mancanza ricavando dei posti da una struttura come la “Paradisa”. La struttura è stata costruita nel 2000 con funzione ricettiva per i pellegrini del Giubileo, ma dal 2003 l’INAIL la affida all’Azienda Regionale per il Diritto allo Studio Universitario (DSU Toscana), che la rende uno studentato. Fino al 2009 la “Paradisa” svolge pienamente questo ruolo, ma poi viene chiusa per alcuni problemi strutturali ed infine il DSU decide di disfarsene, riaffidandola all’INAIL per alleggerire le sue casse ai tempi della Spending Review. Da qui è diventata proprietà della Invimit, società facente capo al Ministero dell’Economia che, dopo averla lasciata 12 anni in stato di abbandono, si è messa a cercare fondi immobiliari disposti ad acquistare lo stabile.

La situazione della “Paradisa”, in realtà, non è una storia isolata ed unica nel suo genere, ma si inserisce più in generale in quel processo trentennale di definanziamento e privatizzazione del mondo accademico, che ha prodotto un graduale ma costante taglio dei servizi necessari agli studenti economicamente più fragili per poter continuare a studiare. Gli alloggi universitari sono proprio uno di questi, forse il più importante per chi si ritrova ad essere un fuorisede, soprattutto se consideriamo la feroce speculazione immobiliare che caratterizza i centri universitari. Basta guardare alla sola Toscana, sovente citata come paese di cuccagna per gli universitari, per capire di cosa si parli: ad oggi il DSU Toscana ha ricevuto, per l’anno accademico 2022/23, 10.466 domande di posti alloggio, ma la sua capacità di copertura si limita a soli 3.574. In percentuale, non si arriva nemmeno al 40% di soddisfazione delle richieste. Una situazione in dati che fotografa alla perfezione gli effetti di 30 anni di politiche segnate dall’autonomia e dall’aziendalizzazione dell’università pubblica, più interessata a far quadrare le voci di bilancio che a garantire reale accessibilità al diritto allo studio per tutti gli studenti.

Di fronte a simili condizioni, voler affidare un ex studentato da 500 posti alle forze armate, invece di riattivarlo nel pieno di un’emergenza abitativa che in realtà è ormai norma andando indietro nel tempo, è un vero schiaffo in faccia a quelle migliaia di studenti popolari che in questo modo, nei fatti, vengono espulsi dai più alti gradi dell’istruzione superiore. Tanto più oggi che l’ennesima crisi economica sta provocando un vortice inflazionistico che erode i salari, mentre il caroaffitti, il carobollette e più in generale il carovita risucchiano gli strati popolari nel baratro della miseria, andare a consegnare una simile struttura a dei reparti speciali significa togliere il pane sotto ai denti a chi già muore di fame. C’è un dato evidente: le forze politiche non intendono lasciare andare la presa su un progetto, come la base di Coltano, che è in piena linea con i progetti dell’imperialismo italiano e con gli impegni che esso deve rispettare stando nella NATO. Nei fatti ciò riproduce su una scala locale ciò che questa politica vuol dire sul piano nazionale: per ogni euro destinato alle basi militari, agli F-35, alle industrie belliche ed alla guerra in senso lato, c’è un euro tolto alla spesa sociale, al welfare e ai bisogni sociali della grande maggioranza del paese.

E’ per questo che la dinamica vista con la “Paradisa” pone di fronte ad una necessità impellente gli studenti universitari, quella di organizzare una grande opposizione ai meccanismi dell’autonomia universitaria e delle leggi che hanno permesso di arrivare ad una situazione simile, denunciando le responsabilità politiche di tutti i partiti che, dal centrodestra al centrosinistra, hanno applicato questa linea. Fare ciò però significa anche legare la rivendicazione di una tutela reale del diritto allo studio a quella contro la guerra imperialista e le politiche belliciste di Governo e padroni, che vengono fatte ricadere sulle spalle delle classi popolari ad ogni livello. Richiedere soldi per l’istruzione, e non per la guerra, non è uno slogan vuoto, ma una bussola per l’azione concreta che dovrà guidare il ciclo di lotte autunnali, di cui anche gli studenti universitari dovranno essere protagonisti.

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