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Difendere il diritto d’assemblea e la rappresentanza studentesca

di Giacomo Canetta


Il diritto di assemblea e di rappresentanza studentesca non esistono all’IPSAS Aldrovandi-Rubbiani di Bologna. Questo è il messaggio che vuole far passare la dirigente scolastica Teresa Pintori, attuale portavoce dell’Associazione Nazionale Presidi nel bolognese, legata, inoltre, agli ambienti di Patrizio Bianchi, Ministro dell’Istruzione del Governo Draghi. 

La scuola è ormai iniziata da più di un mese ed in tutta Italia si stanno svolgendo come tutti gli anni le elezioni per la rappresentanza studentesca. Questo è uno dei pochi momenti in cui gli studenti possono effettivamente discutere, confrontarsi e mobilitarsi dentro le proprie scuole con relativa facilità, soprattutto in relazione ad un contesto in cui gli spazi di agibilità democratica all’interno delle scuole si riducono progressivamente. Uno dei capisaldi del confronto democratico all’interno di una scuola è l’assemblea d’istituto, in particolare in periodo di elezioni di rappresentanza, poiché essa dà la possibilità di far emergere problemi e soluzioni su tematiche centrali nella vita quotidiana della comunità studentesca.

Proprio in questi giorni, gli studenti dell’Istituto Aldrovandi-Rubbiani volevano portare avanti le candidature al Consiglio d’istituto e intendevano in tal senso costruire una regolare assemblea di confronto tra le liste candidate. Essenzialmente volevano dare concretezza ad una di quelle promesse strappate alla preside tramite l’occupazione della scorsa primavera.

Infatti, ad aprile gli studenti avevano occupato per 8 giorni la scuola, ottenendo con la lotta la firma da parte della preside di un documento redatto dall’assemblea studentesca, contenente la piattaforma rivendicativa dell’occupazione. Di queste promesse sono molte quelle rimaste lettera morta nonostante i molti mesi passati. Tra di esse vi è il rispetto dello stesso diritto alla rappresentanza studentesca e il diritto di assemblea (finora entrambi negati dalla preside), ma anche la richiesta di aiutare economicamente gli studenti ad acquistare i costosi materiali necessari ai laboratori di certi indirizzi dell’istituto professionale.

Aprile 2022, IPSAS Aldrovandi-Rubbiani occupato
Aprile 2022, IPSAS Aldrovandi-Rubbiani occupato

Il primo tentativo da parte della preside è stato quello di relegare tale assemblea ad un appuntamento online, facendo passare il momento assembleare come un qualcosa di secondario rispetto alla vita scolastica. Alla richiesta degli studenti dello svolgimento in presenza la preside si è sentita minacciata dalla possibilità di un confronto reale tra studenti e ha negato il diritto di assemblea.

In questi casi è ovvio che la negazione del diritto di assemblea rivesta una duplice funzione: da una parte, negare il confronto tra gli studenti (e dunque scongiura il rischio che si costruiscano una coscienza e lottino per condizioni migliori) e, dall’altra, quella di coprire le gravi carenze di spazi e strutture che affliggono le scuole di tutta Italia, dipendenti dalle politiche antipopolari, operate dai governi di ogni colore politico che negli ultimi 30 anni hanno reso la scuola pubblica un calvario.

Non è un caso che questo succeda in una scuola in cui nello stesso periodo i professori e il personale della scuola hanno indetto lo stato di agitazione contro le gestione aziendalistica della preside, che oltre a negare i diritti agli studenti si rifiuta anche di ascoltare i lavoratori della scuola. Infatti, agendo in completa autonomia da qualsiasi parere espresso durante i collegi docenti e gli incontri con rappresentanti sindacali della scuola, la preside ha ripetutamente e arbitrariamente modificato gli orari di lavoro e trasferito professori da una classe ad un’altra, senza preoccuparsi della continuità didattica che veniva così inficiata. Dai lavoratori in agitazione viene anche chiesto il riconoscimento, come servizio effettivo, delle ore svolte per la partecipazione ai corsi obbligatori e il recupero delle ore che il personale Ata deve effettuare a causa delle chiusure della scuola in alcune giornate prefestive. Viene pretesa, poi, la rimodulazione dell’assetto organizzativo degli orari del personale Ata, attualmente costretto a continui slittamenti di orario comunicati con poco preavviso, trattando come emergenza eventi che in realtà non lo sono.

Vista la situazione complessiva, nella giornata di ieri (28/10) gli studenti hanno dunque picchettato l’ingresso della scuola per poi portare avanti quell’assemblea che gli era stata di fatto negata, riprendendosi uno spazio di agibilità e dando un chiaro segnale alla preside: gli studenti di tecnici e professionali non sono schiavi e sono pronti a lottare per ottenere ciò che gli spetta. Ugualmente, i professori e i lavoratori Ata dell’istituto stanno preparando una giornata di sciopero, per chiedere che vengano rispettate le loro richieste e che vengano garantiti i loro diritti.

Il caso dell’Aldrovandi-Rubbiani è conseguenza diretta di riforme dell’istruzione, per ultima la Buona Scuola del PD, pensate e scritte negli interessi di banche e imprese, seguendo le indicazioni europee che premono per uno stretto legame tra scuola e produzione. Per quanto gravi, le violazioni dello Statuto delle Studentesse e degli Studenti, come anche quelle dei contratti di lavoro del personale scolastico, non sono frutto dell’operato personale di una preside particolarmente insensibile alle richieste di studenti e lavoratori. Piuttosto, la condotta della preside dimostra in maniera concreta l’attacco portato avanti all’istruzione pubblica, un attacco che passa dall’aziendalizzazione della scuola, anche tramite la trasformazione dei presidi in dirigenti scolastici, in “presidi-manager” che gestiscono la scuola non negli interessi di studenti e lavoratori, ma come un prodotto da vendere alla rete imprenditoriale del territorio. Dimostra, inoltre, che non ci sono conquiste sul piano dei diritti che possono essere date per scontate.

Se è vero che sono cattivi i tempi in cui bisogna difendere l’ovvio, oggi più che mai è necessario ripartire dalle lotte nei luoghi di studio e di lavoro, riprendendoci anche ciò che dovrebbe essere nostro di diritto, anche a partire da questioni basilari come le assemblee e la rappresentanza conflittuale. “Loro ci tolgono un diritto e noi ce lo prendiamo, perché ci appartiene”, come recita uno slogan della protesta studentesca. Facciamo questo unendo le lotte e costruendo un’opposizione di classe nelle scuole, nelle università e nei luoghi di lavoro. I primo passi sono la mobilitazione studentesca nazionale del 18 novembre e lo sciopero generale del 2 dicembre.

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