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Lenin per una pace “giusta e democratica”

L’8 novembre 1917 (26 ottobre per il calendario giuliano ancora in vigore nei territori dell’ex Impero zarista), Lenin pronunciò questo discorso al II Congresso dei Soviet dei deputati operai e soldati di tutta la Russia, a cui partecipavano anche parecchi delegati dei Soviet contadini. La Prima Guerra Mondiale, scoppiata tre anni prima, aveva messo a ferro e fuoco l’Europa, provocando già milioni di morti ed enormi privazioni alla popolazione civile, conseguenza dell’ingente dirottamento di risorse per i rifornimenti agli eserciti e per la produzione bellica. In quel contesto, Lenin parlò al primo Congresso panrusso dei Soviet dopo la Rivoluzione socialista per proporre una pace duratura a tutti i paesi coinvolti nella guerra, senza annessioni territoriali e con il coinvolgimento diretto delle popolazioni nelle trattative, tramite la rappresentanza democratica dei popoli e la non segretezza dei negoziati di pace tra i governi, rivolgendo anche un appello diretto alla grande forza delle classi lavoratrici dei diversi paesi.

Alla guerra imperialista, Lenin e i bolscevichi non opponevano una pace imperialista, ma una pace «giusta e democratica». Un contributo fondamentale per chi oggi, nel cuore del movimento reale, vuole lottare contro i venti di guerra che, a partire dall’invasione russa dell’Ucraina, stanno soffiando sempre più forte con l’approfondirsi della crisi e il conseguente acuirsi delle tensioni inter-imperialistiche, dovuto all’azione dei singoli governi nazionali borghesi e delle loro alleanze imperialiste, come NATO e UE, per guadagnare sulla pelle dei popoli posizioni più favorevoli sul mercato per i propri monopoli economici.

Il seguente testo è mutuato integralmente da V. I. Lenin, Opere scelte in due volumi, a cura dell’Istituto Marx-Engels-Lenin, Mosca, Edizioni in lingue estere, 1948-1949. Nello specifico, il testo è rintracciabile nel Volume 2, pagine 212-215.

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Relazione sulla pace

8 novembre (26 ottobre) 1917

La questione della pace è una questione scottante, è la questione nevralgica dei nostri giorni. Se ne è parlato, scritto, e voi tutti, certamente, l’avete non poco discussa. Permettetemi perciò di passare alla lettura della dichiarazione che dovrà pubblicare il governo da voi eletto.

DECRETO SULLA PACE

Il governo operaio e contadino, creato dalla rivoluzione del 24-25 ottobre, e forte dell’appoggio dei Soviet dei deputati operai, soldati e contadini, propone a tutti i popoli belligeranti ed ai loro governi l’immediato inizio di trattative per una pace giusta e democratica.

Il governo considera come pace giusta e democratica, alla quale aspira con tutte le forze la schiacciante maggioranza degli operai e delle classi lavoratrici di tutti i paesi belligeranti, sfinite e martoriate dalla guerra, – pace che gli operai e i contadini russi esigevano nel modo più categorico e tenace dopo l’abbattimento della monarchia zarista, – una pace immediata senza annessioni (cioè senza la conquista di terre straniere, senza incorporazione forzata di popoli stranieri) e senza contribuzioni.

Questa è la pace che il governo della Russia propone a tutti i popoli belligeranti di concludere immediatamente, dichiarandosi pronto a compiere senza indugio, subito, tutti i passi decisivi, fino a che le condizioni di una tale pace saranno definitivamente ratificate dalle assemblee, investite di pieni poteri, dei rappresentanti del popolo di tutti i paesi e di tutte le nazioni.

Per annessione o conquista di terre straniere, il governo intende, – conformemente alla coscienza giuridica della democrazia in generale e delle classi lavoratrici in particolare, – qualsiasi annessione di un popolo piccolo e debole ad uno Stato grande o potente, senza che quel popolo ne abbia espresso chiaramente, nettamente e volontariamente il consenso e il desiderio, indipendentemente dal momento in cui quest’incorporazione forzata è stata compiuta, indipendentemente anche dal grado di sviluppo o di arretratezza della nazione forzatamente annessa o forzatamente tenuta nei confini di quello Stato. Indipendentemente, infine, dal fatto che questa nazione risieda in Europa o nei lontani paesi transoceanici.

Se una nazione qualunque è tenuta con la violenza nei confini di un dato Stato, se malgrado il suo espresso desiderio – poco importa se espresso nella stampa, nelle assemblee popolari, nelle decisioni dei partiti o attraverso sommosso e insurrezioni contro l’oppressione nazionale, – non le si lascia il diritto di votare liberamente, dopo la completa evacuazione delle truppe della nazione conquistatrice o, in generale, di ogni altra nazione più potente, e di decidere, senza la minima costrizione, la questione delle forme della propria esistenza come Stato, – la sua incorporazione è un’annessione, cioè una conquista e un atto di violenza.

Il governo ritiene che continuare questa guerra per decidere come le nazioni potenti e ricche devono spartirsi le nazioni deboli da esse conquistate, sia il più grande dei delitti contro l’umanità e proclama solennemente la sua decisione di firmare immediatamente le clausole di una pace che metta fine a questa guerra alle condizioni sopraindicate, parimenti giuste per tutti i popoli senza eccezione.

Il governo dichiara al tempo stesso di non considerare affatto come un ultimatum le condizioni di pace sopra indicate, di consentire cioè ad esaminare tutte le altre condizioni di pace, insistendo soltanto perché esse siano presentate il più rapidamente possibile da un qualsiasi paese belligerante, con la più completa chiarezza e con l’assoluta esclusione di ogni ambiguità e di ogni segretezza.

Il governo abolisce la diplomazia segreta ed esprime, da parte sua, la ferma decisione di condurre tutte le trattative in modo assolutamente pubblico, davanti a tutto il popolo, e procede immediatamente alla pubblicazione integrale dei trattati segreti confermati o conclusi dal governo dei proprietari fondiari e dei capitalisti dal febbraio al 25 ottobre 1917. Il governo dichiara incondizionatamente e immediatamente annullato tutto il contenuto di questi trattati segreti nella misura in cui esso è diretto, come lo è nella maggior parte dei casi, a procurare vantaggi e privilegi ai proprietari fondiari e ai capitalisti russi, al mantenimento o all’accrescimento delle annessioni dei grandi russi.

Indirizzando ai governi e ai popoli di tutti i paesi la proposta di iniziare immediatamente delle trattative pubbliche per la conclusione della pace, il governo dichiara da parte sua di essere pronto a condurre queste trattative sia per iscritto o per mezzo del telegrafo che mediante trattative tra i rappresentanti dei diversi paesi o in una conferenza di questi rappresentanti. Per facilitare tali trattative, il governo nomina il suo rappresentante plenipotenziario nei paesi neutrali.

Il governo propone a tutti i governi ed ai popoli di tutti i paesi belligeranti di concludere immediatamente un armistizio; inoltre da parte sua ritiene desiderabile che questo armistizio sia concluso per non men di tre mesi, cioè per un periodo di tempo durante il quale vi sia la piena possibilità di condurre a termine le trattative di pace, con la partecipazione dei rappresentanti di tutti, senza eccezione, i popoli o nazioni trascinati nella guerra o costretti a parteciparvi, e di convocare le assemblee dei rappresentanti popolari di tutti i paesi, investiti di pieni poteri per ratificare definitivamente le condizioni di pace.

Indirizzando queste proposte di pace ai governi e ai popoli di tutti i paesi belligeranti, il Governo provvisorio operaio e contadino della Russia si rivolge egualmente e specialmente agli operai coscienti delle tre nazioni più progredite dell’umanità, dei più potenti fra gli Stati che partecipano alla guerra attuale: Inghilterra, Francia e Germania. Gli operai di questi paesi hanno reso i più grandi servigi alla causa del progresso e del socialismo; hanno fornito i grandi esempi del movimento chartista in Inghilterra, delle rivoluzioni di importanza storica mondiale compiute dal proletariato francese; infine, la lotta eroica contro le leggi eccezionali in Germania e il lavoro lungo, ostinato, disciplinato per la creazione delle organizzazioni di massa in Germania, può servire di modello per gli operai di tutto il mondo. Tutti questi esempi di eroismo proletario e di creazione storica ci danno la garanzia che gli operai di questi paesi comprenderanno i compiti che loro oggi incombono: liberare l’umanità dagli orrori della guerra e dalle sue conseguenze, giacché questi operai, con la loro attività molteplice, risoluta, devota, energica, ci aiuteranno a condurre a buon termine la causa della pace e, ad un tempo, la causa della liberazione delle masse lavoratrici e sfruttate della popolazioni da ogni schiavitù e da ogni sfruttamento.

Il Governo operaio e contadino, creato dalla rivoluzione del 24-25 ottobre, e forte dell’appoggio dei Soviet dei deputati operai, soldati e contadini, deve iniziare immediatamente le trattative di pace. Il nostro appello deve essere rivolto e ai governi e ai popoli. Noi non possiamo ignorare i governi perché altrimenti si ritarderebbe la possibilità di concludere la pace, – e un governo popolare non può fare questo, – ma non abbiamo nessun diritto di non rivolgerci contemporaneamente anche ai popoli. Dappertutto i governi e i popoli sono in disaccordo e perciò noi dobbiamo aiutare i popoli ad intervenire nelle questioni della guerra e della pace. Noi difenderemo naturalmente in tutti i modi tutto il nostro programma di pace senza annessioni e senza attribuzioni. Noi non abbandoneremo il nostro programma, ma dobbiamo strappare dalle mani dei nostri nemici la possibilità di dire che le loro condizioni sono diverse e che è perciò inutile iniziare delle trattative con noi. No, noi dobbiamo privarli di questo vantaggio e non dobbiamo porre le nostre condizioni in forma di ultimatum. Perciò includiamo anche la clausola che noi esamineremo qualunque condizione di pace, tutte le proposte. Esaminare non vuole ancora dire accettare. Noi le sottoporremo al giudizio dell’Assemblea costituente la quale avrà già il pieno potere di decidere in che cosa si può e in che cosa non si può cedere. Noi lottiamo contro la mistificazione dei governi che, a parole, sono tutti per la pace, per la giustizia, ma che di fatto conducono delle guerre di conquista e di rapina. Nessun governo dirà del tutto quel che pensa. Noi siamo, invece, contro la diplomazia segreta e agiremo apertamente, davanti a tutto il popolo. Noi non chiudiamo e non abbiamo mai chiuso gli occhi davanti alle difficoltà. Non si può porre fine alla guerra con un rifiuto di continuarla; la guerra non può essere fatta finire da una sola parte. Noi proponiamo un armistizio di tre mesi, ma non rifiutiamo un termine più breve affinché l’esercito spossato possa almeno per un po’ respirare liberamente; inoltre si devono convocare in tutti i paesi civili delle assemblee popolari per discutere le condizioni.

Proponendo di concludere subito un armistizio, noi ci rivolgiamo agli operai coscienti di quei paesi che hanno fatto molto per lo sviluppo del movimento proletario. Ci rivolgiamo agli operai d’Inghilterra, dove vi fu il movimento chartista, agli operai di Francia, i quali dimostrarono ripetutamente nelle insurrezioni tutta la forza della coscienza di classe, agli operai della Germania che condussero la lotta contro le leggi sui socialisti e hanno creato delle potenti organizzazioni.

Nel manifesto del 14 marzo noi proponevamo di rovesciare i banchieri, ma noi stessi non soltanto non avevamo rovesciato i nostri ma avevamo concluso un’alleanza con loro. Adesso abbiamo rovesciato il governo dei banchieri.

Il governo e la borghesia faranno di tutto per unirsi e soffocare nel sangue la rivoluzione operaia e contadina. Ma tre anni di guerra hanno sufficientemente istruito le masse. V’è un movimento sovietico anche in altri paesi, v’è l’insurrezione nella flotta tedesca, soffocata dagli ufficiali del carnefice Guglielmo. Infine bisogna ricordare che non viviamo nel cuore dell’Africa ma in Europa, dove si viene a saper tutto rapidamente.

Il movimento operaio avrà il sopravvento e si aprirà la via verso la pace e il socialismo.

Pubblicato nel giornale «Isvestia del C.E.C.», N. 208 e nella «Pravda», N. 171, 9-10 novembre (27-28 ottobre) 1917.

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