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In Giappone si muore per il troppo lavoro. Il caso di Miwa

Miwa Sado, reporter giapponese dell’emittente pubblica NHK, è morta per troppo lavoro a soli 31 anni, così hanno stabilito gli ispettori del lavoro. Il caso risale al 2013 e la giovane morì di arresto cardiaco causato, secondo gli ispettori, dalle troppe ore di straordinario svolte, ben 159, e per il poco riposo ottenuto nel suo ultimo mese di vita. Quello di Miwa però non è il primo o unico caso del genere che si verifica in Giappone, poiché questo fenomeno è purtroppo molto frequente e prende il nome di “karoshi”. Questo termine non si riferisce a morti bianche o incidenti sul lavoro, ma indica le morti per ictus, infarti o suicidi legate all’eccessivo carico di lavoro.

Ogni anno in Giappone si suicidano più di duemila persone per questa ragione, mentre decine sono quelle che muoiono per Karoshi e ormai diventa sempre più evidente nel Paese che la causa del fenomeno risiede nelle mostruose condizioni lavorative che le aziende impongono ai lavoratori. Infatti la maggior parte dei lavoratori in Giappone è precaria, e molti lo sono anche per decenni nella stessa azienda, costretti a turni massacranti, anche più di 10 ore al giorno (o a notte), per potersi mantenere e ottenere il rinnovo del contratto, nella speranza che un giorno molto lontano possano avere un contratto a tempo indeterminato. Fra i paesi industrializzati, è quello in cui è più frequente avere due o anche tre lavori per mantenere la propria famiglia. Inoltre molte aziende, dette “Aziende nere”, per non incorrere in guai con la legge non registrano ufficialmente le moltissime ore extra che i loro dipendenti svolgono e per una questione culturale molti lavoratori ritengono sbagliato registrarle e farsi pagare gli straordinari!

Conoscendo la realtà giapponese, ben lontana da quella dei manga e della spensieratezza, si comprende perché decine decine di persone muoiano logorate dal lavoro e in migliaia arrivino a suicidarsi per fuggire da una vita massacrante, fatta solo di lavoro, con pochi contatti sociali e poco svago, vissuta solo per il profitto delle aziende per cui lavorano.

Le aziende giapponesi cercano di nascondere il fenomeno e lo Stato stesso per decenni non è intervenuto; solo ora che fenomeno sta suscitando indignazione e preoccupazione. Indipendentemente da quello che succederà in futuro, è significativo che tutto questo avvenga in un paese come il Giappone, che assieme a USA e UE costituisce ad oggi il principale polo del capitalismo odierno. Non si tratta di una predisposizione “culturale” a lavorare sodo, come qualcuno pensa. Si tratta dell’oppressione di un sistema che tanto in Europa quanto in Giappone mostra il suo vero volto, offrendo ai lavoratori solo precarietà e sfruttamento.

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