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L’esempio di Valarioti: contro la mafia, per il socialismo

– Gilberto Fialà
Nella notte fra il 10 e l’11 giugno del 1980 viene ucciso in un agguato mafioso Giuseppe Valarioti, segretario della sezione del PCI di Rosarno (RC) e da sempre attivo nella lotta agli interessi mafiosi nella sua terra. “Peppe” e i suoi compagni stavano festeggiando la straordinaria vittoria alle elezioni comunali, che rappresentava il sostegno dei cittadini rosarnesi alla sua lotta alla ‘ndrangheta, ma al termine della cena venne freddato a colpi di lupara appena fuori dal locale. in cui si trovavano
Nato da una famiglia di piccoli agricoltori il 1° marzo 1950, Valarioti a metà degli anni ’70 si iscrisse al PCI e successivamente divenne segretario della sezione di Rosarno (RC). Fu un militante e dirigente comunista sempre in prima linea nella lotta per la tutela dei diritti di operai, studenti e braccianti agricoli e nel contrasto dello strapotere della borghesia mafiosa. Sotto la sua guida il PCI locale avviò una campagna di lotta all’infiltrazione mafiosa nelle cooperative agricole, che fruttavano alle ‘drine milioni di fondi europei e più volte prese posizione contro le politiche comunali delle giunte guidate anche da altri partiti di sinistra, favorevoli alle cosche locali. Le prese di posizione sulle concessioni edilizie, gli scontri violenti in consiglio comunale, le dichiarazioni pubbliche e i comizi in piazza, lo resero presto un punto di riferimento della lotta alla ‘ndrangheta nella Piana di Gioia Tauro.
L’omicidio di Valarioti è da imputare a questo suo impegno nella lotta, perché divenuto troppo scomodo per la mafia locale e fu anticipato da numerosi episodi intimidatori durante la campagna elettorale nei suoi confronti e in quelli dei suoi compagni, come l’incendio appiccato alla sede cittadina del PCI e l’auto bruciata al candidato comunista Giuseppe Lavorato. Nonostante tutto Valarioti non volle sentire ragioni, nessun cedimento, nessun passo indietro e il 25 maggio arrivò addirittura a sfidare gli artefici degli attentati, pronunciando queste parole durante un comizio, proprio nel giorno del funerale della madre di Giovanni Pesce (“patriarca” della ‘ndrina): “Se pensano di intimidirci non ci riusciranno, i comunisti non si piegheranno”. Il voto premiò la coerenza e la tenacia dei comunisti, mettendo in crisi il Partito Socialista. Una vittoria festeggiata con tanto di sfilata con le bandiere, sfilata a cui poi seguirà il tragico episodio. Il suo assassinio fu strettamente politico, che si inserisce in una strategia intimidatoria contro i veri militanti comunisti che, convinti delle proprie idee e in lotta per un mondo migliore, organizzavano la lotta alla mafia e, infatti, a dodici giorni di distanza, venne ucciso un altro storico dirigente comunista calabrese, Giannino Losardo di Cetraro (CS). A questi due omicidi il partito rispose chiamando due enormi manifestazioni, che portarono migliaia di persone in piazza per le vie di Rosarno e Cetraro.
Durante gli anni successivi alla sua morte in pochi hanno ricordato Valarioti, mentre si è fatto spesso ricorso alla retorica dell’antimafia borghese, banale e fine a se stessa, e sono stati lanciati ipocriti appelli per il legalitarismo e per l’eliminazione del fenomeno mafioso, in quanto illegale e dannoso per lo Stato. Piuttosto andrebbe raccolto il testimone de Giuseppe Valarioti, senza cadere in illusioni e con la consapevolezza che questi appelli costituiscono solo dichiarazioni di facciata, e che i partiti borghesi (di centro-destra e centro-sinistra) hanno fatto ricorso al potere mafioso per interessi elettorali, continuando a garantire alle cosche favoritismi che ne rafforzano il potere economico e la possibilità di controllare i territori che attanagliano. A trentasette anni dalla morte di Giuseppe Valarioti è sicuramente un esempio da seguire per la gioventù, specialmente per la gioventù comunista, comprendendo che la lotta alla mafia non va condotta su un terreno legalitario, destinato a perdere, ma sul terreno della lotta di classe, poiché la mafia altro non è che una forma di borghesia sviluppatasi con la violenza, la rapina e i traffici illegali e come tale va combattuta. Non bisogna dimenticarlo ed in caso di necessità si può sempre pensare ad uno slogan che non perde di attualità: “Mafiosa o legale che sia, si chiama sempre borghesia!”                                             
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