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Manifestazione FGC a Roma per chiedere tutele e diritti per gli studenti in alternanza scuola-lavoro
Manifestazione FGC a Roma per chiedere tutele e diritti per gli studenti in alternanza scuola-lavoro

Perché il salario per gli studenti in alternanza

*di Paolo Spena, resp. nazionale scuola FGC

L’alternanza scuola-lavoro, piombando improvvisamente nelle scuole dopo l’approvazione della legge 107 (la “buona scuola”), ha posto un nuovo terreno di scontro finora sconosciuto agli studenti delle scuole superiori. Della Carta dei diritti e doveri degli studenti in alternanza scuola-lavoro, prevista dalla legge e annunciata per lo scorso settembre, ancora non si ha nessuna notizia, proprio nell’anno in cui per le classi terze entra a regime il monte ore obbligatorio di alternanza previsto dalla riforma. Già compaiono, nel frattempo, le prime mobilitazioni sul tema dell’alternanza: a Roma gli studenti hanno manifestato sotto l’Ufficio Scolastico Regionale; a Milano una mobilitazione lanciata dal Presidente della Consulta Studentesca, Alessandro Fiorucci (FGC), sfilava in corteo raggiungendo la sede della Regione. In entrambi i casi si rivendicavano misure regionali immediate atte a garantire tutele e diritti agli studenti in alternanza, in particolare dei limiti agli orari di lavoro e il diritto a una retribuzione per le ore lavorate in azienda.

In reazione a queste mobilitazioni, in questi giorni si sono sollevate critiche da parte dei sindacati studenteschi – perlopiù attraverso canali informali e sotto forma di posizioni personali da parte di alcuni dirigenti – contro la rivendicazione del salario avanzata dagli studenti. L’idea diffusa nelle organizzazioni studentesche di sinistra è che riconoscere un salario agli studenti in alternanza significherebbe “trasformare” lo studente in un lavoratore vero e proprio, andare contro il principio dell’alternanza come esperienza di formazione, e al contrario rendere l’alternanza una scuola di precarietà più di quanto già non lo sia. Ma quanto di giusto c’è in questa posizione?

Partiamo da una serie di precisazioni per capire di cosa stiamo parlando. Innanzitutto, lo studente in alternanza scuola-lavoro è e resta giuridicamente uno studente, essendo l’alternanza un percorso formativo (in teoria) in cui lo stage non è altro che la parte “pratica”. In questo l’alternanza si differenzia dal contratto di apprendistato, che invece è un vero e proprio contratto di lavoro caratterizzato dall’accettazione da parte del lavoratore di minori diritti e di un salario inferiore in cambio dell’apprendimento di competenze professionali. Il salario è per definizione la retribuzione che il padrone (per chi preferisce: il datore di lavoro) deve corrispondere al lavoratore, appunto all’interno di un rapporto di lavoro. Detto ciò, chi si oppone al riconoscimento di una retribuzione agli studenti in alternanza, sostenendo che ciò vorrebbe dire trasformare gli studenti in lavoratori, sta discutendo della forma, senza curarsi minimamente della sostanza.

Nessuno vuole trasformare gli studenti in lavoratori precari già dall’età scolastica, ma la sostanza è che per quanto l’alternanza possa essere (sulla carta oppure anche in realtà) una esperienza formativa, è una cosa molto diversa dalle normali attività di laboratorio. Le 400 ore minime per gli istituti tecnici e professionali, specie laddove sono attuate attraverso tirocini quotidiani durante i mesi estivi, si traducono a tutti gli effetti in un inserimento –seppur parziale e temporaneo (non meno temporaneo di quanto lo siano gli attuali contratti precari) – degli studenti all’interno dell’organizzazione aziendale. I padroni potranno contare sulla quantità di forza-lavoro fornita dalle scuole con cui stipulano gli accordi, e in base a questo potranno rimodulare le proprie scelte, come ad esempio il numero di lavoratori da assumere (contando sulla presenza di manodopera studentesca, assumeranno qualche lavoratore in meno nei periodi in cui avviene l’alternanza).

Questo lo si riscontra particolarmente in relazione all’alternanza scuola-lavoro negli istituti alberghieri, praticata e diffusa ampiamente da anni, dunque da molto prima della “buona scuola”. Ogni anno migliaia di studenti degli istituti alberghieri sono coinvolti, durante i mesi estivi, in tirocini presso gli alberghi (o comunque nel settore della ristorazione) vedendosi assegnate le mansioni per le quali effettivamente studiano (cucina, ricevimento, servizio di sala, ecc). I proprietari degli alberghi, contando su questo tipo di manodopera, assumono meno personale di quanto altrimenti ne assumerebbero per far fronte al turismo estivo. È evidente, al netto delle diffuse situazioni di sfruttamento (risale a qualche mese fa la denuncia di 6 imprenditori del settore alberghiero, accusati di aver sfruttato la manodopera di 2700 studenti in alternanza con retribuzioni inferiori ai 60 euro settimanali), che l’inserimento degli studenti nell’organizzazione aziendale diventa un dato strutturale: gli studenti in alternanza diventano a tutti gli effetti soggetti che concorrono alla formazione del profitto dell’imprenditore.

Il dato sostanziale dunque non è la condizione giuridica che resta immutata (e in ogni caso siamo favorevoli al fatto che lo studente resti studente), ma il significato economico di un’attività di fatto lavorativa che, per quanto possa essere una esperienza formativa, diventa innegabilmente un elemento strutturalmente rilevante dal punto di vista dell’azienda. Rivendicare, assieme alla limitazione degli orari di lavoro e agli altri diritti, una giusta retribuzione per gli studenti in alternanza, significa semplicemente riconoscere che l’esperienza formativa avviene pur sempre nel contesto di una attività di fatto lavorativa, che vede cioè lo studente come prestatore di forza-lavoro in misura più o meno consistente a seconda dei casi, e che per questo va retribuita. Questo non significa rendere lo studente in alternanza un lavoratore a tutti gli effetti, perché lo studente continua ad essere soggetto al regolamento disciplinare della sua scuola (non a quello dell’azienda!) e non è soggetto al potere direttivo del datore di lavoro (al massimo a quello del “tutor esterno” nominato dall’azienda, ma questo passaggio è ancora poco chiaro essendo assente la “Carta” che dovrebbe chiarirlo!). Allo stesso modo non è detto che la retribuzione debba tradursi nella cosiddetta “busta paga”: proprio perché non c’è un rapporto di lavoro, potrebbe tranquillamente essere corrisposta dall’imprenditore alla scuola con cui viene stipulato il progetto di alternanza, che avrà il compito di fare da tramite erogandola agli studenti in misura alle ore lavorate e alla mansione svolta, evitando in questo modo un rapporto diretto fra lo studente e l’imprenditore che richiamerebbe eccessivamente un rapporto di lavoro. L’importante, come già ribadito più volte, non è la forma ma la sostanza. Chiudersi in disquisizioni teoriche senza osservare la realtà dei fatti vorrebbe dire estraniarsi dalle lotte dei settori più avanzati e coscienti del mondo studentesco. Il lavoro, anche quello che si fa per imparare, deve essere pagato e sostenere il contrario significa sostenere l’asservimento degli studenti agli interessi dei padroni e di questo sistema fondato sullo sfruttamento.

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