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Striscione del "Comitato Inquilini via Gandusio", Bologna
Striscione del "Comitato Inquilini via Gandusio", Bologna

EMERGENZA ABITATIVA: NEPPURE LA CASA PER CHI VIVE DA SFRUTTATO

* di Manuele Panella

I più attenti alle problematiche sociali e alle vicende della politica riconosceranno subito la gravità e l’attualità dell’argomento di questo articolo, un argomento quasi mai all’ordine del giorno tra i giornali, i telegiornali e gli altri media mainstream. Infatti, chiunque consideri la casa come un elemento costante e scontato della vita quotidiana evidentemente non è abbastanza attento a come la preoccupazione del mantenimento di un tetto sulla propria testa sia all’ordine del giorno per la maggior parte delle famiglie e degli individui, che poi sono quelli che appartengono alla classe più sofferente in questo sistema, quella dei lavoratori, dei disoccupati, dei giovani e anziani delle masse popolari e delle periferie. Manifestazioni, occupazioni, sgomberi, appelli alle istituzioni, nascita di comitati, sindacati e movimenti; e poi scontri in strada, aggressioni terribili delle forze dell’ordine verso donne e bambini, famiglie ridotte a vivere sui marciapiedi, studenti universitari finiti a dormire sotto un ponte dell’università (episodio accaduto all’Università della Calabria): si è visto di tutto e di più nel panorama agghiacciante dell’emergenza abitativa italiana e dei movimenti che, con varie contraddizioni, provano a mettere in campo una risposta a una situazione scandalosa: la casa non è più un diritto per tutti, né tantomeno è garantita a chiunque, ma è solo l’ennesimo campo d’investimento per il profitto della classe capitalista parassita e sfruttatrice.

Sprechi, speculazione, differenze sociali: alcuni dati

In tutta Italia assistiamo a una crisi abitativa che vede centinaia di migliaia di famiglie sfrattate a fronte di altrettante strutture vuote o fatiscenti, in mano ai palazzinari, alle gerarchie ecclesiastiche, alle aziende edili o ai gruppi bancari, laddove questi ultimi abbiano investito nel settore o requisito abitazioni in seguito all’impossibilità degli inquilini di pagare il mutuo. Le cause di questa situazione sono semplici da capire: in una fase economica che fino al 2014 ha visto un abbassamento dei canoni d’affitto, l’aumento del valore di mercato degli immobili e l’aumento della morosità delle fasce deboli impoverite della crisi e dalla diminuzione dei salari, la borghesia proprietaria delle abitazioni ha preferito (questi dati, come vedremo, si sono leggermente modificati nel 2015) non affittare strutture perfettamente utilizzabili, piuttosto che affittarle a un prezzo più basso o subire perdite per tollerare chi non può permettersi di pagare mensilmente l’affitto o il mutuo. D’altro canto bisogna tenere in considerazione le opere di costruzione continue, fatte in modo totalmente sregolato per la speculazione di quei settori della borghesia che investono in quest’ambito; parliamo, tra l’altro, di un settore e di imprese che registrano tra i più alti livelli di investimento e direzione da parte della criminalità organizzata, dunque sono altissime le percentuali di edifici fatiscenti o non realmente agibili, costruiti in un certo modo per incrementare il profitto di aziende a gestione mafiosa che risparmiano su materiali e manutenzione. La speculazione sull’andamento del mercato immobiliare (la famosa “speculazione edilizia”) è il filo conduttore di tutto questo: in una fase di innalzamento del valore dei beni immobili, file di palazzinari hanno interesse ad acquistare terreni e strutture a poco prezzo da rivendere a un prezzo più alto o da affittare a un prezzo conveniente; investimento che viene sostenuto ben volentieri considerando l’innalzamento recente dei canoni d’affitto (che assicura ai palazzinari il capitale da investire oltre ai profitti futuri) e la corruzione della classe politica (pronta a concedere delibere urbanistiche di tutti i tipi nei periodi elettorali); le ditte di costruzioni, a loro volta, sono sempre a disposizione nell’offrire strutture a costi contenuti, assicurandosi alti profitti dato l’alto numero di acquirenti, dati gli investimenti dei gruppi bancari e dato il risparmio su manutenzione e sicurezza. Ecco i risultati di questo processo:

Secondo gli ultimi dati dell’Eurostat, elaborati su un sondaggio del 2011, nell’Unione Europea gli alloggi vuoti sono il 17%; 1 abitazione su 6 è disabitata, con molte “seconde case” che appartengono a un unico proprietario; per non parlare del fatto che la maggior parte delle strutture ha più di 70 anni alle spalle, in condizioni di fatiscenza: addirittura si registra il 3% di case senza servizi igienici.

In Italia, gli ultimi dati Istat, anch’essi relativi a un sondaggio del 2011, rilevano che oltre il 22,7% (più di 7 milioni di case) sono vuote, con picchi del 40% in Calabria e del 50% in Val d’Aosta. Ma l’aspetto più divertente è che, di queste case vuote, 2,7 milioni sono disabitate mentre le altre, dunque la maggior parte, sono case di proprietà usate per le vacanze. Quale lavoratore sottopagato e precario, quale disoccupato, quale famiglia che non riesce ad arrivare a fine mese, quale anziano che si vede tagliata la pensione o la reversibilità, quale disabile lasciato senza sussidi, quale giovane che non riesce a pagarsi gli studi, può permettersi una seconda casa per le vacanze? Se pagare l’affitto è già un’impresa, quale proletario riesce a concedersi quello che è universalmente riconosciuto come un lusso? La conclusione che se ne trae è semplicissima: a fronte di quasi 700.000 sfollati in tutta Italia, abitazioni nuove di zecca (o quasi) non possono essere utilizzate non solo perché la borghesia preferisce lasciarle vuote, ma perché nella maggior parte dei casi ci va in vacanza (magari nello stesso periodo in cui i dipendenti delle loro aziende continuano a sgobbare dalle 8 alle 10, 12, in certi casi 16 ore al giorno, vedendosi negate le ferie).

Ma c’è di più: sempre l’Istat ci dice che il 27,3% degli italiani vive in alloggi sovraffollati e 1 su 10 vive una situazione di disagio abitativo.

Gli affitti

Particolarmente interessanti sono i dati su affitti a case di proprietà. Lo stesso sondaggio Istat riporta che il 73% degli italiani è proprietario della casa in cui vive. La lettura di questo dato però deve essere accompagnata da 3 elementi che vanno inevitabilmente considerati. Innanzitutto, la percentuale di case di proprietà tramandate per eredità tra generazioni di famiglie che, negli anni, hanno vissuto (e vivono) impoverimento e proletarizzazione a causa della crisi: una famiglia di piccoli o medi negozianti può trasmettere un appartamento di proprietà ai figli che, negli anni, magari saranno costretti a chiudere l’attività di famiglia e ad andare a vendere la loro forza lavoro nel call-center più vicino. Questa dinamica, predominante soprattutto nel primo decennio del nuovo secolo, fa sì che famiglie di proletari, o comunque famiglie a basso reddito, si ritrovino con una casa di proprietà, che dunque non è un riferimento adeguato per misurare il benessere di una famiglia. Secondo elemento da considerare è l’aumento del numero di famiglie in affitto che si inizia a registrare nelle statistiche più recenti, con un aumento del 10% solo nell’ultimo anno. Terzo elemento è la conseguenza del possesso di una casa di proprietà sui calcoli del reddito familiare, e quindi sul diritto ad agevolazioni da parte dello Stato per l’accesso a servizi fondamentali, in particolare l’università. Con l’introduzione dell’IMU nel 2012 in sostituzione dell’ICI, le rendite catastali vengono conteggiate con un valore innalzato del 60%; con la riforma del modello ISEE del calcolo dei redditi, proposta sotto il governo Letta ed entrata in vigore nel 2015 sotto Renzi, il valore dei beni immobili viene calcolato ai fini IMU e non più ai fini ICI, nei fatti facendo sembrare tutti più ricchi (solo sulla carta) e determinando l’esclusione dagli alloggi universitari per migliaia di studenti fuori sede bisognosi di questo servizio, poiché provenienti da fasce deboli economicamente pur non abitando in affitto. Le conseguenze catastrofiche di questo scempio sono evidenti già da alcuni dei dati più allarmanti: nel 2015 in Veneto si segnala un calo del 39% delle assegnazioni degli alloggi universitari (da 1332 a 880 unità), mentre a Milano si registra un calo del 14,5% di richieste. La situazione risulta altrettanto critica all’Università della Calabria di Rende, in provincia di Cosenza, dove l’esclusione dalle borse di studio dovuta ai nuovi modelli di calcolo dei redditi e la riduzione di finanziamenti hanno determinato non solo un aumento di studenti bisognosi esclusi da un servizio fondamentale, ma anche un aumento di alloggi universitari vuoti; su quest’ultimo punto si noti il ruolo fondamentale che hanno le aziende di costruzioni nella speculazione sull’ateneo cosentino: sono almeno 3 i quartieri di residence universitari abbandonati o non completati, per non parlare di quelli vecchi e fatiscenti; parliamo dunque di imprese private che lucrano sugli appalti dell’università per la costruzione di strutture fortemente necessarie, per poi lasciarle incomplete dopo aver fatto profitto ottenendo milioni di euro dall’ateneo o risparmiando su materiali, manutenzione e fasi della costruzione: si veda l’esempio del più recente residence costruito nella suddetta università, costato 11 milioni di euro, non aperto per un intero anno causa inagibilità e, dopo essere stato finalmente inaugurato, già completamente fatiscente e soggetto ad allagamenti. Gli studenti esclusi dal campus universitario rendese si ritrovano costretti a cercare appartamenti in affitto, cosa svantaggiosa considerando il fatto che la città universitaria di cui parliamo, Rende, è uno dei comuni più ricchi d’Italia che ha costruito la sua fortuna attorno al giro di affari della borghesia palazzinara che lì fa da padrona: gli affitti sono svantaggiosi, i beni e i servizi sono cari, mentre gli appartamenti più economici si trovano lontano dall’università, cosa aggravata da un servizio di trasporti inefficiente e costoso.

Ad oggi, il dato più rilevante che possiamo registrare sulla condizione degli italiani in affitto è un aumento dei canoni di affitto che non corrisponde ad un equivalente aumento della retribuzione del lavoro, tutt’altro: la divaricazione tra i redditi e il valore di mercato dei beni immobiliari è uno dei dati centrali negli studi statistici sul fenomeno. Questo è dimostrato dal fatto che il livello di morosità è aumentato dall’86% sul totale delle sentenze di sfratto emesse nel 2013, al 90% nel 2014. Il ruolo della diminuzione dei salari, e dunque del reddito, nell’aumento percentuale di morosità nel 2014 è confermato dal fatto che un aumento sostanziale dei canoni di locazione si è ricominciato a registrare solo dal dicembre 2015 (+1,7%), mentre dal 2010 al 2014 i canoni erano diminuiti del 12.5%. Interessante notare anche le responsabilità del governo rispetto ai livelli di evasione fiscale sugli affitti da parte dei padroni delle case: ad oggi si calcola un’evasione di 1 miliardo e mezzo di euro sugli affitti, con circa 950.000 case affittate in nero; le responsabilità del governo (espressione del potere degli speculatori in ogni settore) diventano chiare considerando che è stata abrogata la legge sulla tracciabilità dei contratti poiché considerata inefficace: la verità è che si è rivelata inefficace per il semplice fatto che già da principio non prevedeva pene ben precise.

Gli sfratti e il fallimento del Piano Casa del governo

Di tutte le risorse annunciate e di tutti i provvedimenti promessi, nulla è stato mai realizzato: parliamo del “Piano Casa” elaborato dall’ex Ministro alle Infrastrutture e ai Trasporti Maurizio Lupi, sotto il governo Renzi. Il suddetto piano si riprometteva di intervenire, anche con l’aiuto degli Enti territoriali, tramite investimenti finanziari e progetti di riqualificazione, per risolvere le problematiche relative agli sfratti di inquilini morosi non colpevoli (proroghe degli sfratti, contributi integrativi per il pagamento dei canoni di locazione, rinegoziazione dei contratti), per garantire la possibilità del “passaggio da casa a casa” e per la riqualificazione e assegnazione di alloggi popolari. Quali sono stati i risultati?

Il Fondo nazionale di sostegno per l’accesso alle abitazioni in locazione (strumento del governo che si occupa dei contributi integrativi per il pagamento dei canoni di locazione e di promuovere iniziative di Comuni e Regioni per la mobilità, cercando di reperire alloggi da assegnare a canoni concordati) avrebbe dovuto ricevere, secondo le intenzioni del governo, 100 milioni di finanziamenti per il biennio 2014-2015, dei quali il 25% destinato ad operazioni per famiglie particolarmente disagiate: in realtà sono stati trasferiti solo 3,5 milioni; in più le Regioni, alle quali spettavano investimenti da 324 milioni, si sono viste assegnate solo 93,7 milioni, dei quali sono stati trasferiti realmente solo circa 8 milioni di euro.

Per il Fondo destinato agli inquilini morosi incolpevoli il piano di Lupi prevede 266 milioni di investimenti spalmati in 7 anni, dal 2014 al 2016: degli 83,4 milioni previsti per il biennio 2014-2015 ne sono stati trasferiti solo 12. Inoltre, di 71,5 milioni di euro disponibili per essere stanziati alle Regioni per questo fondo specifico, sono stati trasferiti solo 5,7 milioni.

Ma la situazione più scandalosa è quella degli alloggi popolari: il Piano Casa prevedeva finanziamenti per 467,9 milioni di euro al Programma di recupero di immobili e alloggi di edilizia residenziale pubblica; di quei soldi, 67,9 milioni dovevano essere destinati a interventi per un valore fino a 15.000 euro per il recupero di circa 16.000 appartamenti non usati. Nella realtà dei fatti non è stato stanziato neanche un euro. Quasi ridicolo, inoltre, il provvedimento promesso per gli immobili confiscati alla mafia: assegnati (e ancora non si hanno notizie sul loro effettivo stanziamento) solo 13 milioni di euro in 3 anni (una miseria), dal 2015 al 2017, con tanto di dichiarazione scritta nell’Atto della Camera numero 5-05938, all’interno della Commissione VIII per l’ambiente, in cui si definisce tale provvedimento “un programma che riveste un carattere simbolico”. Oltre al danno, la beffa.

Tutta questa situazione, unita all’inefficienza, pesantezza e lentezza della burocrazia statale, ha fatto sì che, ad oggi, oltre alle risorse minime stanziate, sono stati rinnovati solo 195 contratti, i pochi spiccioli di assistenza sono stati surrogati solo a sfratto già avvenuto, i casi più gravi di sfratto non hanno ottenuto nessuna proroga ma solo una sospensione di 4 mesi dell’operazione (lasso di tempo insufficiente e ridicolo per la stabilizzazione dei morosi incolpevoli), sono stati stipulati solo 68 nuovi contratti a canone concordato, solo dai 15 ai 38 contratti sono stati rinegoziati con canone inferiore, sono stati assegnati solo 31 alloggi popolari e non è stato predisposto nessun ammortizzatore sociale per gli sfratti di malati terminali. Tutto questo a fronte di 650.000 famiglie sfollate in graduatoria da anni per un alloggio, 77.000 provvedimenti di sfratto solo nel 2014 (con una media di 80.000 provvedimenti annui di cui, in media, 65.000 per morosità incolpevole), di cui 69.000 realmente avvenuti, 10.263 richieste di intervento dell’ufficiale giudiziario (cifra aumentata del 28,67% rispetto al 2013), 150.000 richieste di assistenza della forza pubblica e oltre 36.000 sfratti avvenuti con l’intervento violento delle forze dell’ordine (cifra che corrisponde al 5% in più rispetto a quella dell’anno precedente). In più, si contano ormai oltre 40.000 case popolari sfitte e non usate, mentre le istituzioni spingono per la loro vendita e messa all’asta. Come se ciò non bastasse, il governo Renzi, che dimostra ancora una volta di essere il governo degli interessi dei palazzinari e speculatori, ha pensato bene di abolire l’IMU per gli imprenditori edili con immobili invenduti.

Che fare? Le proposte dei comunisti

Tutta la trattazione sopra riportata dimostra chiaramente come anche il diritto all’abitare sia semplicemente sottoposto alla distinzione di classe che avviene in ogni ambito della società, distinzione che non comporta solo una separazione rispetto alla possibilità di accedere a un diritto, ma che vede anche una classe dominante sfruttare una classe oppressa e speculare su di essa. La speculazione edilizia e quella sugli affitti e mutui è la conseguenza perfettamente naturale delle logiche del sistema in cui viviamo; è il prodotto dei meccanismi economici che si fondano sulla ricerca del massimo profitto in ogni settore della vita da parte della classe imprenditoriale; è la conseguenza materiale dell’assunto ideologico del “diritto alla proprietà”, che fa sì che chi può permetterselo riesce ad avere anche più case da riempire o lasciare vuote quando gli pare e con chi gli pare, mentre chi non se lo può permettere combatte con l’angoscia di vedere la sua famiglia buttata in strada da un giorno all’altro. Un’abitazione è uno dei primi diritti fondamentali per permettere a uno o un gruppo di individui di realizzarsi all’interno della società, nonché di garantire la loro stessa sopravvivenza. Non è tollerabile il fatto che il dominio ideologico e materiale della proprietà e le esigenze dei capitali arrivino fin dentro le nostre case, sbattendo in strada migliaia di persone e lasciando vuote e inutilizzate decine di migliaia di case, immagine che è di per sé uno schiaffo alla dignità e alla decenza. Viste le condizioni delle nostre famiglie e di quelle delle masse popolari in mezzo a cui viviamo, vista l’esclusione dagli studi operata sui nostri coetanei per problemi economici che impediscono loro di vivere presso un’università, la proposta della gioventù comunista è l’espropriazione di qualunque struttura abitabile, con conseguente redistribuzione, dalle mani dei parassiti e speculatori, dei palazzinari, imprenditori edili, banchieri, imprenditori di ogni sorta. Rivendichiamo l’intervento per il restauro di tutti gli immobili e le case popolari in condizioni di fatiscenza, affinché in ogni città la casa sia un diritto irremovibile, materialmente riconosciuto e garantito dallo Stato ad ogni singolo individuo o nucleo familiare, gratuitamente o a canone popolare, e mai per il profitto di un privato. Rivendichiamo l’accessibilità e il controllo pubblico e dei lavoratori su tutti i servizi che sono connessi al diritto all’abitare, come i trasporti e gli alloggi studenteschi. La questione abitativa è un problema sociale e non di ordine pubblico, rifiutiamo pertanto quella tanto declamata “legalità” che è garanzia solo della rendita immobiliare e dell’accumulazione capitalista, ma siamo critici rispetto a tutte quelle esperienze che vogliono fare di una singola occupazione di uno stabile un avanzamento dei rapporti di forza contro la classe dominante parassitaria. Mettere una toppa su un singolo strappo del sistema non significa intervenire sulla contraddizione centrale che determina situazioni come l’emergenza abitativa. Siamo convinti che la lotta per il diritto all’abitare non debba considerarsi autoreferenziale né nella sua valenza politica né nelle pratiche, poiché centinaia di migliaia di persone oppresse non solo dalla mancanza di un tetto, ma anche da quella di lavoro e di tutele di qualunque tipo, non possono accontentarsi di recuperare quel poco che è stato abbandonato dai loro padroni. La lotta per la casa è lotta di classe e va inquadrata nel contesto generale della guerra fra le classi. Solo un cambiamento rivoluzionario operato dalla classe che produce davvero la ricchezza potrà ribaltare il sistema dalle sue viscere, per costruire una società fondata sulla realizzazione dei diritti e dei bisogni senza l’ostacolo dei profitti.

Per il diritto all’abitare, unità di classe! Potere popolare!

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