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LE MARCHE E LA RESISTENZA

*di Alessandro Girolomini e ** Francesco Boria

 

 

Pensate che non sono morto, ma sono vivo,

vivo nel mondo della verità.

(Mario Batà, lettera ai genitori prima della fucilazione)

Il regime fascista volge al tramonto, la guerra in città e nel mondo continua, le truppe naziste procedono all’occupazione dei territori italiani. Prefetti e questori della regione intercettano con relativo ritardo la depressione dello spirito pubblico e il senso di stanchezza per la durata del conflitto. Le autorità, cosiddette ”badogliane”, impegnate nel mantenimento dell’ordine e della stabilità cittadina e nella mai interrotta attività di contrasto e censura dei partiti politici e movimenti che si professano antifascisti, vengono ricordate per la loro passività e inettitudine, specie durante l’occupazione, come nel caso della città di Ancona che capitola nella più strana indifferenza.

Le manifestazioni assumono sempre più una connotazione politica. Il <<fronte antifascista>>, composto da ex ufficiali dell’esercito, esponenti del Partito d’Azione, prigionieri dei campi di internamento liberatisi dopo l’8 settembre, pur unificando quel sentimento di intimo dissenso del popolo italiano che mai viene scalfito dal manganello e dalla camicia nera, ottiene scarsi risultati dai tentativi di stringere rapporti con le masse popolari. Decisiva risulta essere la spinta dei comunisti e la fiducia, spesso l’autorità, di cui essi godono presso alcuni quartieri; la nuova opposizione (in continuità con la precedente, che tutto ha rischiato nel fronteggiare il regime) forte delle capacità politiche ed organizzative maturate negli anni della clandestinità e delle ragioni profonde di chi ha sempre inteso il Fascismo come oppressione del forte sul debole, del ricco sul povero, costituisce il legame decisivo tra la Resistenza armata e il popolo.

Pur con evidenti limiti oggettivi (l’inadeguatezza dei mezzi, la difficoltà nelle comunicazioni, il protagonismo di talune personalità o intere bande che mal digeriscono una coesa organizzazione, soprattutto tra gli antifascisti di recente data, che non molto hanno patito sotto il regime), si ricorda l’impegno instancabile di uomini e donne, talora giovanissimi, che dopo la liberazione di città come Ancona, continuano a prestare aiuto nei combattimenti in Emilia e in Romagna. Inoltre, delle formazioni partigiane il merito della creazione di una vasta area (prima di questo genere in Italia) compresa tra i comuni di Ascoli, Terni, Foligno e Camerino: una sorta di territorio libero non soggetto al controllo delle autorità nazifasciste.

Mai viene meno, nei combattenti, l’ottica unitaria e fraterna della lotta di Liberazione, come testimonia l’ex comandante partigiano Giuliano Montanini:

Mi proiettai in avanti con una visione nuova della vita, sentivo il bisogno di un rinnovamento della società e della vita civile. (…) Quando si trattò di diventare partigiano, ero convinto, sicuro, andavo deciso verso questa esperienza (…) Sentivamo una necessità impellente dentro di noi e questa necessità era l’amore per la libertà.

Con questo spirito si sceglie la strada della Resistenza, una scelta non avventuristica ma di ragionamento interiore e coloro che la compiono sono consci dell’atto non soltanto di liberazione, ma di purificazione della società italiana, che passa per la via del sacrificio e della sofferenza; l’esperienza di Libero Leonardi ne è la prova tangibile. Nato a Jesi (Ancona), militante comunista, tra i primi organizzatori della lotta partigiana nella regione, Commissario politico dei ”Lupi della Montagna”; attivo nelle zone di Serra San Quirico, di Jesi e nella fascia appenninica dell’Anconetano; catturato a seguito di un rastrellamento e riconosciuto da un soldato tedesco, al fine di estorcergli notizie circa le formazioni partigiane viene sottoposto ad indicibili torture per dieci giorni; infine fucilato.

 

 

I fatti di Colle San Marco

Qui inizia la Resistenza nelle Marche, nelle Marche meridionali, che tra il dicembre del ’43 e il febbraio del ’44 compaiono tra i territori italiani dove più intensa è l’attività partigiana. Contrariamente a quanto accade in altre zone del territorio regionale e nazionale, l’annuncio dell’armistizio non produce nell’area ascolana l’immediato sbandamento delle truppe regolari. L’immutata tranquillità viene però interrotta nel momento in cui una colonna tedesca procede all’occupazione attaccando proprio il distretto militare. Sebbene molti tra soldati e ufficiali decidano la fuga, i pochi rimasti, guidati dal colonnello Emidio Santanchè, resistono all’attacco delle forze naziste con i fragili dispositivi di difesa a disposizione. La tenace opposizione dei militari vince l’altrui furore: il nemico è respinto. Quest’atto, paragonabile allo scontro di Porta San Paolo a Roma, diventa il primo passo verso la Liberazione. Conclusa l’azione, i residui del presidio si dirigono sul Colle San Marco, lo sperone roccioso che sovrasta Ascoli Piceno. Nei giorni successivi questo gruppo di resistenti s’infoltisce di molte decine di civili che cercano di organizzarsi e armarsi: si forma così uno dei primi raggruppamenti partigiani d’Italia (sebbene ancora riconducibile al ribellismo spontaneo, nato in emulazione dei reparti militari, ma al di fuori delle tradizionali strutture delle forze armate e con caratteristiche proprie). Vengono effettuate le prime azioni contro i presidi militari e volte al reperimento di munizioni e alimenti per i combattenti e per la popolazione civile della zona. Alla fine di settembre l’attesa degli alleati angloamericani viene tradita; i resistenti sono invece investiti da un intero battaglione di paracadutisti tedeschi e dal fuoco della loro artiglieria pesante. Il 5 ottobre, concluso il rastrellamento e terminate le fucilazioni per rappresaglia dei catturati, il gruppo del Colle cessa di esistere.

Fatti della Resistenza nel Pesarese **

 

La provincia di Pesaro-Urbino ha dato un contributo d’importanza capitale alla causa della liberazione dal nazifascismo. Molteplici sono le azioni di carattere militare che vedono protagonisti partigiani spesso giovanissimi come Giannetto Dini.

Giannetto Dini nasce a Macerata Feltria il 1 Novembre del 1926 giorno in cui Tutta Italia gridava contro un attentato al Duce”. Ottimo scolaro, con una precocissima passione per la storia, in particolare quella risorgimentale, a sedici anni si diploma all’istituto Magistrale di Fano, sua città di residenza, iscrivendosi poi successivamente alla facoltà di Lettere e  Filosofia all’università di Urbino. La sua dedizione e passione per lo studio lo portano in brevissimo tempo a maturare una forte coscienza antifascista. Poco tempo dopo inizia a frequentare le prime formazioni partigiane aderendo ai cosiddetti “Gruppi armati della Resistenza”, successivamente abbandona Fano per recarsi sul Monte Catria dove partecipa all’organizzazione di gruppi di resistenza che si stanno formando sull’appennino che separa la provincia di Perugia da quella di Pesaro-Urbino. Insieme all’allora ventiduenne Ferdinando Salvalai, Giannetto Dini durante un’azione viene intercettato ed isolato da truppe nazifasciste. Dopo un lungo scontro a fuoco, solo dopo aver esaurito le munizioni i due giovani partigiani sono costretti ad arrendersi. Viene condotto prima nelle carceri di Pesaro e poi da qui deportato a Forlì, dove la madre ha modo di incontrarlo, constatando da un lato le sue pessime condizioni fisiche, dall’altro la fermezza nei suoi ideali e convincimenti. 
All’insaputa dei parenti viene poi trasferito a Massa Lombarda. Nonostante la sua giovanissima età, Giannetto Dini viene ucciso mediante fucilazione presso il campo sportivo di Massa Lombarda (Ravenna) con il compagno Ferdinando Salvalai.

Un’altra figura di spicco della Resistenza del territorio pesarese è il partigiano Nello Iacchini, protagonista di un’incredibile azione eroica che lo vede salvare la vita a Winston Churchill. Il Primo Ministro britannico si trova in visita alle truppe inglesi che il 26 agosto del 1944 stanno per dare inizio alla “Operazione Ovile” che prevede l’attacco dell’ottava armata alleata alla Linea Gotica allestita dai tedeschi lungo la vallata del fiume Metauro. Nello Iacchini si trova in ricognizione lungo la vallata metaurense con due compagni partigiani della Brigata Garibaldi; ad un certo punto il gruppo sente dei colpi di mortaio provenire dalla folta vegetazione presente sul lato destro della strada che costeggia il fiume, nonostante il rischio, decidono di avvicinarsi e scoprono un soldato tedesco armato nascosto tra i cespugli.  Lo disarmano e lo catturano. Mentre lo trascinano in paese, passano due auto. Dalla prima scendono degli ufficiali britannici che in italiano chiedono la consegna del tedesco e delle armi dei tre giovani italiani. Questo fatto storico è sempre totalmente ignorato in Italia mentre in Gran Bretagna è spesso citato nei libri di storia di tutto il paese. Nel 2008 il comune di Saltara, paese natale di Iacchini, su sollecitazione del Presidente della Repubblica Napolitano chiede al governo l’assegnazione, al piccolo comune metaurense, della Medaglia d’Oro al valore militare per la Resistenza ma il governo Berlusconi nega categoricamente ogni forma di riconoscimento.

Anche le donne offrono un contributo essenziale alla liberazione dal nazifascismo, molte di queste giovanissime ragazze vengono impiegate come staffette permettendo così la circolazione non soltanto delle notizie e dei comunicati militari ma anche di viveri ed armi. Leda Antinori è proprio una tra le più celebri staffette che operano nel territorio fanese. Nasce a Fano (PU) il 27 febbraio del 1927 da famiglia antifascista e comincia ad operare nei “Gruppi Armati di Resistenza” svolgendo prima una funzione di supporto logistico e materiale alle organizzazioni partigiane cittadine e poi di staffetta. Catturata dai tedeschi, viene portata in un quartier generale presente a Novilara nei pressi di Pesaro, e lì torturata per poi essere imprigionata nel carcere di Forlì come collaboratrice dei partigiani. A causa delle pessime condizioni igenico-sanitarie delle celle in cui è detenuta si ammala di meningite; ridotta in fin di vita viene scarcerata per motivi di salute e gli viene concesso di ritornare a Fano dove muore il 3 aprile del 1945 a soli 18 anni.

Altri fatti tragici che insanguinano il territorio pesarese: la strage di Fragheto di Casteldelci avvenuta il 7 aprile del 1944. Questa feroce rappresaglia nazista avviene dopo uno scontro armato che un comando tedesco ha con un gruppo di partigiani appartenenti alla Brigata Maiella. Il paese viene incendiato, 39 abitanti (vecchi, donne e bambini) vengono uccisi. Il giorno dopo altri 8 uccisi fra civili e partigiani a Casteldelci. Successivamente tra il 12 e il 19 maggio del 1944 i tedeschi procedono a un massiccio rastrellamento (3.000 uomini circa) alle sorgenti del Metauro, conosciuta come Battaglia dell’Alpe della Luna. I distaccamenti della “Garibaldi” più volte si sciolgono e si ricompongono. L’azione tedesca non ha successo ed in quei giorni muore a Cantiano, fucilato dai fascisti, insieme a due combattenti iugoslavi, il sottotenente Francesco Tumiati. Decorato con la medaglia d’oro.

La città di Fano viene liberata dai polacchi il 26 agosto del 1944 senza spargimento di sangue mentre Pesaro il 2 settembre dopo aspri combattimenti strada per strada, sempre dai soldati polacchi del gen. Anders e dai partigiani abruzzesi della Brigata “Maiella”.

Nell’ Ottobre dello stesso anno gran parte dei partigiani pesaresi si arruola nel CIL (Corpo Italiano di Liberazione), primo nucleo di quello che sarà poi il nuovo esercito italiano. Combattono in Alta Italia al fianco degli alleati fino alla fine, in qualche caso anche dopo il 25 aprile.

Concludendo, in questi luoghi, come in altri delle Marche, dove ora nascono monumenti dalla polvere, il popolo ha partecipato, preferendo al mirare da lontano eserciti stranieri in lotta, lo scendere con la carne e col sangue nella guerra: una guerra con nuove forme. Dappertutto si resiste al nemico entrato a forza da invasore, mentre in Italia l’esercito entrato a forza è quello alleato, quindi il concetto stesso di reazione patriottica collegato all’entità fisica della patria non soddisfa l’interpretazione classica della lotta nazionale. Nella Resistenza italiana è, di fatto, un tipo di società che si contrappone ad un altro.

E per quanto i testi nelle scuole, i giornali e gli altri mezzi di informazione e di trasmissione di un sapere amaro (che nel migliore dei casi restituiscono una storia falsata, irreale e reazionaria), possano stravolgere ed infangare i fatti e gli uomini della Resistenza, la società nuova incarnata da quei partigiani rimane il reale riferimento storico e culturale di ogni giovane che abbia compiuto la scelta di una elevata coscienza.

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