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LA “REPUBBLICA ROSSA DI CAULONIA”. Un’ insurrezione dimenticata.

* di Costantino Talia

Molto spesso, quando si parla della resistenza, si tende a considerare la lotta di liberazione dalla barbarie nazifascista solo come una questione riguardante le regioni del centro-nord facendo così apparire le masse popolari meridionali come passive o, peggio, filo fasciste. Da come si potrà evincere dal resto dell’articolo la realtà è diametralmente opposta e, per tanto, ritengo necessario rompere questo ennesimo tabù frutto di anni di revisionismo anti partigiano.

Furono decine di migliaia i combattenti meridionali che militarono nelle formazioni partigiane, spesso ricoprendo ruoli di grande importanza militare e politica, tanto da poter essere stimati intorno al 30% della composizione totale di tutte le brigate di liberazione. Dovrebbe bastare questo semplice dato numerico a dimostrare che il Sud non aspettò passivamente l’arrivo dell’esercito americano ma si sollevò contro l’invasore nazista e venti anni di dittatura autoritaria e filopadronale quale il fascismo. Tuttavia, dato i continui attacchi che la resistenza subisce, intendo entrare maggiormente nello specifico parlando delle numerose rivolte popolari che si verificarono nelle regioni del mezzogiorno.

La più famosa di queste riguarda sicuramente le quattro giornate di Napoli in cui la popolazione partenopea, con una vera e propria insurrezione, mise in fuga le truppe tedesche; eventi analoghi si verificarono anche a Matera, Barletta, Lanciano, Scafati, Teramo ecc in cui la popolazione locale ebbe un ruolo centrale. Inoltre in Calabria e in Sicilia, già nel 42’ , dilagavano le lotte contadine mettendo cosi in risalto il carattere di classe della resistenza e la connivenza tra il regime fascista e la classe degli agrari che, durante il ventennio, riuscì a perpetrare ancor di più la sua oppressione sulle masse contadine. Proprio la questione della lotta per la terra connessa alla lotta antifascista in Calabria è il punto da cui voglio partire per diffondere una vicenda che, purtroppo, sembra caduta nell’oblio: la “Repubblica Rossa di Cauolnia”.
Dal 6 al 9 marzo del 1945, a Caulonia in provincia di Reggio Calabria, nacque la “Repubblica Rossa di Caulonia” grazie a un insurrezione popolare e bracciantile che portò, per quattro giorni, a issare la bandiera rossa sul tetto del municipio del paese. Questa rivolta, importante precisarlo, non è stata una rivolta prettamente antinazifascista, in quanto i tedeschi erano gia in fuga e la Calabria era ormai occupata dalle truppe americane. La rivoltà dei contadini di Caulonia fu l’effetto di decenni di soprusi perpetrati da parte dei grandi proprietari terrieri che utilizzavano metodi da latifondo e degli apparati del regime fascista che erano legati a doppio nodo con l’elitè degli agrari. Il territorio del paese Jonico è tra i più grandi per estensione nella provincia reggina e, all’epoca, era caratterizzato da attività di pascolo e altre attività agricole rendendo la questione della terra, a Caulonia come in tutto il resto del sud, di fondamentale importanza. La guida di questa piccola rivoluzione fu il sindaco, eletto a furor di popolo nel 44, Pasquale Cavallaro costretto al confino durante il ventennio e dirigente di spicco del PCI calabrese. Esso ebbe anche una breve esperienza da seminarista e conobbe anche Corrado Alvaro con cui passò parecchio tempo e con cui condivideva la passione per la scrittura. Il sindaco comunista ebbe un ruolo attivo nello spedire alle brigate partigiane del nord le armi che, in gran quantità, sbarcavano sulle coste calabresi ma, comunque, non si limitò a questo e si occupo dell’armamento e dell’organizzazione dei braccianti del territorio.

I fatti si svolsero in questa maniera: nel 44’ il prefetto di Reggio Calabria, a seguito della pressoché unanime volontà degli abitanti di Caulonia, nominò a sindaco del paese il compagno Cavallaro il quale, forte dell’appoggio dei braccianti e dei pastori del luogo, decise di portare avanti delle misure mirate a combattere il latifondo e a distribuire appezzamenti di terra coltivabile ai contadini. Questo provocò la reazione degli agrari e dei loro sgherri i quali, forti di vent’anni di connivenza con il regime, misero in atto un piano per fermare la lotta del popolo locale facendo arrestare, con un pretesto, dai carabinieri il figlio del sindaco e altri compagni colpevoli solo di essersi resi protagonisti e guida delle battaglie bracciantili. A seguito di questa provocazione, appoggiato dalle masse popolari fomentate dalla Resistenza ,quasi vittoriosa in tutta la penisola il sindaco ordinò l’insurrezione e liberò il figlio e gli altri compagni. Venne proclamata la “Repubblica Rossa di Caulonia”, la popolazione si organizzò in milizie popolari e si instaurò un tribunale del popolo deputato a fare giustizia di decenni di oppressione e sfruttamento. Il PCI appoggiò fin da subito la lotta dei contadini caulonesi e, addirittura, Stalin in persona, durante una trasmissione a Radio Praga, disse: ”ci vorrebbe un Cavallaro per ogni città”.

Fino a qui, verrebbe da dire, tutto bene ma la storia insegna che cosi non fu in quanto In Italia, chiaramente, non c’erano le condizioni per insorgere e quindi il destino della giovane repubblica era già segnato. A questo punto risulta centrale la figura del parroco del paese Don Gennaro Amato il quale rimase ucciso da una sparatoria eseguita da due compagni del sindaco. In realtà questo non fu un omicidio politico in quanto ,si scoprì più tardi, che il prelato del paese era l’amante della moglie dell’esecutore materiale dell’assassino il quale, emblematicamente, gli sparò ai genitali. Ovviamente Pasquale Cavallaro non c’entrò nulla con l’omicidio del prete di campagna ma questo episodio venne usato come casus belli per attaccare la nascente repubblica e reprimere la rivolta contadina. Nonostante per pacificare il clima ormai diventato incandescente Cavallaro si  dimise da sindaco, 1000 carabinieri e 200 poliziotti in assetto da guerra assaltarono il paese e arrestarono 350 persone sospettate di essere protagoniste della rivolta. Un mese dopo venne messo in atto un maxi processo ai militanti caulonesi, talmente grande da essere stato fatto in un pastificio adibito ad aula di tribunale. Il verdetto, grazie all’amnistia togliattiana, vide innocenti tutti gli imputati meno tre ovvero i due esecutori materiali dell’omicidio di Don Gennaro Amato e il compagno Cavallaro, ritenuto il mandante, tutti condannati a 8 anni di reclusione.

Ritengo fondamentale riportare alla ribalta le giornate di Caulonia e fare chiarezza sugli avvenimenti dell’epoca, a maggior ragione in questo momento in cui la resistenza partigiana viene messa sotto attacco da tutti fronti, esattamente come è fondamentale rompere tutti quei tabù che vedono la lotta di liberazione come un fenomeno semplicemente “nazionale” e interclassista o solo confinato al settentrione d’Italia. La Resistenza, purtroppo, è stata tradita e questo non è il paese per cui hanno lottato e sono morti migliaia di giovani: la contiguità della Repubblica democratica col passato regime era evidente fin dai primi anni. Per questo, a partire dal sud, dobbiamo ricordare chi è caduto e tenere sempre saldo in mente che dobbiamo portare a termine la missione che i partigiani hanno cominciato: costruire un Italia realmente libera e Socialista. ORA E SEMPRE RESISTENZA!

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