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Perché un giovane deve essere comunista?

di Alessandro Mustillo*

Il 21 gennaio del 1921 nasceva a Livorno il Partito Comunista d’Italia. A quell’esperienza tutti noi ci richiamiamo non solo idealmente, nella costruzione di una forte e radicata organizzazione giovanile comunista in Italia. Una consolidata affermazione di senso comune vorrebbe che oggi il comunismo sia una cosa vecchia, inattuale, parte della storia passata. Perché allora un giovane nel XXI secolo dovrebbe essere comunista?

Secondo una recente statistica 62 uomini più ricchi del mondo guadagnano metà delle ricchezze del pianeta, quanto tutto il resto della popolazione messa insieme, ossia circa 7 miliardi di persone. Dal 1921 ad oggi la disuguaglianza nel mondo non solo non è diminuita, ma è addirittura aumentata. Lo straordinario progresso scientifico, lo sviluppo dei mezzi di produzione hanno consentito un incremento della produzione che sviluppandosi sotto logiche capitalistiche, ha portato a concentrare la ricchezza in mani sempre più ristrette. L’aumento del peso della finanza che oggi vale decine di volte il pil mondiale, ha ulteriormente acuito questo contrasto.

Dal 1921 ad oggi è cresciuto enormemente il numero di lavoratori salariati, inglobando masse contadine e di piccoli artigiani, le principali concentrazioni produttive dominano la manifattura, una rete di partecipazioni azionarie pone le redini economiche del mondo intero nelle mani di qualche centinaia di multinazionali, che hanno ricchezze superiori a quelle di interni stati, influenzandone in modo dominante la politica.

Il capitale plasma a sua immagine e somiglianza il mondo. Distrugge qualsiasi barriera alla circolazione di merci e capitali, trasforma il pianeta in un immenso grande mercato in cui la forza lavoro si vende come le altre merci. Ovunque nascono alleanze internazionali di stati, aree di libera circolazione che si estendono sempre maggiormente. In questo mercato la disoccupazione, l’immigrazione di massa diventano strumenti funzionali al livellamento al ribasso dei diritti dei lavoratori. Un mercato unico, una regola unica: lo sfruttamento collettivo. Nei paesi europei la concorrenza esistenziale applicata in ogni ambito, diventa il grimaldello attraverso il quale restringere i diritti sociali trasformando anch’essi in fonte di profitto per i gruppi privati. Le stesse conquiste ottenute dal movimento operaio negli anni del dopoguerra nel mantenimento degli assetti capitalistici della società e delle sue istituzioni, vengono oggi cancellati. Un giovane di oggi non ha il diritto ad un’istruzione gratuità e accessibile indipendentemente dal reddito, non avrà un lavoro stabile, ma precario, non conoscerà le garanzie contro gli abusi, i soprusi, i licenziamenti che hanno avuto i nostri genitori, non avrà una pensione, un’assistenza sanitaria universale.

La nostra generazione nata nell’illusione delle magnifiche sorti del capitale, che nel 1989 prometteva un mondo di pace, progresso e prosperità, si trova oggi dinnanzi alla disoccupazione, alla precarietà, alla minaccia di nuove guerre che incombono sul presente e sul futuro più prossimo. Da venticinque anni assistiamo ininterrottamente ad interventi di natura imperialista in gran parte del mondo, con l’obiettivo di soggiogare interi popoli agli interessi del grande capitale. Una situazione che si acuisce con la competizione tra stati imperialisti, in cui la ricerca di nuovi mercati e il controllo delle risorse naturali porta a continui conflitti. Anche l’acqua diviene elemento per la contesta: la terra viene acquistata da grandi compagnie che la strappano ai piccoli coltivatori; i governi che si oppongono vengono annientati.

Nel mondo plasmato a immagine e somiglianza del capitale le contraddizioni di miliardi di sfruttati e un pugno di sfruttatori, trovano anche nella questione ambientale nuovi limiti e contraddizioni insanabili, che impongono un mutamento del modello di sviluppo, che impongono un cambio nella direzione del mondo. Un cambio che non può limitarsi ad una semplice redistribuzione ma che inevitabilmente deve mettere in discussione la proprietà dei mezzi produttivi.

Le forze politiche tradizionali allineate agli interessi monopolistici oggi non sono in grado di dare alcuna soluzione alla contraddizione principale della nostra epoca: quel conflitto tra capitale e lavoro, che nelle mutate forme esteriori della sua presentazione, mantiene inalterata la sua essenza reale, che anzi si acuisce e si polarizza. Oggi come nel 1921 le semplici lotte per la rivendicazione economica di migliori condizioni salariali, l’idea delle conquiste temporanee, non sono sufficienti a generare la soluzione definitiva del problema. Alla nostra generazione, di fronte a tutte queste sfide, sta il compito di portare avanti quel processo rivoluzionario che nel 1917 ha il suo inizio e che oggi, nonostante sconfitte e arretramenti, è ancora tanto attuale. Di fronte al mondo di oggi la domanda quindi non è perché un giovane debba essere comunista, ma cos’altro debba essere un giovane se non comunista.

*segretario nazionale FGC

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