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Multe e repressione allo Stadio Olimpico: ecco il calcio del capitale

*di Alessio Angelucci

Torna la repressione allo stadio olimpico di Roma, con multe salate per 5 tifosi romanisti durante la partita di Champions Roma Porto. Di che cosa sono colpevoli i malcapitati? Semplicemente di aver visto la partita lontani dal loro posto.

A circa un anno dall’introduzione delle barriere nelle curve romane, che hanno sancito la morte del tifo allo stadio Olimpico, torna anche lo spauracchio delle multe nel settore popolare romanista della Curva Sud. 130 euro di sanzione, non di certo “popolare”, data in mano ad Equitalia per chi non rispetta il proprio posto: questa la manovra funzionale alla dismissione del tifo organizzato chiaramente ostacolato dall’impossibilità peri tifosi di potersi spostare all’interno della curva.

Ma i romanisti non sono certo nuovi a questo tipo di trattamento, già lo scorso anno, in occasione della partita Roma Juventus, dopo l’ingresso coatto delle forze dell’ordine in Curva Sud per allontanare i tifosi fuori posto, erano piovute sanzioni sui tifosi colpevoli solo di voler organizzare cori e tifo come da anni fanno. Alle sanzioni poi seguirono le minacce, in caso di reiterarsi della violazione, di DASPO (divieto d’accesso a manifestazioni sportive).

Ma non solo multe e barriere affliggono la vita degli appassionati del calcio e del tifo. Il processo, che vediamo oggi culminare nelle sanzioni per il mancato rispetto del posto o nelle rilevazioni biometriche allo stadio, parte da lontano. In principio furono i primi divieti per l’uso di pericolosissimi tamburi o di velenosissimi fumogeni, che possono costare a un tifoso persino 3 anni di DASPO. Poi fu il turno dei biglietti nominativi, da lì a poco l’introduzione della famosa tessera del tifoso, una card per “fidelizzare i tifosi” più affezionati e garantire loro sconti sui biglietti. Dove stava la fregatura? Ogni card era associata ad un circuito bancario, ed ecco che i tifosi diventavano in realtà pedine per far fare profitto a qualche grande banca.

Regina assoluta delle manovre contro il tifo negli stadi è però la crescita spaventosa del costo dei biglietti. Oggi in Italia un padre per vedere una partita allo stadio in un settore popolare con i suoi due figli può pagare fino a 120 euro, senza contare il rischio delle multe qualora gli fossero assegnati posti distanti dai figli e decidesse ugualmente di vedere la partita con loro. Chiaramente non tutti sono in grado di sobbarcarsi costi così considerevoli: anche vedere la partita diventa un privilegio di classe.

È proprio il fattore economico la chiave di volta per la comprensione della mutazione nel calcio italiano del rapporto tra società sportive, istituzioni e tifosi. È evidente che le società sportive siano mosse dalla regola che sta alla base del capitalismo: massimizzare i profitti. In un contesto in cui l’evento sportivo, e la gestione stessa della società di calcio, diventa un’occasione per il profitto non c’è più alcuno spazio per i sentimenti. Perché un presidente dovrebbe garantire dei prezzi popolari a un settore che organizza uno spettacolo “romantico” come il tifo o una coreografia, quando potrebbe letteralmente sostituire quei tifosi con altri di estrazione sociale più alta, pronti a sborsare più soldi e a consumare di più? Per nessun motivo secondo le logiche del mercato.
Certamente i tifosi più caldi obietteranno che il tifo e la fedeltà dei settori popolari garantiscono un valore aggiunto al calcio; non funziona così però quando un giovane proletario, pur pagando il prezzo del biglietto non è disposto a cenare al ristorante interno allo stadio o a comprare ogni anno a cifre esorbitanti la nuova maglia della propria squadra. È evidente che oggi per le società di calcio i tifosi non propensi al consumo dell’evento calcistico hanno minor dignità.

E nella direzione della difesa degli interessi dei padroni del calcio si muovono i vari organismi statali, esistenti non per tutelare gli interessi delle classi popolari, ma per tutelare il profitto di chi col calcio ci guadagna, e quindi ben disposti a cacciare a suon di manovre repressive i tifosi dei settori popolari dagli stadi.

Di fronte al progetto di eliminazione dei settori popolari e dei tifosi più accesi, a tutti quei ragazzi che hanno sempre animato le curve italiane e che ora vengono messi ai margini non resta che lottare. Lottare con la consapevolezza che il calcio di oggi è il calcio del capitale, e che la battaglia per tornare a tifare deve essere condotta di pari passo con le battaglie dei lavoratori, degli studenti e dei disoccupati, contro quei padroni, che dentro e fuori dal mondo del calcio, hanno dichiarato  da tempo guerra alle classi popolari.

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