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«In questa scuola non ci sono poveri». Una fotografia della scuola italiana.

«Iscriviti da noi, non ci sono poveri, stranieri o disabili»: ecco lo spirito con cui le scuole più “prestigiose” si fanno pubblicità tra i genitori per incentivare le iscrizioni. È quanto emerge dai Rapporti di Autovalutazione (RAV) con cui ogni anno gli istituti descrivono le loro principali caratteristiche. A suscitare la polemica, che in questi giorni riempie le pagine dei principali quotidiani nazionali, sono le osservazioni che accomunano numerose scuole bene dei capoluoghi italiani, che vantano appunto l’assenza di studenti in difficoltà economiche e sociali come elemento positivo per l’apprendimento.

Nonostante i giornali abbiano riportato soltanto i casi più clamorosi del “Parini” di Milano, del “Visconti” e “Falconieri” di Roma e del “D’Oria” di Genova – tutte scuole centralissime e frequentate prevalentemente dai figli della media-alta borghesia – sono numerose le segnalazioni in diverse regioni d’Italia, a confermare questa tendenza generale.

Dal canto loro, i presidi parlano di “gigantesco equivoco” con riferimento a quanto riportato dai giornali, e hanno subito accampato scuse per smarcarsi dall’ingombrante vicenda. Tra i dirigenti scolastici c’è chi lamenta una strumentalizzazione di frasi “necessariamente sintetiche”, che avevano come unico scopo quello di descrivere la realtà del proprio istituto. Un tentativo di giustificarsi che a ben vedere non cambia minimamente la sostanza: non si tratta semplicemente di uscite infelici, ma della conferma delle profonde disuguaglianze che esistono nell’ambiente scolastico e che tendono ad acuirsi. Non è l’atteggiamento dei presidi ad essere classista o discriminatorio, ma la realtà stessa!

Da diversi decenni ormai le politiche dei governi in materia di istruzione promuovono l’idea che le scuole debbano offrire un servizio alle famiglie e agli studenti. Un servizio che varia da un istituto all’altro, a seconda della “capacità” da parte delle singole strutture di stipulare accordi con aziende e centri di formazione, di inserire nell’offerta formativa il numero maggiore di progetti – nella maggior parte dei casi a pagamento -pur di elevare all’esterno il nome della scuola stessa. A questo scopo è stata introdotta la cosiddetta autonomia scolastica, e per la stessa ragione la Buona Scuola ha premuto così tanto sull’aziendalizzazione della scuola pubblica. La realtà che il sistema educativo italiano vive in questo momento è di una competizione sfrenata tra gli istituti sotto la guida dei rispettivi presidi-manager, con l’obiettivo di attrarre iscrizioni e accrescere il prestigio di alcune scuole a discapito delle più svantaggiate.

La conseguenza di questa dinamica è una polarizzazione crescente tra le scuole di “serie A”, frequentate da studenti benestanti, e le scuole “di serie B” per i figli dei lavoratori e delle fasce meno abbienti. Nelle grandi metropoli capita molto spesso che gli licei del centro rientrino nella prima categoria, beneficiando di attenzione, fondi e sostegno; nel frattempo le scuole dei quartieri popolari e di periferia faticano a garantire la continuità didattica agli studenti, a causa dei diffusi problemi di edilizia e per la mancanza di finanziamenti adeguati.

L’istruzione viene così snaturata e piegata alle logiche perverse di questo sistema, basato sul profitto a tutti i costi. Il diritto a un’educazione completa e di qualità viene sistematicamente negato alla maggioranza degli studenti italiani, mentre una fascia sempre più ristretta di giovani ricchi possono comprarsi una formazione di alto livello grazie alle loro possibilità economiche. La scuola perde in questo modo ogni scopo di crescita collettiva ed elevazione complessiva della società, riducendo a semplice merce acquistabile la cultura e l’educazione di base che andrebbero garantite a tutti.

Nelle frasi impietose di questi presidi, che in questi giorni stimolano un forte dibattito a livello nazionale, in realtà si riflette la scuola di classe che i governi hanno costruito in questi anni. Una scuola in cui le disuguaglianze aumentano e ogni forma di merito è strettamente legata alle disponibilità economiche; un sistema educativo sempre più improntato a valorizzare le competenze per formare giovani dequalificati e ricattabili, flessibili sul lavoro e disposti a mille sacrifici. C’è poco da stupirsi se le scuole dei ricchi ci tengono a preservare il loro ecosistema fatto di invidia, snobismo e ambizione marcia. A ben vedere, quello che i presidi hanno scritto senza tanti scrupoli è la realtà che gli studenti in lotta da anni denunciano e combattono, con le proteste contro la scuola di classe e l’indirizzo dei governi.

Questa vicenda deve renderci ancora più coscienti della necessità di rovesciare il tavolo di questo gioco truccato, lottando per una scuola che sia al servizio dei lavoratori e della società nel suo complesso, anziché uno strumento per il profitto dei padroni e delle multinazionali. Essere consapevoli della realtà che interessa la scuola italiana significa anche dire apertamente che gli studenti non sono tutti uguali, e che questo sistema educativo riflette e approfondisce il divario tra le classi sociali.

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