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Felice Cascione, storia di un partigiano e della sua canzone

“Perché essere l’avvenire e poter rischiarare la strada come nella tenebra il raggio di sole non è sacrificio” F. Cascione

La storia ha distorto la memoria di Felice Cascione: il giovane comunista, medico, comandante di brigata garibaldina e autore di “Fischia il vento” viene ricordato (per lo più a livello locale) banalmente come eroe nazionale, come esempio del senso civico e dell’amore incondizionato per l’umanità, spesso concentrandosi sulla sua fede religiosa. Questi elementi, seppur veri, importanti e presenti (d’altronde “Un vero rivoluzionario è guidato da un grande sentimento d’amore: amore per l’umanità, amore per la giustizia e per la verità”), sviliscono la completezza di quello che fu un combattente comunista, formato al marxismo-leninismo, che ebbe sempre chiara la consapevolezza che lotta al fascismo non sarebbe mai stata completa senza la distruzione del sistema di disuguaglianze e sopraffazioni del capitalismo.

E’ quindi ora di strappare la sua figura alla storiografia borghese e riappropriarci della memoria e dell’esempio di chi dedicò la vita all’ideale di una società differente, di chi lottò e morì per un’Italia giusta, un’Italia socialista.

La gioventù e l’avanguardia

Felice Cascione
Felice Cascione

Felice Cascione nasce nel 1918 a Porto Maurizio ad Imperia. Orfano di padre, viene educato dalla madre, insegnante di scuola elementare, agli ideali socialisti in un Italia che stava vedendo la crescita e l’inasprimento del fascismo. L’adesione al PSI e il noto antifascismo, avevano reso la madre invisa al regime che, oltre a controllarla, frequentemente la sospendeva dal lavoro o la trasferiva nei centri abitati di montagna più remoti. Le difficoltà economiche non impediscono a Cascione di ottenere la maturità classica nel 1936. Nel 1938 aderisce al clandestino Partito Comunista d’Italia. Giacomo Castagneto, allora segretario della sez. di Imperia e poi commissario politico, racconta che in quegli anni la quantità di giovani avversi al fascismo era notevole: “Questi giovani studenti di cui ho parlato provavano una profonda avversione per il fascismo, ma non avevano un’idea chiara di quello che avrebbe dovuto sostituirlo”. L’operato di Cascione si fa immediatamente indispensabile: la stampa clandestina di volantini e la loro distribuzione, l’organizzazione di incontri segreti con quei ragazzi riesce a dare una direzione a quell’avversione: in breve, si avvicinano al partito diversi studenti, operai, marinai e militari sotto i venticinque anni. Saranno poi loro a seguire Cascione sui monti formando la sua brigata. E’ importante fissarsi su questo punto che la storia tenta di cancellare: Cascione fu un esempio di piena militanza comunista. Non solo perché giocherà un ruolo importante nella Resistenza e perché ne diventerà un simbolo alla morte, ma perché il suo agire inizia con la formazione e l’agitazione dei coetanei, nel farsi avanguardia, nel creare i presupposti di coscienza che poi sfoceranno nella lotta armata. Scrive: “Noi acceleriamo la corsa al giorno fatale della lotta”. La certezza di trovarsi “dal lato corretto della Storia”, la consapevolezza della necessità di un cambiamento radicale sarebbero rimasti concetti poco più che vuoti, sogni, se come Cascione decine di altri giovani comunisti non avessero operato nella sua stessa direzione prima dell’8 settembre. Senza un simile lavoro di preparazione l’inizio della Guerra di Liberazione non avrebbe trovato quel numero di comunisti pronti a combatterla.

Questo è il compito che noi, che prendiamo in mano l’eredità della Resistenza, dobbiamo svolgere nel nostro tempo. Alla corsa del treno della storia non basterà il carburante della nostra forza, ma sarà necessario aver prima preparato i giusti binari. Essere presenti con le nostre lotte quotidiane nelle scuole e nelle università, nei luoghi di lavoro e di svago, dialogare con i nostri coetanei, è il modo che noi abbiamo per “accelerare la corsa”. A chi pensa sia troppo difficile, inutile o insufficiente, si ricordi che questa fu l’azione che compirono i nostri compagni mentre venivano oppressi dal regime e che fu questa azione a porre le basi della Resistenza.

L’antifascismo e la militanza comunista: un medico per l’Italia

Lo stesso tipo di attività Cascione la svolgerà dopo il suo arresto, avvenuto in seguito alla manifestazione che si tenne ad Imperia dopo il 25 luglio ’43 per la deposizione di Mussolini. Durante i suoi venti giorni di carcere, trasformerà la sua cella in una vera e propria scuola di partito, sempre più convinto che la lotta al fascismo sarebbe dovuta essere lotta armata.

Intanto nel 1942 si era laureato in medicina all’Università Alma Mater di Bologna ed era tornato ad Imperia per aprire uno studio dove veniva offerto servizio medico gratuito alla famiglie operaie.

La vocazione alla medicina, intesa da lui come cura degli ammalati “nel fisico” sarà compagna di Cascione durante il periodo della resistenza tanto che il suo nome di battaglia diverrà appunto “U Megu”, il medico in dialetto ligure. Si sono raccolte negli anni molte testimonianze degli abitanti dei piccoli villaggi dell’entroterra imperiese che Cascione era solito visitare per prestare soccorso medico gratuito. Queste storie, che hanno contribuito a creare nel ponente ligure il mito del “Che Guevara di Imperia”, sono state altrettanto utilizzate per oscurare il ruolo politico che ebbe “U Megu”. In una lettera che scrisse al segretario Castagneto, passata alla storia come suo “testamento spirituale”, spiega di essere giunto alla conclusione che il momento storico richieda il suo operato più nel curare la malattia che affliggeva l’Italia che nella medicina vera e propria. Il termine che poi usa, scusandosi per il filosofeggiare, di “ammalati nello spirito” per descrivere gli italiani non va inteso come la narrazione borghese ha fatto in questi anni. La malattia era quel sistema di sopraffazioni e disuguaglianze, di oppressione e controllo delle masse popolari, quel sistema ideologico che aveva prodotto il fascismo: il capitalismo.

Una malattia che aveva in effetti anche intaccato lo “spirito” delle persone. L’accettazione, la normalizzazione e la convivenza delle masse con i crimini che quotidianamente il fascismo commetteva, erano passate attraverso l’indifferenza. E’ un’indifferenza che troviamo anche oggi, una pericolosa accettazione delle ingiustizie sociali che anni di preciso lavoro politico hanno fatto permeare anche fra la gioventù, storicamente più refrattaria a questi fenomeni. Quando si sente dire che viviamo nel “migliore dei sistemi possibili” ci appare allora ancora più chiara la direzione che deve avere il nostro ruolo di Avanguardia: accettare oggi quelle stesse ingiustizie e quelle oppressioni, è tradire la Resistenza. Certo, non viviamo più i soprusi del fascismo e la violenza immediata è meno appariscente. Ma un Paese in cui l’istruzione è un lusso e così lo è la salute, dopo che miliardi di tagli alla sanità ci hanno resi incapaci di gestire quest’emergenza sanitaria che si è abbattuta con più forza proprio sulle classi popolari, è forse un Paese giusto?

La Resistenzafelice-cascione

La comunicazione dell’armistizio nell’8 settembre 1943 è il segnale che Cascione e i suoi compagni aspettavano: entro sera il primo manipolo  è già salito in collina a preparare la risposta armata al nazifascismo. Ricevuto il ruolo di comandante da Pajetta, sotto la guida politica di Castagneto, la brigata di Cascione inizia una serie di numerosi e vittoriosi scontri contro le camicie nere. Altro importante elemento che la storia tende a dimenticare quando dipinge U Megu come un eroe civile, è l’importanza che egli attribuiva alla formazione politica dei compagni anche durante la guerra. Tonino Simonti, compagno di Cascione deceduto lo scorso anno, racconta di come ogni notte venissero discussi attorno al fuoco Il Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels e alcuni scritti di Lenin che Felice portava sempre con sé insieme agli strumenti medici e al fucile. Al netto della versione che si racconta su di lui, questa testimonianza è un dato prezioso che dimostra, contro ogni possibile revisionismo, l’appartenenza ideologica di Cascione all’ideale comunista e, contemporaneamente, un importante esempio per noi di come teoria e prassi siano assolutamente inseparabili nella lotta.

Fischia il Vento

La stesura di Fischia il Vento è ammantata da un velo di romanticismo. E’ sempre Simonti a raccontare che avvenne in una notte d’autunno, fuori da uno dei casoni in cui riposava la brigata durante la notte, sui pendii delle colline dell’entroterra ligure. Ogni frase venne scritta sull’effettivo dolore (il vento, le scarpe rotte…) che sentivano i compagni in quel momento, per unire in un inno le lotte partigiane di tutta Italia.

La notte di Natale del 1943, gli abitanti di Curenna, un piccolo villaggio sui monti sopra Imperia, trovarono Cascione e la sua brigata all’uscita della chiesa: in quel momento fu cantata “Fischia il vento” per la prima volta.

La canzone, che oralmente si diffuse poi in tutto il nord Italia, è stata diverse volte modificata.

Testo originale dattiloscritto del Fischia il Vento con modifiche a penna
Testo originale dattiloscritto di Fischia il Vento con modifiche a penna

Un esempio è la celebre frase “ormai sicura è la dura sorte/ del fascista vile e traditor” che però non troviamo nel testo originale che riporta “ormai sicura è la nostra sorte/ contro il vil che ognora noi cerchiam”. A prima vista una differenza minima, essenzialmente solo lessicale, che invece mostra una comprensione limpidissima del fascismo e ci permette un’ultima riflessione: si può effettivamente parlare di tradimento quando si parla di fascismo? Quando si parla del fascismo, si parla di un movimento che fin dai suoi albori non ha fatto altro che difendere gli interessi dei padroni nel momento in cui rischiavano di essere messi in discussione dal nascente movimento operaio. In che cosa allora il fascismo avrebbe tradito le classi popolari, se è nato con la precisa intenzione di reprimerne gli ideali di libertà e giustizia sociale? Una parte della narrazione del dopoguerra che tenta di mostrare un fascismo originario come carico di elementi di rottura rispetto al capitalismo commette un gravissimo atto di falsificazione storica, mossa dal desiderio di una qualche riabilitazione del fascismo. Questo non possiamo permetterlo. Cascione, quando scrisse “Fischia il Vento” voleva scrivere un inno per tutti i partigiani, ma non solo: voleva un inno a un’Italia diversa, un’Italia sulla quale sventolasse la bandiera rossa, nata dal sangue dei partigiani, e che niente avesse a che vedere né col cane fascista né col padrone che ne teneva il guinzaglio.

La morte e l’eredità

Cascione fu ucciso il 27 gennaio 1944, a ventiquattro anni da un attacco in forze delle brigate nere. Venne portato agli appostamenti partigiani guidati da un tale Dogliotti, un fascista che era stato catturato in seguito a una battaglia che Cascione aveva rifiutato di giustiziare e che era riuscito a fuggire. Uccidere un uomo disarmato era quanto di più lontano ci fosse dal suo concetto di essere medico ma, soprattutto, era convinto che Dogliotti, come tutti gli altri giovani che combattevano per il regime, potessero essere educati ai valori per cui combatteva la Resistenza. Era consapevole, infatti, che se tanti giovani ingrossavano le fila del regime era perché quella era l’unica educazione che avevano ricevuto e che tanti di loro combattevano costretti. Anche questa vicenda fu usata dalla storia per stemperare il valore di Cascione come partigiano comunista. Al contrario, anche da questo atto emerge la profonda consapevolezza del ruolo di un giovane comunista: indicare la via ai propri coetanei. D’altronde fu Vittorio Mallozzi a scrivere “Noi non facciamo la guerra al popolo italiano, ma al fascismo che lo aveva ingannato e continua a ingannarlo”. Un episodio che, però, ci testimonia a quali rischi si potessero esporre intere brigate partigiane nel graziare repubblichini e spie.

Cippo che ricorda Felice Cascione nel luogo della sua morte al Santuario della Madonna del Lago, nel comune di Alto (CN)
Cippo che ricorda Felice Cascione nel luogo della sua morte al Santuario della Madonna del Lago, nel comune di Alto (CN)

Con l’uccisione di Cascione, un così noto e rispettato comandante, le milizie nazifasciste credevano di essere riuscite a fermare la Resistenza nel ponente ligure. Non fu così. Quando la notizia si sparse, decine di giovani scelsero di prendere la strada dei monti e di unirsi a quella brigata che prenderà il suo nome “Brigata Felice Cascione” continuando a combattere fino alla vittoria.
Fra questi, vi era Italo Calvino che scriverà alla fine della guerra “Non fu vano il tuo sangue Cascione, primo, più generoso e più valoroso di tutti i partigiani. Il tuo nome è leggendario, molti furono quelli che infiammati dal tuo esempio s’arruolarono sotto la tua bandiera”.

*a cura della Fed. Umbria del FGC

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