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«Abbiamo un nemico comune». La lezione antimperialista di Thomas Sankara

di Ivan Boine

La figura di Thomas Sankara, presidente marxista del Burkina Faso, è ancora troppo poco conosciuta in Italia. Il suo operato politico è sintetizzabile con queste poche parole: lotta contro l’imperialismo. Se per questa ragione è stato soprannominato “Che Guevara africano”, l’esperienza di Sankara e il processo rivoluzionario avviato in Burkina Faso[1] meritano un’analisi approfondita per il contributo che hanno dato alla causa antimperialista e per l’emancipazione economico-sociale dell’Africa dalle multinazionali e dalle grandi imprese straniere. A riconoscimento di questo contributo vi è la reazione dell’imperialismo: il 15 ottobre 1987, quattro anni dopo la sua elezione, sarebbe stato assassinato in un colpo di Stato organizzato dal suo amico e commilitone Blaise Campaoré, con l’appoggio di Francia e Stati Uniti. Per ovvie ragioni non è questa la sede di approfondire l’intera esperienza di Sankara. Ci limiteremo, infatti, a guardare alcuni elementi di grande attualità per comprendere l’origine dell’attuale situazione dell’Africa sub-sahariana (per quanto non sia omogenea), che racchiude le cause del fenomeno dell’emigrazione di massa che vede l’Europa meridionale – Italia in testa – protagonista come paese di arrivo.

La rivoluzione burkinabè: la lotta contro la dominazione economica e culturale

Thomas Sankara diventò Presidente dell’Alto Volta (poi Burkina Faso) dal 1983 al 1987, a seguito di un’insurrezione popolare che sostenne l’azione del Regroupement des Officiers Communistes (ROC, Gruppo degli Ufficiali Comunisti) da lui guidato. L’obiettivo – portato a termine – era il rovesciamento del governo del comandante Ouédraogo, ultimo di una serie di presidenti che avevano fortemente tutelato gli interessi delle aziende francesi operanti nel paese. Il processo rivoluzionario fu portato avanti con l’istituzione del Consiglio Nazionale della Rivoluzione e dei Consigli di Difesa della Rivoluzione (subito dopo il 4 agosto ’83). Questi ultimi erano organi creati per coinvolgere direttamente i lavoratori e tutta la popolazione nella gestione del potere. La rivoluzione che il popolo dell’Alto Volta stava realizzando era «democratica e popolare». Il carattere democratico, secondo il ragionamento di Sankara, derivava dal suo primo obiettivo: «eliminare la dominazione imperialista e lo sfruttamento; ed epurare le aree rurali da tutti gli ostacoli sociali, economici e culturali che le tenevano in uno stato di arretratezza». Il carattere popolare derivava dalla «piena partecipazione delle masse voltaiche alla rivoluzione e dalla loro ampia mobilitazione attorno alle parole d’ordine democratiche e rivoluzionarie che esprimono concretamente i loro stessi interessi in opposizione a quelli delle classi reazionarie alleate con l’imperialismo»[2].

Emergono da subito due aspetti interessanti. Innanzitutto, il popolo dell’Alto Volta si sollevava contro l’imperialismo – e quindi le multinazionali e le grandi aziende francesi e americane – e contro la borghesia nazionale che aveva permesso un rapporto che Sankara – così come molti leader africani – definiva “neocoloniale”[3] tra il paese e le potenze occidentali, Francia per prima. Si tratta di un passaggio fondamentale: non si tratta di una generica “liberazione dallo straniero” ma di una “rivoluzione contro gli sfruttatori”, al di là della loro nazionalità. In secondo luogo, la partecipazione diretta delle masse era un elemento fondamentale affinché ci fosse una presa di coscienza della propria condizione e delle proprie possibilità.

Tutta l’esperienza del Consiglio Nazionale della Rivoluzione si orientò seguendo queste direttrici. I primi passi, strettamente collegati, furono la campagna di vaccinazioni di massa e la creazione di una rete di assistenza sanitaria pubblica; a seguire venne la battaglia per l’alfabetizzazione, in un processo educativo che teneva conto di tutte le attività sportive e culturali. Per sconfiggere la malnutrizione, a ogni cittadino vennero garantiti due pasti e cinque litri d’acqua al giorno. Dal punto di vista economico, fu fondamentale la redistribuzione delle terre ai contadini, la costruzione di infrastrutture necessarie per avviare un processo di industrializzazione del paese, in particolare attorno alle miniere (che vennero nazionalizzate). Tutte le politiche economiche erano indirizzate al rifiuto delle ricette neoliberiste del Fondo Monetario Internazionale. Nel luglio 1987, in un celebre discorso alla riunione dell’Organizzazione per l’Unità Africana, spiegò il ricatto del debito estero con cui si instaurava la subordinazione totale dei paesi africani ai paesi di origine delle grandi imprese che investivano in Africa.

Iniziò una lotta contro il lato culturale dell’imperialismo, cercando di abbattere tanto i retaggi della dominazione coloniale quanto i valori del capitalismo. Avvenne, in quest’ottica, il riconoscimento formale dell’assoluta parità tra i sessi con l’obiettivo dell’emancipazione della donna. Si trattava di un processo progressivo, lungo e non facile, che mirava allo sradicamento della cultura patriarcale nata dall’unione delle tradizioni tribali con l’Islam e il cattolicesimo. IL CNR abolì sia la pratica dell’infibulazione sia quella della poligamia, avviò poi una campagna contro la prostituzione per sottrarre migliaia di donne a una condizione di schiavitù fisica e psicologica, favorendo percorsi di formazione e inserimento nel mondo del lavoro. L’8 marzo 1987 affermava che «le promesse della rivoluzione sono già una realtà per gli uomini. Ma per le donne sono solamente parole. Ciononostante, l’autenticità e il futuro della nostra rivoluzione dipendono dalle donne»[4].

L’attualità della lezione antimperialista di Sankara

L’assassinio del presidente Sankara dimostra come il grande capitale non si faccia scrupoli di fronte a processi politici che mettono in discussione il profitto privato. «Aiutiamoli a casa loro» è uno slogan che valeva già negli anni Ottanta, a patto che “a casa loro” la classe lavoratrice africana non alzasse la testa contro il sistema capitalistico. Lo abbiamo visto anche di recente, sempre in Burkina Faso, quando nel 2015 un golpe restauratore ha reso nulla la “transizione alla democrazia”, avviata dopo la mobilitazione popolare del 2014 che aveva posto fine al decennale regime di Campaoré. Tutt’oggi restano invariati nei paesi africani, e in particolare in quelli più poveri come il Burkina Faso, quei rapporti di subordinazione economica che riempiono le tasche dei monopoli stranieri e della borghesia locale, che sono alla base delle migrazioni di massa del nostro tempo.

Dal 1987 poche cose sono cambiate. Se sicuramente è avvenuto un generale processo di sviluppo economico in diversi Stati africani, «Aiutiamoli a casa loro» non è solo uno slogan della destra sovranista[5], ma una linea politica in cui si inseriscono i vari appelli a un “Piano Marshall per l’Africa”. Il 2020 ha confermato questa linea. La Commissione Europea, con una comunicazione congiunta all’Europarlamento e al Consiglio europeo[6], ha ribadito l’interesse dell’UE a rinsaldare i rapporti con l’Unione Africana, all’interno di una competizione inter-imperialistica che attualmente la vede in una posizione per nulla secondaria rispetto a USA e Cina. Dietro a una retorica infarcita di “diritti umani”, “lotta alla povertà” e “sviluppo sostenibile”, i grandi monopoli – e i paesi a cui fanno riferimento – si apprestano a una nuova competizione per fare profitti sulla pelle della classe lavoratrice e delle masse popolari dell’Africa. Settore di maggiore scontro sarà sicuramente la green economy, con la Commissione Europea che individua nel Green Deal europeo una base delle politiche da estendere all’Africa.

La pandemia globale ha dimostrato come i governi dei paesi capitalisti gestiscono la crisi economica in favore degli interessi del grande capitale. In questo contesto rientrano gli impegni della Commissione Europea a intensificare i rapporti tra Europa e Unione Africana, per garantire nuovi mercati e posizioni più favorevoli al capitale europeo (tutt’altro che compatto). In questa direzione si muove anche il governo PD-M5S-LeU, con il Ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, che pochi giorni fa ha dichiarato: «Dobbiamo difendere gli italiani e gli interessi italiani in maniera diversa: il Mediterraneo di oggi non è quello anche soltanto di 3 anni fa: ci vuole una nuova visione, una nuova presenza» (la Repubblica[7]). Si preannuncia quindi un’intensificazione della presenza militare italiana nel Mediterraneo[8], che dietro la retorica della sicurezza cela una tutela ulteriore degli interessi dei grandi monopoli italiani, come l’ENI. Di fronte a questa situazione dimostrano la loro grande attualità queste parole di Thomas Sankara: «Le masse popolari in Europa non sono contro le masse popolari in Africa. Ma quelli che vogliono sfruttare l’Africa sono gli stessi che sfruttano l’Europa. Abbiamo un nemico comune»[9].

[1] Burkina Faso è il nome che il governo di Sankara diede nel 1984 all’Alto Volta. In lingua more e in lingua bambara, le più diffuse nel paese, significa “terra degli uomini integri”.

[2] Tutti i virgolettati sono tratti da Sankara Thomas, Thomas Sankara Speaks. The Burkina Faso Revolution 1983-87, raccolta di discorsi a cura di Prairie Michel, Pathfinder Press, New York, 2007, p.91. Traduzione a cura della redazione di Senza Tregua.

[3] Un’osservazione critica sarebbe necessaria sulla categoria del neocolonialismo. A nostro avviso si tratta di una categoria impropria, poiché il moderno potere imperialista è caratterizzato proprio dal fatto del non necessitare il controllo politico diretto del territorio nella forma della colonia. Non si tratta dunque di un nuovo colonialismo, ma dell’imperialismo nella sua forma più moderna e sviluppata.

[4] Ibid. p.337. Traduzione a cura della redazione di Senza Tregua.

[5] Ad esempio, Rapporti Europa-Africa, ‘aiutamoli a casa loro’ in versione Merkel – Il Fatto Quotidiano

[6] Testo in italiano IMMC.JOIN%282020%294%20final.ITA.xhtml.1_IT_ACT_part1_v2.docx (europa.eu)

[7] Fonte La svolta di Guerini: ora più navi italiane nel Mediterraneo – la Repubblica

[8] Per approfondire la situazione nel Mediterraneo centro-orientale Sui pericolosi sviluppi nel Mediterraneo Orientale – Senza Tregua

[9] Sankara Thomas, Thomas Sankara Speaks. The Burkina Faso Revolution 1983-87, cit., p. 378.

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