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I giovani alla fondazione del PCI. Riflessioni sulle nuove generazioni e la ricostruzione comunista oggi

di Paolo Spena (segreteria nazionale FGC)

Alla nascita del Partito Comunista d’Italia, 100 anni fa, un ruolo fondamentale fu giocato dai giovani. L’allora federazione giovanile socialista votò in massa l’adesione al nuovo partito e all’Internazionale Comunista, cambiando nome in federazione giovanile comunista. La rottura politica, ideologica e organizzativa con la socialdemocrazia, che portò alla nascita del movimento comunista, in Italia e in molti paesi fu anche una rottura tra due generazioni di militanti. La spina dorsale del nuovo partito comunista era composta da dirigenti che a malapena superavano la soglia dei 30 anni. Basterebbero questi dati, che saranno approfonditi in questo articolo, a fornire buone ragioni per convincerci dell’importanza di riflettere oggi sul ruolo della gioventù e sul peso che assumono una serie di questioni di natura generazionale.

Prima di ricostruire – almeno in parte – questo aspetto spesso dimenticato della storia della nascita del PCd’I, vale la pena fare alcune premesse di metodo, per fugare ogni fraintendimento sull’utilizzo di termini come gioventù, generazioni, questioni giovanili, lotta generazionale. Su questo argomento sono davvero utili le riflessioni di Pietro Secchia sulle nuove generazioni, scritte negli anni in cui, emarginato politicamente dal PCI in cui aveva contestato l’indirizzo togliattiano, si chiedeva quali dovessero essere i compiti dei comunisti nei confronti dei grandi movimenti giovanili di contestazione che animavano gli anni ’60 e ’70.

«In questi anni, nell’esame dei contrasti e dei dibattiti tra giovani e anziani c’è chi ha discettato sul fatto se si possa parlare di lotta di classe o di conflitti tra generazioni, quasi ché l’una cosa si contrapponga all’altra. La forza motrice della società è senza dubbio la lotta di classe, ma esistono pure le generazioni e i conflitti tra generazioni che si inseriscono e si fondono nella lotta di classe. Non si può a parer mio opporre la lotta di classe alla lotta tra generazioni. Ritengo che, nell’esame dei grandi movimenti che in ogni epoca diedero una spinta alla società, l’elemento fondamentale sia stato la lotta di classe che si esprimeva anche (il corsivo è mio, nda) in un conflitto tra generazioni diverse»[1].

La lotta di classe si è espressa anche nella lotta tra generazioni. Questa intuizione non va fraintesa attribuendovi il significato che i giovani sarebbero una classe, cosa che evidentemente non è vera. Ma questo è lo stesso Secchia a precisarlo: «La gioventù evidentemente non costituisce una classe. I giovani operai e i giovani contadini, così come i figli degli industriali, sono in genere legati alla propria classe. Ma i giovani hanno alcune altre caratteristiche comuni che li pongono in una posizione particolare, sia nelle scuole che nella produzione, e verso i loro compagni adulti. Non sono una classe, ma costituiscono un gruppo sociale con caratteristiche proprie, interessi ed elementi comuni»[2].

Un ulteriore spunto viene fornito da un significativo intervento di Palmiro Togliatti nel Comitato Centrale del PCI riunito nel giugno 1961, in cui si discuteva delle questioni giovanili e dei compiti della FGCI, definisce la generazione come «il periodo in cui si attua una svolta nell’orientamento delle masse giovanili»[3]. È un passaggio importante, che anche Secchia riprenderà nelle sue riflessioni agli inizi del decennio successivo. Secondo questo approccio, è chiaro che quando si parla del passaggio da una generazione a un’altra non si sta parlando del susseguirsi dei decenni o di altre unità di misura del tempo, ma di categorie che hanno una connotazione politica e sociale. «Si può parlare di una generazione nuova quando si manifestino nell’orientamento ideale e pratico degli uomini e delle donne che si affacciano come giovani alla vita, determinati elementi omogenei e nuovi che si sono accumulati per il maturare di nuovi problemi»[4]. Molti esempi nel ragionamento di Togliatti vengono dalla storia: l’alternarsi nella Francia a cavallo tra diciottesimo e diciannovesimo secolo di generazioni “napoleoniche” e generazioni “antinapoleoniche”, le differenze osservabili in Italia tra la generazione del Risorgimento e quella successiva, e così via.

Quello su cui è utile aprire anche oggi una riflessione, insomma, è il peso delle questioni generazionali non già nella dimensione più immediata della lotta di classe, ma in quella delle trasformazioni accompagnano una fase storica. Il conflitto tra gli operai e i loro padroni non ha nulla di generazionale, evidentemente. Ma spesso la dialettica della storia, che a decenni che hanno il peso di un solo giorno vede contrapporsi giornate che da sole valgono un decennio, si manifesta anche in bruschi mutamenti nell’orientamento delle diverse generazioni. Proprio la comprensione di questo meccanismo, che si può ritrovare anche nel dibattito interno al movimento comunista degli ultimi anni e che ebbe un peso non secondario nella nascita dei partiti comunisti, e del PCd’I in particolare, torna utile per le riflessioni che seguiranno.

Il giovane esercito dei leninisti alla fondazione del PCd’I

È un verso di una poesia di Majakovskij riferita alla gioventù nella Russia rivoluzionaria, ma ben si presta a descrivere il carattere di ciò che accadeva in quegli anni di fermento in tutta l’Europa. In molti paesi, e in Italia in particolare, la pulsione al rinnovamento proviene proprio dalla gioventù, esprimendosi nei partiti socialisti già dai primi anni della guerra.

I giovani socialisti sono tendenzialmente contrari alla guerra, e mal sopportano la retorica della “difesa della patria” che aveva portato le socialdemocrazie europee a sostenere i governi della borghesia accettando che milioni di lavoratori e contadini fossero trascinati a morire nelle trincee della Grande Guerra. Negli anni successivi, quelli della guerra di logoramento, sono sempre i giovani che, percependo lo stato di diffusa insofferenza delle masse nei grandi centri urbani e industriali, sotto pressione da anni per sostenere lo sforzo bellico, affermano la necessità di rompere gli indugi con un’azione più risoluta contro la guerra imperialista. Non erano posizioni scontate, perché fare propaganda per la pace in tempo di guerra significa essere accusati di essere sabotatori, traditori e agenti del nemico. Le socialdemocrazie europee, con la fondamentale eccezione dei bolscevichi russi, erano capitolate accettando di votare i crediti di guerra, di fatto decretando la fine della Seconda Internazionale.

Lo stesso Lenin, già negli anni antecedenti la rivoluzione e i moti operai in tutta Europa, era ben consapevole di come la gioventù fosse una preziosa forza di riserva della rivoluzione, ed era a conoscenza delle posizioni spesso più avanzate – sebbene espresse in modo più grezzo e meno elaborato – delle federazioni giovanili socialiste. È significativo a tal proposito un articolo che Lenin rivolge nel 1916 alla Internationale Jugend, l’organo dell’Unione internazionale delle organizzazioni giovanili socialiste: «La maggior parte dei partiti socialdemocratici ufficiali d’Europa si è attestata oggi sulle posizioni del socialsciovinismo e dell’opportunismo più basso e pusillanime» – scriveva Lenin – «Data questa situazione in Europa, spetta all’Unione delle organizzazioni giovanili socialiste il compito importante e gradito – ma anche difficile – di lottare per l’internazionalismo rivoluzionario, per il vero socialismo, contro l’opportunismo dominante, che si è schierato a fianco della borghesia imperialistica. L’Internazionale giovanile ha pubblicato una serie di buoni articoli in difesa dell’internazionalismo rivoluzionario, e tutto il giornale è imbevuto di un eccellente spirito di odio profondo per i traditori del socialismo che “difendono la patria” nella guerra in corso, è animato dalla più sincera volontà di epurare il movimento operaio internazionale dallo sciovinismo e dall’opportunismo che lo stanno corrodendo»[5]. Nello stesso scritto Lenin non risparmiava critiche agli errori politici più comuni nelle giovanili di allora, fra tutti un’impostazione non corretta dell’antimilitarismo e della questione del disarmo, e confusioni sulla questione della teoria dello Stato. Una critica mai paternalistica e che mai divenne ostilità, ma che anzi riconosceva il valore di quei giovani: «Una cosa sono gli adulti che ingannano e sviano il proletariato e pretendono di guidare e di educare gli altri: contro di essi bisogna condurre una lotta inesorabile. Un’altra cosa sono le organizzazioni della gioventù, le quali dichiarano francamente di dover ancora studiare e si assegnano come obiettivo principale la formazione di militanti per i partiti socialisti». Altrettanto significativa l’importanza che Lenin riconobbe allora all’autonomia organizzativa delle gioventù, «non solo perché gli opportunisti la temono, ma anche per ragioni di principio. Infatti, senza una completa autonomia, la gioventù non potrà educare nelle sue file dei buoni socialisti e non potrà prepararsi a far progredire il socialismo»[6].

Ma non furono le lusinghe a legare al leninismo le nuove generazioni, tutt’altro. Il pensiero e l’azione di Lenin e dei bolscevichi si tramutarono nel riferimento per una nuova generazione di socialisti che percepiva la necessità di agire, che aveva voglia di lottare e si scontrava con le insufficienze e i limiti delle dirigenze socialiste. Non solo con l’illusione del riformismo, ma anche con il massimalismo inconcludente, che avrebbe tramutato l’interpretazione “ortodossa” (o almeno, ritenuta tale) del marxismo in una gabbia per giustificare la passività e l’immobilismo.

Nella sua storia del PCI[7], Paolo Spriano fa significativamente risalire le origini della scissione di Livorno a una riunione della frazione “massimalista” del PSI, guidata da Serrati, che si tiene clandestinamente a Firenze il 18 novembre 1917. In quella riunione, appena 11 giorni dopo la presa del Palazzo d’Inverno, quando ancora non si aveva chiara la portata di quell’evento che avrebbe cambiato il mondo, per la prima volta si incontrano Antonio Gramsci e Amadeo Bordiga. Il primo ha 26 anni, il secondo ne ha 28. All’ordine del giorno non c’era già la questione del “fare come in Russia”, ma il “che fare” rispetto alla situazione italiana. Dopo due anni di guerra, con le città e l’industria messe sotto pressione, l’insofferenza e il malcontento erano palpabili. Il proletariato nelle fabbriche è stanco, ma anche armato. La posizione che Gramsci e Bordiga si ritrovano a sostenere assieme è riassumibile in due parole: “bisogna agire”. Ma nella riunione resta maggioritaria la linea “centrista” del PSI, che non aveva apertamente appoggiato la guerra come gli altri partiti d’Europa, ma nemmeno aveva fatto proprio l’appello leninista del “trasformare la guerra imperialista in guerra civile”. Questa posizione intermedia, che si era imposta anche nella Conferenza di Zimmerwald tra i socialisti contrari alla guerra, si riassumeva nel motto “né aderire, né sabotare”. La lotta è rinviata alla fine della guerra. È in questo momento che la strada dei futuri leader comunisti inizia a divergere da quella dei massimalisti, e comincia a delinearsi in modo evidente che la nuova tendenza incarnata da quei dirigenti, come scrive lo stesso Bordiga in suo appunto, «non era la stessa cosa della vecchia frazione intransigente, ma molto di più»[8].

Sono proprio questi giovani, quelli che si distinguevano innanzitutto perché volevano agire, a trovare la risposta nel mito di Lenin e della Rivoluzione d’Ottobre. Per i giovani il leninismo rappresenta un marxismo vivo, in fermento, che si contrapponeva non solo al riformismo più aperto, ma anche a quello che allora si chiamava il marxismo “ortodosso” delle vecchie barbe. Un noto articolo giovanile di Gramsci, datato 1918, celebrava la Rivoluzione d’Ottobre come “La rivoluzione contro il capitale”. Un titolo forte, ma per il Gramsci di quegli anni “il capitale” era quello dell’interpretazione contaminata dal positivismo, cioè dall’idea che il socialismo e il potere operaio sarebbe arrivati per il naturale sviluppo delle leggi oggettive della storia, al culmine dello sviluppo del capitalismo. La classe operaia di Mosca e Pietrogrado, che dai centri industriali russi aveva preso il potere in un paese contadino e semi-feudale, sembrava davvero confermare quel titolo altisonante. Il leninismo era la dottrina del potere operaio, soprattutto la dottrina della rivoluzione che non si attende e che non scoppia da sé, ma che si organizza. Negli anni più vicini a noi, il “nuovo” ha sempre generato diffidenza, perché l’innovazione è stato l’argomento di chi tentava di cancellare le ragioni dell’esistenza stessa del movimento comunista. Ma in quegli anni, è proprio la spinta al rinnovamento che orienta la battaglia interna dei giovani socialisti. Un documento fondamentale redatto da Gramsci si intitolava, e non a caso, “Per un rinnovamento del partito socialista”[9]. I partiti comunisti, ricordava Secchia anni dopo, «furono partiti di giovani che non ne volevano più sapere di tutto quanto era vecchio e superato»[10].

Questa spinta innovatrice della gioventù, tuttavia, non bastava da sola. Il punto fondamentale è che questo si saldò alla lotta concreta del movimento operaio. La gioventù socialista, in quegli anni, era maggiormente legata al “Soviet”, cioè al gruppo napoletano guidato da Bordiga. Ma fu poi il gruppo raccolto attorno a L’Ordine Nuovo, giornale nato da quattro studenti appena usciti dall’Università di Torino (Gramsci, Tasca, Terracini e Togliatti), nel principale centro operaio e industriale dell’Italia dell’epoca, a costituire la vera spina dorsale della costruzione del nuovo partito. Quel gruppo dirigente maturò la propria coscienza nel fuoco delle lotte operaie, delle occupazioni delle fabbriche da parte dei consigli operai, che infiammarono il Biennio Rosso del 1919-20. Così come la Rivoluzione d’Ottobre era nata sì in un paese arretrato, ma innanzitutto nei suoi centri industriali, nell’Italia che già viaggiava a due velocità la differenza l’avrebbero fatta quei comunisti che più erano stati a contatto con la lotta di classe nei centri operai. È un aspetto troppo spesso sottovalutato.

A condensare il leninismo in quegli anni al di fuori dei confini russi non sono già il “che fare?” o “l’imperialismo”, ma è forse uno degli scritti più recenti di Lenin: quello “Stato e rivoluzione” che fu steso – non a caso – pochi mesi prima dell’insurrezione, tra l’agosto e il settembre del 1917. Il saggio cercava di ricostruire la dottrina rivoluzionaria (e dello Stato) di Marx, contro la revisione operata dai teorici del riformismo. Eppure, non è già “questo” Lenin a fare leva sulle nuove generazioni. È significativa a tal proposito, ancora, una considerazione di Secchia: «Se le scissioni in Italia, Francia, Germania e negli altri paesi d’Europa fossero state soltanto la conseguenza di dibattiti dottrinali, Lenin avrebbe dovuto essere meglio compreso dagli anziani, i quali da anni dibattevano le questioni (riforme o rivoluzione) che dividevano i riformisti e i gradualisti dai rivoluzionari. Erano gli anziani che, meglio dei giovani, conoscevano i contrasti fra le diverse frazioni del Partito socialista e del movimento internazionale. Il fatto è che la Rivoluzione d’Ottobre esercitò allora sulla gioventù un’influenza assai maggiore che non tutte le polemiche contro il revisionismo e il riformismo che duravano da anni»[11]. Questo elemento, intendiamoci, non andrebbe valutato con eccessiva leggerezza come un fatto di per sé positivo. Si può anzi immaginare quanto un’adesione impetuosa, emotiva, accompagnata da una debolezza teorica e ideologica abbia pesato nel consentire che nei partiti comunisti si ripresentassero, nel corso degli anni, concezioni che di fatto contraddicevano le ragioni stesse di quella scelta, spesso da parte proprio di quella stessa generazione che l’aveva praticata.

Ad ogni modo, questa influenza fra i giovani il leninismo comincia a esercitarla per davvero. Nel gennaio 1919 una lettera di Lenin indirizzata “Agli operai d’Europa e d’America” chiamava a raccolta per la costruzione di una nuova Internazionale rivoluzionaria. Il congresso di fondazione della Terza Internazionale si sarebbe effettivamente tenuto nel marzo di quell’anno. In Italia questo appello viene diffuso dalla FGS, in una circolare datata 15 febbraio, con una appassionata postilla del segretario della giovanile Luigi Polano: «L’atto con cui Lenin ci chiama a congresso è il miglior decreto di abilitazione morale e politica che poteva essere compilato per noi, guardie giovani del socialismo comunista internazionale […] Sicuri di interpretare la immensa falange dei giovani socialisti non solo d’Italia ma del mondo intero, rispondiamo all’appello di Nicola Lenin con vibrato presente! Comunisti del mondo, giovani e adulti, a Congresso!»[12].

Nell’ottobre 1919 si tenne a Roma il congresso della gioventù socialista, il primo nel dopoguerra. Il congresso decide di inviare un telegramma di protesta a Filippo Turati, leader dei riformisti del PSI: «chi offende la verità russa offende la verità umana». Il riferimento era a un discorso agli operai di Milano in cui Turati aveva apertamente criticato la Rivoluzione d’Ottobre, uscita evidentemente non apprezzata dai giovani socialisti. La risposta di Turati fu eloquente: «Multa debetur reverentia pueris»[13]. I giovani devono portare rispetto, diremmo oggi. Dovete stare al vostro posto.

In un articolo pubblicato su L’Unità nel 1970[14] Luigi Polano, segretario della FGS nel 1921 e primo segretario della gioventù comunista, ricorda un incontro avuto con Lenin nel 1920, dunque prima della scissione, durante il II Congresso dell’Internazionale Comunista a Mosca. Ancor prima della rottura, e poco dopo la presentazione del documento “Per un rinnovamento del Partito Socialista”, Lenin chiede a Polano se i giovani hanno intenzione di cambiare nome alla FGS in “Federazione Giovanile Comunista”, e se ritiene accettabile la situazione nel PSI. Si sentirà rispondere che il 90% dei giovani ritiene inaccettabile la permanenza dei riformisti nel partito. Già dall’anno precedente questa era stata la posizione della FGS, che tanto in Italia quanto a livello internazionale fece proprie da subito le posizioni del Comintern, e divenne promotrice della campagna con cui si chiedeva ai partiti socialisti di espellere dal loro interno le componenti riformiste. Proprio in quei mesi del 1920 stava maturando nella FGS la convinzione della necessità di costruire il partito coerente con i principi dell’Internazionale Comunista. La componente più impaziente è sicuramente quella dei giovani attratti dalla frazione “astensionista” di Bordiga (nota con questo nome per la posizione estrema del rifiuto della partecipazione elettorale ai parlamenti borghesi) che si organizza attorno al “Soviet” di Napoli. Non sono pochi, perché anzi, come già accennato, in quegli anni il “Soviet” ha molta più influenza tra i giovani rispetto all’Ordine Nuovo. Del resto, lo stesso Bordiga era stato direttore di “Avanguardia”, settimanale della Federazione giovanile che si era distinto per le posizioni contrarie alla guerra. Anche in questo caso, ricorda Spriano, il fascino che esercita la posizione della frazione sui giovani è enorme, ma «la sua influenza è prima di tutto ideale, morale, sentimentale»[15]. Nell’estate del 1920, la componente astensionista della gioventù arriva a promuovere una mozione chiedendo che la FGS si tramutasse subito in Federazione giovanile comunista, «ritirando la sua adesione al Partito Socialista Italiano fino a quando esso non avrà abbandonato le sue esitazioni procedendo alla eliminazione dei non comunisti e costituendosi in Partito comunista aderendo strettamente alla Terza Internazionale».  

21congresso

L’auspicio si concretizza comunque in meno di un anno. Nel gennaio 1921 si arriverà a Congresso, l’apporto della gioventù socialista fu determinante. Il 21 gennaio si tiene il congresso del PSI a Livorno, che sancisce la rottura della mozione comunista e la nascita del Partito Comunista d’Italia. Una settimana dopo, il 29 gennaio, si tenne invece a Firenze il congresso della Federazione Giovanile Socialista. Il dato politico che emerge dai due congressi è stato commentato da Secchia così: «Il fatto stesso che i comunisti rimanessero in minoranza al Congresso di Livorno, mentre i giovani comunisti – nel loro congresso di Firenze – furono la stragrande maggioranza, ha la sua importanza perché indica un diverso processo, un diverso grado di maturità nelle due organizzazioni e conferma che i giovani, meglio di altri, sanno cogliere il “nuovo”»[16].

Al congresso socialista di Livorno i comunisti guidati da Gramsci e Bordiga furono 58mila, contro 98mila massimalisti – i cosiddetti “comunisti unitari” di Serrati – che preferirono sacrificare la “frazione comunista” dal PSI piuttosto che aderire alle condizioni del Comintern rompendo con i 14mila riformisti guidati da Turati. I comunisti che diedero vita al nuovo partito, insomma, erano poco più del 30% del totale dei socialisti. Diversamente andò, invece, nel congresso della federazione giovanile a Firenze: 38.500 comunisti su un totale di 48mila votanti. L’80% dei giovani si riconobbe nel comunismo e nelle idee di Lenin, e furono di fatti i riformisti a essere estromessi dall’organizzazione, che cambiava nome diventando la Federazione Giovanile Comunista. «Ben venga dunque, dopo Livorno, il Congresso giovanile di Firenze», aveva scritto Gramsci in un editoriale de L’Ordine Nuovo. «Se esso ci dirà che i giovani sono con noi, esso ci avrà dato l’assicurazione maggiore di vitalità e di forza che noi potessimo sperare»[17].

La rottura politica tra il riformismo e il massimalismo da un lato, e i leninisti dall’altra, corse nei fatti anche lungo una linea generazionale. Nel 1921 il leader dei riformisti Filippo Turati aveva 64 anni; il massimalista Serrati – che pochi anni dopo si sarebbe pentito, aderendo al PCI poco prima della morte – ne aveva 49. Tra i comunisti, nel 1921 Bordiga aveva 32 anni, Gramsci 30, Togliatti 28, Terracini e Scoccimarro 26. «Se questa era l’età dei dirigenti, si può ben immaginare quale fosse quella dei compagni di base»[18], commentava Secchia, che all’epoca aveva appena 18 anni quando con la FGS aderì al Partito Comunista d’Italia.

Non si trattò, tra l’altro, di un fenomeno solo italiano. Nella storia dei comunisti d’Europa si trovano anzi esempi ancora più drastici dello scontro generazionale che si intrecciò con la rottura con la socialdemocrazia. Il Partito Comunista di Spagna nacque dall’unione, sollecitata dall’Internazionale, di due partiti che si erano scissi dal PSOE in momenti separati. Uno di questi era originato dalla Federazione della Gioventù Socialista, che durante il suo V congresso nel 1920 decise di dare vita alla prima sezione spagnola del Comintern sotto il nome di Partito Comunista “Spagnolo”. Il secondo, il Partito Comunista Operaio di Spagna, era una scissione avvenuta nel 1921 durante il congresso del PSOE, e anche questa portò con sé la nuova organizzazione giovanile da poco ricostituita. Un caso ancora più eclatante di quello del nostro Paese.

Così decenni dopo Ruggero Grieco, allora ventottenne, ricordò il conflitto acceso di quegli anni:

«Toccò a una schiera di giovani porre le nuove esigenze del movimento operaio italiano, nel quadro della situazione internazionale creatasi con la prima guerra mondiale e con la vittoria della Rivoluzione d’Ottobre. Avevamo allora la giovinezza e l’ottimismo necessari per condurre grandi azioni. Fummo degnamente affiancati da una parte dei rappresentanti della generazione degli anziani, il cui contributo fu prezioso e ai quali andrà sempre la nostra gratitudine. Senza il loro concorso la nostra opera sarebbe stata più difficile. Fummo “accusati” di essere giovani! Avevamo in media trent’anni di età ciascuno: quale accusa! Non avevamo la barba (la nostra generazione era avversa alla barba e anche ai baffi). Come osavamo dar lezione a destra e a manca, e ai vecchioni, ai santoni, ai maghi del socialismo illustre, così, con quelle nostre fresche facce rasate? […] Al Congresso di Livorno fummo tempestosi. Forse anche un po’ troppo. Ma la partita che si giocava era troppo grossa e parecchi nostri avversari non erano dei pigmei. Abbattere politicamente certi avversari non era impresa facile. Restammo in minoranza, è vero. Però vincemmo noi»[19].

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La stagione dell’opportunismo

Le nuove generazioni non sempre vanno nella direzione giusta della storia. Questo vale anche nella storia del movimento comunista, come è stato evidente in alcuni momenti specifici. I giovani comunisti in Italia sono stati i protagonisti della nascita del partito, della “svolta del ‘29” con cui si chiedeva al partito una maggiore risolutezza nell’organizzazione clandestina della lotta contro il fascismo, dell’approdo di nuove forze alla lotta partigiana negli anni della Resistenza. Ma, al contempo, nel 1991 furono i giovani quadri allevati nel PCI da D’Alema e Occhetto, a sciogliere il partito e decretarne la trasformazione nel PDS. La FGCI si sciolse nel dicembre 1990, due mesi prima del Partito, votando con maggioranza del 72,5% la mozione di Gianni Cuperlo per la nascita della Sinistra Giovanile. Nei primi anni di Rifondazione Comunista, che nasceva per reazione a quel processo nel tentativo di tenere aperta in Italia un’ipotesi comunista, il primo individuato in via transitoria come responsabile dei giovani del partito aveva 35 anni. Quadri più giovani non ce n’erano: erano tutti traghettati al PDS, in linea con ciò che accadde in tutta Europa anche nei partiti che resistettero alla liquidazione.

Gli anni ’90 e ‘2000, che in Italia furono per i comunisti la stagione dell’opportunismo più spinto e della definitiva compromissione con i governi borghesi del centro-sinistra, segnano anche la parabola di giovani dirigenti che si distinsero per una straordinaria impazienza nello scavalcare a destra i propri stessi partiti, spesso anticipandone in modo palese le derive opportuniste. Una delle ragioni per cui nel dibattito recente tra i comunisti la parola “opportunismo” viene usata in modo confusionario, col significato che ha nel lessico comune e non nel senso più rigoroso del concetto di origine leninista, è che effettivamente nella storia politica dei giovani rampolli allevati dai partiti opportunisti le scelte motivate da convinzioni politiche sembrano davvero coincidere con miserie di tutt’altra natura.

Se si prende la lista dei coordinatori nazionali dell’organizzazione giovanile di Rifondazione nei due decenni che vanno dal 1995 al 2015, fa impressione constatare come nessuno di loro oggi sia in un’organizzazione comunista. Gennaro Migliore, all’epoca 27 anni e negli anni successivi responsabile esteri del PRC, oggi è esponente di Italia Viva, il partito liberale di Matteo Renzi. Tre suoi successori, Giuseppe de Cristofaro, Nicola Fratoianni ed Elisabetta Piccolotti (gli ultimi due citati sono marito e moglie) sono oggi esponenti di Sinistra Italiana che è parte dello schieramento del Governo Conte II; il primo è sottosegretario all’Istruzione. Simone Oggionni, segretario dei GC negli anni in cui fondavamo il FGC, oggi è in Articolo Uno che è parte di LEU e dello schieramento di governo. Lo stesso vale per la giovanile del (fu) Partito dei Comunisti Italiani (PdCI). Due coordinatori nazionali su quattro, Francesco Francescaglia e Flavio Arzarello, sono infine approdati nel PD; il secondo fu tra i firmatari nel 2013 di un appello di vari esponenti che aderirono a SEL, che vedeva la firma di 7 membri su 9 della segreteria nazionale dell’allora Fgci, che si ritrovò letteralmente in mutande, senza più un segretario né un gruppo dirigente, di fatto avviata al tramonto. Le ragioni di questa somma di avvenimenti non vanno ricercate tanto nella categoria del “tradimento”, come inevitabile fatalità prodotta dall’infamia dei singoli in assenza della dovuta vigilanza. Bisognerebbe riflettere piuttosto sulla natura di classe di quei partiti, sui meccanismi di selezione dei gruppi dirigenti, sugli aspetti ideologici o relativi alla formazione. Ce ne sarebbe da dire.

La somma di queste vicende ha fatto sì che negli ultimi anni tra i compagni più anziani si facesse strada una diffidenza innata, quasi viscerale nei confronti dei giovani. Una concezione fatalista secondo cui la gioventù comunista, specie se non ben ingabbiata e controllata, sarebbe naturalmente votata al “tradimento”, traviata da dirigenti irrimediabilmente viziati da ambizioni di carrierismo. Le critiche provenienti dai giovani compagni che cercano di incalzare il proprio partito, di spingerlo a superare le proprie carenze, e che sicuramente possono peccare dell’impazienza e del senso di urgenza che è tipico della gioventù, frequentemente ricevono in risposta una vera e propria profezia: i giovani che credono di essere i più rivoluzionari e che vogliono dare lezioni, alla fine te li ritrovi sempre più a destra. Una sorta di mantra autoassolutorio che ha sostituito persino il più tradizionale “state al posto vostro e portate rispetto”. Questo sentimento di diffidenza, al pari del culto della innovazione teorica e politica senza principi, ha reso spesso tanti compagni manipolabili da parte di gruppi dirigenti opportunisti che hanno saputo fare leva su questa paura. Se Gennaro Migliore potesse sapere quante volte il suo nome viene evocato a mo’ di spauracchio, si farebbe probabilmente una sonora risata. Ma la realtà è molto diversa.

La gioventù comunista del XXI secolo

La nuova generazione di comunisti che è emersa in Italia nell’ultimo decennio ha molto poco in comune con quella che l’ha preceduta. Una buona maggioranza di questa si ritrova nelle fila del FGC. Ma non è tanto importante né utile discutere oggi del perché il processo di coagulazione dei comunisti in un’unica organizzazione sia più avanzato sul piano giovanile che non su quello dei partiti, quanto piuttosto comprendere se esistano, e quali siano, tendenze e caratteristiche specifiche individuabili in questa nuova gioventù.

Gli anni in cui viviamo sono gli anni in cui giunge a maturità, politica oltre che anagrafica, la prima generazione di comunisti nati dopo il 1989. I giovani che oggi si avvicinano alla gioventù comunista sono tutti nati dopo il crollo dell’Unione Sovietica e del campo socialista, o immediatamente a ridosso di quegli anni, che è lo stesso per quel che riguarda la memoria di quegli eventi. Nel caso dell’Italia, la stragrande maggioranza dei giovani comunisti di oggi ha iniziato la propria militanza politica negli anni successivi alla disfatta della Sinistra Arcobaleno alle elezioni del 2008¸ a malapena ricordano gli anni di Berlusconi e del secondo governo Prodi. Più in generale, non hanno vissuto la stagione dell’opportunismo, non sono stati influenzati da quelle concezioni politiche e organizzative.

Nella diversità delle condizioni concrete di ogni paese, questa nuova generazione si confronta oggi con la generazione di militanti che l’ha preceduta e che, più di altre in passato, è stata segnata da una sconfitta storica epocale e dalle concezioni politiche e organizzative che hanno condotto il movimento comunista alla sconfitta. Una situazione del genere crea le premesse materiali affinché la dialettica interna ai partiti comunisti, il dibattito tra diverse tendenze o posizioni che si esprimono al loro interno, si esprima spesso anche nella forma di un confronto acceso tra vecchie e nuove generazioni di militanti. È un fenomeno che già si osserva oggi, e non solo nel nostro Paese. Nella sola Europa si contano almeno sette Paesi, Italia compresa, in cui negli ultimi anni si è verificato o si verifica nei partiti comunisti uno scontro politico, più o meno aspro, con fratture più o meno profonde che si delineano anche su una dimensione generazionale, come un confronto tra una posizione sostenuta in larga maggioranza dalla gioventù e un’altra sostenuta dai compagni più anziani. In tutti questi casi, diversamente dal passato appena meno recente, sono i giovani a sostenere le posizioni rivoluzionarie o comunque più avanzate. È un dato di fatto, che va riportato in questa discussione senza alcun entusiasmo. Non si tratta di un fatto positivo, l’esatto opposto: l’esasperazione di una contrapposizione “generazionale”, al contrario, può tramutarsi in un ostacolo al dibattito franco e aperto all’interno dei partiti comunisti, facendo prevalere i pregiudizi e le diffidenze reciproche. Non ho citato esplicitamente paesi e organizzazioni, per rispetto del dibattito interno ai comunisti di altri paesi. Il punto, però, è che questo ci dice che esistono anche oggi delle tendenze che si affermano anche sotto forma di confronti generazionali, ed è fondamentale che i comunisti riescano a trarne un bilancio. In particolare, sarebbe necessario individuare più nel dettaglio quali sono gli elementi specifici che influenzano gli orientamenti di diverse generazioni di militanti.

È utile, a questo punto, riportare alcuni punti relativi al dibattito interno al PC. Non per riaprire vecchie polemiche, ma piuttosto per sistematizzarli e renderli disponibili e utili al dibattito collettivo. Come è noto, il PC ha visto nel 2020 l’approfondirsi di una profonda frattura, terminata con l’estromissione di un terzo esatto dei membri del Comitato Centrale e di circa il 40% degli iscritti, e con la rottura con il FGC, che ha sostenuto praticamente all’unanimità (100% del gruppo dirigente e 98% degli iscritti) le posizioni dei compagni rimasti in minoranza nel PC, che avevano criticato la svolta politica oggi formalizzata nel documento del III Congresso di quel partito, ma già evidente da diverso tempo. Uno scontro puramente politico, su tutte le principali questioni di natura strategica, ha preso forma anche come confronto generazionale. Dinanzi a una frattura nata in seno al partito, la gioventù si è ritrovata compatta da una parte. Le ragioni di questo sono state liquidate, nell’asprezza dello scontro politico, affermando l’esistenza di una “frazione” dei giovani che sarebbe stata la “fisiologica” conseguenza dell’eccessiva autonomia della gioventù. A nostro avviso, le ragioni sono altre. Quello che però è utile alla nostra riflessione è comprendere quali siano gli aspetti di natura effettivamente generazionale che hanno influito nel definire le reciproche posizioni.

Il primo di questi è stato la contrapposizione tra due visioni del partito. I compagni rimasti minoranza nel PC sostenevano la necessità di costruire un partito di lotta, di tipo leninista, strutturato, centralizzato e radicato realmente nella classe lavoratrice e capace di conquistarne gli elementi più avanzati, ricostruendo così la dialettica tra l’essere organici alla classe e l’esserne avanguardia. La visione che, di fatto, si contrapponeva a questa, era quella di un partito di consenso, di un partito “leggero”, tanto monolitico a parole quanto fluido ed eclettico nei fatti, costruito attorno alla comunicazione mediatica della singola figura del segretario, sulla base del richiamo identitario o di nuove strategie comunicative volte alla ricerca del consenso (è innanzitutto questa la chiave per comprendere la recente deriva nazionalista di cui più o meno tutti si accorgono: dobbiamo dire cose che aprono a destra perché i lavoratori che votavano comunista oggi votano a destra e odiano la sinistra). Questa concezione, ripulendola dalle tinte più smaccatamente reazionarie degli ultimi tempi, è solo il prodotto più recente dei limiti storici che hanno caratterizzato il processo della Rifondazione Comunista e degli altri partiti che hanno seguito lo scioglimento del PCI. Quelle operazioni politiche nascevano, innanzitutto, dalla consapevolezza che esisteva un “popolo comunista”, per usare un’espressione tanto cara ad Armando Cossutta, composto da quelli che si identificavano nel PCI, che non avevano accettato il suo scioglimento e avevano bisogno di un partito in cui riconoscersi. Si trattava di amministrare quell’area di consenso, di “riconquistarla” e darle dei riferimenti elettorali, capitalizzandone il peso con gruppi parlamentari, ministri, consiglieri regionali, assessori. Sia il PRC che il PdCI furono questo, ma non furono mai partiti di classe in senso proprio, cioè partiti che organizzavano i lavoratori e le loro avanguardie in quanto tali. Si pensava di poter ricostruire una forza comunista a partire da una affermazione di volontà, da un’autoproclamazione identitaria slegata dai processi reali che agivano sul terreno della lotta di classe, senza porsi il problema di costruire realmente il partito tra i lavoratori. Questa concezione, già errata decenni fa, si è trascinata fino ai nostri giorni.

La gioventù non ha aderito, e non poteva aderire a questa visione della costruzione del partito, per una consapevolezza dettata da fattori molto concreti e centrali nell’esperienza di questi anni. Tra i giovani semplicemente non è mai esistito un “popolo comunista” da riconquistare, non esistono comunisti “delusi”, o ritiratisi a vita privata, a cui infondere nuova fiducia. Non avevamo il fondo del barile del vecchio PCI da raschiare, potevamo solo attingere da forze nuove. Per questo, radicare l’organizzazione nella lotta, trasformare in comunisti parte degli elementi più avanzati che spiccavano dalle lotte di settori giovanili e studenteschi, non è stata un’opzione o un’intuizione felice di cui prenderci il merito, ma una scelta obbligata che ci è stata imposta dalle condizioni oggettive. Sono stati questo elemento spiccatamente generazionale e le sue implicazioni concrete a far sì che i giovani compagni maturassero per primi questa consapevolezza, e non una nostra particolare bravura.

Un secondo esempio è l’analisi delle questioni internazionali e il dibattito sulla definizione dell’imperialismo. Gran parte di questo dibattito, che investe tutto il movimento comunista internazionale, è stimolato dall’emergere di nuove potenze capitaliste (Russia, India, Cina, Brasile…) nella competizione globale che si contrappongono all’egemonia dell’imperialismo della triade USA, UE e Giappone. Le posizioni, a nostro avviso, più avanzate, sono quelle che difendono l’attualità della concezione dell’imperialismo come fase monopolistica del capitalismo, affermando che la fine del periodo coloniale non solo non ha fatto venir meno, ma anzi ha favorito l’affermarsi di un sistema imperialista mondiale in cui le potenze capitaliste emergenti si collocano in proporzione al proprio peso, agendo nell’interesse dei propri monopoli in condizioni di interdipendenza e al contempo di aspra competizione per il controllo dei mercati, delle risorse, dei flussi di capitale. A questa posizione oggi si contrappone quella che identifica l’imperialismo esclusivamente con la politica estera aggressiva degli Stati Uniti, della NATO e dei loro alleati, e che concepisce di conseguenza le potenze capitaliste emergenti come poli “antimperialisti”, sostenendo apertamente la politica estera dei loro governi e affermandone il carattere progressista o comunque valutandola positivamente come un elemento di “contrappeso”.

A livello internazionale, le gioventù comuniste tendono nel complesso ad avere una posizione più avanzata dei loro partiti su questi temi. Spesso si afferma che i giovani, persino i giovani comunisti, sono maggiormente permeabili alla propaganda “occidentale” contro la Russia o la Cina, e che la maggiore diffidenza verso certe posizioni che valutano positivamente la politica estera dei governi di questi paesi deriverebbe dall’aver introiettato quella propaganda. Ma non credo che la ragione stia qui. Sta piuttosto nella difficoltà dei compagni che si sono formati nell’epoca del confronto tra USA e URSS ad abbandonare uno schema interpretativo proprio di un’altra epoca, in cui la competizione inter-imperialista era ridotta al minimo perché le potenze capitaliste si compattavano nel confronto con il campo socialista. Un confronto binario: la reazione contro il progresso, l’Occidente e l’Oriente, il capitalismo contro il socialismo. Quel mondo non esiste più (e capire perché è fondamentale per ogni progetto di ricostruzione comunista nel XXI secolo), ma sopravvive nelle posizioni arretrate di oggi. I militanti delle generazioni della Guerra Fredda e dell’URSS brezhneviana tendono ad analizzare il mondo di oggi, quello dello scontro inter-imperialista tra le potenze capitaliste, secondo una visione “campista” della politica internazionale, dividendo i paesi nel campo dei buoni e dei cattivi, che chi non ha vissuto quella stagione non ha introiettato e percepisce come incomprensibile. A dimostrazione di ciò è davvero emblematica la frequenza con cui alcuni compagni lanciano l’accusa di “trotskismo” a chi nega l’esistenza di una funzione antimperialista della Russia o del capitalismo cinese. In questa accezione, trotskista è chi non si schiera o “è equidistante”, secondo una fraseologia in voga, come lo erano i trotskisti (quelli veri) del XX secolo nei confronti dell’Urss. Non c’è davvero prova migliore che conferma che a farla da padrona in questo campo spesso non è l’analisi concreta, ma elementi di natura irrazionale, quasi sentimentale, derivanti dalla formazione e dalle esperienze passate.

Nel complesso, i compagni di età più avanzata provenienti dalle esperienze dell’opportunismo degli scorsi decenni, e che hanno maturato negli anni un bilancio di forte critica su quella stagione, portano spesso con sé ancora le incrostazioni di quel periodo e mostrano difficoltà nell’abbandonare del tutto le pratiche e le concezioni che hanno fatto proprie durante anni e anni di militanza fatta in un certo modo. Non si tratta di malafede, ma di una condizione oggettiva con cui fare i conti, del fatto che anche laddove questi compagni abbiano effettivamente compreso la necessità di una rottura completa con l’opportunismo, ciò non significa già averla praticata del tutto. Questo non deve certo stimolare tra i giovani tentazioni di “rottamazione” di renziana memoria. In ogni processo di aggregazione e ricomposizione dei comunisti sarebbe al contrario auspicabile una dialettica interna che valorizzi la sincerità, la coerenza e la prudenza dei compagni di lungo corso, così come le spinte più vitali e la “sana” impazienza delle nuove generazioni. Quando riflettiamo sul ruolo che la gioventù deve avere oggi nel processo di ricostruzione comunista in Italia, dobbiamo concepirlo come un lavoro da svolgere in sinergia con i comunisti delle generazioni precedenti determinati a marciare in questa direzione.

Questo passaggio di Grieco era stato già citato in precedenza, ma vale la pena rifarlo: «Fummo degnamente affiancati da una parte dei rappresentanti della generazione degli anziani, il cui contributo fu prezioso e ai quali andrà sempre la nostra gratitudine. Senza il loro concorso la nostra opera sarebbe stata più difficile».

 

La fiamma più viva della rivoluzione. La necessità del Partito e i compiti della gioventù

Finora abbiamo evidenziato l’esistenza di alcune tendenze generazionali, nella storia passata così come ai nostri giorni, e affermato che queste esistono perché fondate su alcune condizioni oggettive. Il fatto che queste tendenze vadano analizzate, conosciute e tenute in considerazione non deve spingere all’errore di sopravvalutare la loro importanza. Ciò che conta e che deve contare, più di tutto il resto, sono sempre le posizioni espresse collettivamente da ogni partito, da ogni organizzazione giovanile. In nessun caso bisogna essere portati a pensare che sia l’appartenenza a una generazione piuttosto che ad un’altra a determinare a priori la ragione o meno. Il fatto che nell’attuale contingenza storica siano spesso le gioventù ad esprimere le posizioni più avanzate (e come abbiamo visto, nulla impedisce che si verifichi l’esatto contrario) non deve prestare il fianco ad alcuna presunzione di una superiorità perpetua, né si può giustificare l’idea che nella fase attuale i giovani comunisti possano permettersi il lusso di sottovalutare l’importanza della costruzione del Partito. Dobbiamo avere la consapevolezza che maggiori sono il distacco e la frammentazione che si creano, a ogni livello, più grande sarà il problema della ricostruzione comunista in Italia, e non solo.

L’esperienza storica, recente e passata, del movimento comunista internazionale ha dimostrato che laddove i partiti comunisti sono riusciti a praticare una rottura reale con le concezioni e le pratiche dell’opportunismo, a intensificare il lavoro di studio e di analisi facendo vivere la teoria marxista-leninista nel nostro tempo senza rinnegarne i principi, la condizione complessiva del movimento comunista è più avanzata, e a beneficiarne è anche il lavoro della gioventù comunista.

L’esistenza di tendenze specifiche comuni alla gioventù e a ciascuna generazione è uno degli elementi che da soli confermano la necessità di un lavoro specifico della gioventù comunista. Ad esempio, in Europa i sondaggi elettorali sembrano mostrare una maggiore predilezione dei giovani per i partiti “nuovi” o almeno percepiti come tali rispetto ai sistemi politici vigenti, nello specifico una nuova famiglia di partiti liberali e i partiti ambientalisti “verdi”. Secondo alcuni sondaggi, in Italia il partito di Emma Bonino, “Più Europa”, alle ultime elezioni europee avrebbe preso il 12,7% dei voti nella fascia di età tra i 18 e i 24 anni, mentre resta al 3,1% dei voti complessivi[20]. Un esempio perfetto del peso della propaganda europeista e liberale nelle scuole e nelle università, che interessa specificamente i giovani. L’esistenza di situazioni di questo tipo dovrebbe essere analizzata dai comunisti, e tradotta in un’attività specifica della gioventù comunista rivolta alle masse giovanili. Sono proprio queste specificità a confermare la necessità di costituire organizzazioni giovanili. Questo non solo non è in contraddizione con la necessità del Partito comunista, ma al contrario la conferma: è solo in presenza di un Partito forte, all’altezza dei tempi e delle necessità della lotta di classe, capace di esercitare davvero in modo efficace la direzione di settori di avanguardia della classe operaia e di rappresentare realmente una guida per la gioventù comunista, che quest’ultima viene messa realmente nelle condizioni più favorevoli per liberare le proprie energie e svolgere il proprio lavoro specifico nei confronti delle masse giovanili. Lo stesso lavoro di formazione, centrale nel percorso dei giovani militanti che si affacciano all’età adulta, è monco se manca il “quartier generale della rivoluzione”, che può essere solo il Partito. È in questa direzione che dobbiamo lavorare, senza pensarci autosufficienti.

Molte delle consapevolezze maturate in questi anni sono il frutto delle condizioni oggettive in cui abbiamo dovuto operare, e della posizione privilegiata da cui abbiamo potuto osservare all’opera i fenomeni che abbiamo cercato di descrivere anche in questo articolo. Ma è chiaro che abbiamo molto da imparare e non siamo autorizzati a peccare di presunzione. Dobbiamo approfondire lo studio, formare nuovi quadri e dirigenti, portare nuova linfa ed energie al movimento comunista, vigilare costantemente sulle posizioni politiche nella consapevolezza che essere, come spesso abbiamo detto, “nati abbastanza tardi per non essere eccessivamente influenzati dall’opportunismo, ma abbastanza presto per porvi rimedio e tornare ad avanzare”, è soprattutto una responsabilità che abbiamo nei confronti di tutti i nostri compagni, più giovani e meno giovani.

A 100 anni dalla fondazione del PCd’I, conoscere la nostra storia e trarre da essa insegnamento e ispirazione è fondamentale per tornare ad avanzare, non ripetere gli errori del passato, acquisire la piena consapevolezza del contributo che possiamo dare come giovani comunisti alla causa di costruzione del Partito Comunista di cui abbiamo bisogno. Un secolo fa, tanto nell’Ottobre quanto nella nascita dei partiti comunisti in tutti i paesi, i giovani furono la fiamma più viva della rivoluzione. Sta noi armarci di tutta la nostra intelligenza, di tutto il nostro entusiasmo, di tutta la nostra forza per tornare a esserlo di nuovo.

[1] Pietro Secchia, Le nuove generazioni. 1973. In “Il partito, le masse e l’assalto al cielo”, La città del sole, 2006, p. 164

[2] Ibid.

[3] Palmiro Togliatti, Diamo alla spinta dei giovani una prospettiva democratica e socialista. L’Unità, sabato 10 giugno 1961, p. 1

[4] Ibid.

[5] Lenin, L’internazionale giovanile, pubblicato per la prima volta in Sbornik Sotsialdemokrsta, dicembre 1916, n. 2.

[6] Lenin, Op. cit

[7] Paolo Spriano, Storia del Partito Comunista Italiano, vol. 1, Einaudi 1967

[8] Amadeo Bordiga, Storia dela sinistra comunista, vol. I, Milano 1964, pagg. 115-16

[9] L’Ordine Nuovo, 8 maggio 1920

[10] Pietro Secchia, Op. cit

[11] Ivi.

[12] Citato in Spriano, op. cit. pp. 22-23. La fonte originaria è la circolare intercettata dal prefetto di Siena e trasmessa al Ministero dell’Interno.

[13] Citato in L’Unità, 29 gennaio 1971, pag. 10

[14] Luigi Polano, L’Unità, 11 ottobre 1970, pag. 6

[15] Op. cit. p.43

[16] Pietro Secchia, I giovani dalla fondazione del PCI alla Resistenza, in “Lotta antifascista e nuove generazioni”, La Pietra, Milano, 1973, pp. 153-175

[17] L’Ordine Nuovo, 29 gennaio 1921

[18] Pietro Secchia, Op. cit

[19] Cesare Pillon, I comunisti nella storia d’Italia, Vol.1, Teti Editore, 1973, pag. 121

[20] Sondaggio Ixè sulle elezioni europee del 26 maggio 2019

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