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Oggi in piazza a Roma per sostenere Cuba socialista

di Giovanni Ragusa


Roma scende in piazza per sostenere la Repubblica di Cuba e il popolo cubano, protagonista della costruzione del socialismo nell’isola caraibica. Questo il messaggio che proverrà da Piazza Santa Prisca, dove dalle 10 avrà luogo la manifestazione in difesa della Rivoluzione Cubana. Da giorni, infatti, L’Avana subisce l’ennesimo tentativo di ingerenza e destabilizzazione da parte dell’imperialismo statunitense, con i mass media dei paesi capitalisti pronti a sostenere gli USA nell’ennesimo attacco al popolo cubano.

Per protestare contro i piani imperialisti i manifestanti hanno scelto il 26 luglio, il Día de la Rebeldía, data simbolica per la storia dell’isola e festa nazionale. Il 26 luglio 1953, infatti, un centinaio di uomini guidati da un giovane di 27 anni, Fidel Castro, assaltarono la Caserma Moncada, nella città di Santiago di Cuba. L’assalto fallì, segnando la temporanea vittoria del regime di Fulgencio Batista e dell’imperialismo statunitense che lo sosteneva. In tanti furono catturati, torturati e assassinati prima del processo. Eppure, quella sconfitta temporanea fu l’inizio della Rivoluzione Cubana, poi guidata dall’organizzazione che prese il nome di Movimiento 26 de Julio, per onorare i combattenti caduti nel tentativo di liberare le classi popolari cubane.

Il caso “SOS Cuba” alla prova dei fatti

Da due settimane stiamo assistendo alla circolazione massiccia e martellante di video, articoli ed appelli concernenti l’isola di Cuba, il cui governo viene accusato di aver messo in atto una repressione autoritaria contro alcuni manifestanti, che secondo i giornali nostrani avrebbero invaso le piazze delle principali città del paese. Come spesso accade quando si parla di Cuba, è bene fare chiarezza immediatamente, verificando le fonti ma soprattutto analizzando le situazioni con uno sguardo complessivo.

Partiamo con ordine. La vita a Cuba, non lo si può negare, non è ovviamente semplice, e non lo è per lo meno da quando, con la caduta del blocco socialista, gli aiuti al paese sono stati praticamente ridotti all’osso. Nell’ultimo anno e mezzo, con l’arrivo della pandemia da Covid-19, la situazione non poteva che peggiorare. Cuba vive prevalentemente di turismo, infatti, e con la chiusura delle frontiere la sua economia è stata inevitabilmente sottoposta ad una pressione crescente per far fronte a questa congiuntura terribile.

A tutto ciò va poi aggiunto un dato fondamentale che si muove come un’ombra lugubre e pesante sulle spalle di tutti i cubani, vale a dire il criminale Bloqueo che ormai da più di 60 anni attanaglia l’isola: promosso dagli USA ai tempi di Kennedy, esso è stato sempre rinnovato di anno in anno, insieme ad una lunga serie di misure che col tempo si sono aggiunte, il tutto con un unico scopo: mettere fuori gioco il governo socialista e rivoluzionario cubano. Si tratta di un obiettivo che negli anni non è mai rimasto marginale nell’agenda dei vari presidenti USA, vuoi per il peso ideologico che Cuba, tra mille difficoltà, continua ad esercitare, vuoi per la necessità di riportare i propri monopoli lì dove tanto avevano prosperato prima della rivoluzione.

Tra le leggi più note e distruttive, due vanno necessariamente citate. Una è la Legge Torricelli, emanata da Bush senior nel 1992: con essa, viene fatto divieto a tutte le navi commercianti con Cuba di entrare negli USA per i successivi 6 mesi, istituendo per altro delle sanzioni a tutti quei paesi che fanno arrivare degli aiuti ai cubani. Si tratta di una misura dalla gravità incredibile, poiché nei fatti condanna l’isola a non ricevere alcuna compagnia di navigazione, che ovviamente non vuole perdere gli introiti provenienti dai commerci con gli Stati Uniti, e quindi a doversi confrontare con la mancanza strutturale di moltissime risorse (situazione dovuta storicamente soprattutto all’impoverimento dei terreni prodotto da 400 anni di colonizzazione diretta e 100 di indiretta).

4 anni dopo, segue la Legge Helms-Burton da parte dell’amministrazione Clinton, con cui viene limitato il rimpatrio ai cubani presenti sul suolo USA a sole 2 settimane ogni 3 anni e si abbassano a soli 100 dollari mensili le rimesse, azzerate nel caso in cui i parenti siano iscritti al partito comunista cubano. Sono solamente due delle circa 240 misure messe in campo dagli Stati Uniti contro quella piccola isola al largo delle loro coste, ma hanno un carattere che le accomuna drasticamente: si tratta di due leggi emanato all’interno dello stato USA, che hanno però effetto su un territorio che va al di là dei confini di questo stesso stato, il ché, nel caso in cui non fosse chiaro, è una grandissima violazione del diritto internazionale.

Una simile situazione pone dunque Cuba con le spalle al muro nel poter garantire ai suoi cittadini alcune merci non prodotte nel paese, tra cui, ad esempio, le siringhe, portando il paese a vivere il paradosso di aver sviluppato autonomamente due vaccini (con altri 3 in via di approvazione) ma di non avere la possibilità di procedere agevolmente a vaccinare in massa le persone che vivono sull’isola. Una situazione al limite, che abbiamo visto benissimo un anno fa, quando a Cuba veniva impedito di acquistare ventilatori polmonari mentre le sue brigate mediche aiutavano vari paesi in difficoltà col Covid.

Poste queste premesse, si possono analizzare i fatti. Nell’area di Matanzas si iniziano a verificare dei casi di sovraffollamento degli ospedali ed alcuni problemi dovuti alla mancanza di elettricità ad inizio luglio, legati al passaggio della tempesta Elsa che ha colpito i Caraibi in quel periodo, col paese che fa registrare il massimo picco di casi Covid, per un numero che rispetto a quelli da noi affrontati appare quasi ridicolo: a malapena 39.

Il 5 luglio compaiono i primissimi tweet che iniziano a presentare l’hashtag #SOSCuba accompagnati anche da #SOSMatanzas, ma sono scritti da un account geolocalizzato in Spagna che, tra 10 ed 11 luglio, arriva a condividere più di 1000 tweet, cui aggiunge una media di circa 5 retweet automatici al secondo. Nei giorni successivi la campagna prosegue cercando di coinvolgere artisti di vario genere, con un tweet che ottiene circa 1100 risposte con l’hashtag: se però si va a vedere i singoli account che hanno preso parte a questa tempesta mediatica, ci si rende conto che più di 1500 hanno al massimo un anno di vita su twitter, con la maggior parte che vedono appena pochi giorni di attività.

Si tratta di un fenomeno già sperimentato più volte in realtà, vale a dire quello di creare dei bot (profili falsi, spesso riconoscibili da account con nomi a matrice) a pagamento, che vanno a ricondividere in automatico dei post/tweet così da manomettere il normale andamento degli algoritmi social, andando a creare un trend in maniera artificiosa tramite dei messaggi predefiniti ed identici tra loro. Dietro questa modalità sembra ci sia il coinvolgimento di vari attori appartenenti spesso al campo dell’ultradestra, tra cui l’argentino Augustin Antonetti, membro della Liberty Foundation e famoso per avere applicato lo stesso modus operandi anche ai fatti della Bolivia di Evo Morales, ma sono coinvolti anche affiliati a partiti come VOX, la destra reazionaria spagnola.

Nel frattempo, i gusanos in giro per il mondo iniziano ad organizzare diverse manifestazioni di fronte alle ambasciate cubane per dare forza a questa campagna controrivoluzionaria: emerge presto, però, il finanziamento di questi gruppi da parte di elementi legati agli USA, uno tra tutti l’Osservatorio cubano dei diritti umani, che dal 2017 ha ricevuto più di 120 mila dollari dalla National Endowment for Democracy. In parallelo, inizia una campagna di ampio finanziamento interno agli USA da parte dell’Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale (USAID), che stanzia ben 2 milioni di dollari in favore di “gruppi indipendenti” appartenenti alla “società civile” cubana per promuovere, a sua detta, processi di più ampia democratizzazione, ed è così che iniziano a circolare in maniera ormai sempre più decisa immagini e video di vario genere: si presentano piazze gremite in protesta contro il governo cubano, spacciandole per manifestazioni avvenute sul suolo cubano ma in realtà svoltesi prevalentemente in Florida; si arriva anche all’assurdo di rispolverare vecchie immagini di piazze cubane piene di persone per feste svoltesi nel paese anni fa millantando nuove mobilitazioni.

Segue poi, ovviamente, la circolazione di immagini di violenze che sarebbero state compiute dalle forze dell’ordine cubane, insomma si aziona la gigantesca macchina mediatica borghese così da costruire un immaginario di repressione, autoritarismo ed inefficienza a Cuba. Basta prendere due casi, però, per minare dalle fondamenta questa costruzione. Il primo riguarda la foto di un bambino insanguinato, usata per accusare le autorità cubane di aver represso brutalmente alcune proteste tra 10 ed 11 luglio: peccato che la foto circoli in rete dall’8 luglio e che raffiguri un ragazzo ferito in un barrio di Caracas.

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L’altra foto in questione ha una valenza specifica ancora più elevata: si tratta di un tweet pubblicato niente poco di meno che dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (e poi ricondivisa da Roberto Saviano, tanto per non farci mancare mai nulla), raffigurante una donna che urla e stringe tra le mani una bandiera di Cuba, usata per dare ulteriore forza all’attacco mediatico. Peccato che la donna raffigurata abbia risposto al tweet (in barba a chi dice che il governo cubano stia limitando l’uso di internet e dei social), prendendo radicalmente le distanze da questo uso strumentale di una sua foto e dichiarandosi fedele al suo paese ed alla rivoluzione. Risultato? Poco dopo l’account twitter della ragazza viene temporaneamente limitato (i miracoli del “mondo libero”, eh?).

Poste queste premesse importanti, è lo stesso governo cubano, a mezzo del giornale Granma, che afferma che nel paese sono presenti dei problemi, dimostrando una volta di più la sua totale franchezza verso i propri cittadini. Si legge: «Nessuno pretende – e tanto meno la direzione del paese – negare le carenze, le ore senza luce, gli scaffali vuoti, il picco della pandemia, ma supporre che questi problemi obbediscono strettamente a deficienze o dissidi dello Stato, è quanto meno meschino». Di pari passo, la solidarietà delle organizzazioni comuniste e di lotta verso Cuba si è dimostrata compatta, riconoscendo in questa campagna mediatica un tentativo diretto di attentare al governo rivoluzionario ed al potere popolare cubano, fomentando i sentimenti di quei gusanos piccolo-borghesi emigrati recentemente o figli di quei kapò che sfruttavano le condizioni create dall’imperialismo statunitense nell’isola tramite la dittatura di Batista, arricchendosi tramite il lavoro semifeudale dei contadini cubani. Insomma, si può dire che non siano proprio i soggetti più ben volenti verso Cuba socialista.

Per intenderci, è come se oggi chiedessimo al figlio di un repubblichino cosa ne pensa dei partigiani, e ricevessimo risposte del tipo «I partigiani erano dei criminali perché hanno ammazzato mio padre». Punti di vista parziali, profondamente di parte, che affondano nella memoria, ma che con la realtà e la complessità storica hanno poi ben poco a che vedere. Non è casuale che, tra le varie rivendicazioni avanzate da questi elementi, vi siano in maniera esplicita richieste di “libertà d’impresa”, espressione tipica di quegli elementi borghesi che, in una società socialista, vengono privati della libertà di sfruttare il lavoro altrui.

In ogni caso, la risposta del popolo cubano di fronte alle ingerenze imperialiste non si è fatta attendere. La classe lavoratrice e la gioventù sono scese in piazza. Rispondendo all’appello del Presidente Miguel Díaz-Canel – «La orden de combate está dada: ¡A la calle los revolucionarios!» ovvero «L’ordine di battaglia è stato dato: i rivoluzionari scendano in strada!» – milioni di cubani hanno manifestato per difendere il processo rivoluzionario che ha portato al socialismo, al potere nelle mani dei lavoratori.

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Rispondere con l’internazionalismo proletario

Da un’operazione come quella di “SOS Cuba” si deve necessariamente trarre la lezione che l’offensiva dell’imperialismo non si arresta mai in maniera definitiva, neppure quando è riuscita a colpire duramente un paese durante la più grave pandemia del nostro secolo. Bisogna però aprire una riflessione seria. Se le dichiarazioni di solidarietà verso Cuba sono importanti, si presenta la necessità di andare oltre le sole parole. Il popolo cubano ha bisogno che i comunisti e i lavoratori di tutto il mondo tornino a produrre degli avanzamenti concreti nella lotta di classe nei loro paesi, che si torni ad alzare la bandiera dell’internazionalismo proletario a partire dai luoghi di lavoro, facendo pressioni concrete verso le potenze capitaliste. Delle conquiste della Rivoluzione Cubana, ora sotto attacco, bisogna parlare nelle scuole, nelle università, nei luoghi di lavoro, spiegando che non esistono condizioni avverse che possono impedire alle classi popolari di costruirsi un futuro diverso. Questo è il grande insegnamento della Rivoluzione Cubana. Infatti, i piani di destabilizzazione di Cuba non sono un semplice “attacco contro la sovranità” dell’isola, ma un attacco al socialismo, alla Rivoluzione, alla possibilità concreta di costruire una società in cui lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo sia abolito. Non è più sufficiente dirsi vicini al popolo cubano, che anche questa volta ha dimostrato la sua forza e la sua dignità, ma che vive una situazione sempre più difficile. Lo scenario che si profila all’orizzonte pone necessariamente questi obiettivi concreti, non più rimandabili: Cuba resisterà ancora, ma è necessario organizzare le lotte dell’immediato futuro anche e soprattutto per esprimere concretamente il sentimento internazionalista che deve animare la lotta di classe.

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