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La questione ambientale tra incendi, nubifragi e il G20 di Napoli

di Ivan Boine


Ventimila. Sono gli ettari bruciati in Sardegna a causa degli incendi nell’Oristanese, non ancora spenti in maniera definitiva. Nei giorni scorsi diversi incendi sono scoppiati in Sicilia. Quasi due settimane fa un nubifragio si è abbattuto sull’Europa centrale provocando alluvioni che hanno causato 165 morti in Germania (con più di 130 persone ancora disperse) e 37 in Belgio (6 dispersi). In entrambi i paesi serviranno almeno 10 anni per ricostruire quanto distrutto dai fenomeni alluvionali.

Sardegna, luglio 2021
Sardegna, luglio 2021
Germania, luglio 2021
Germania, luglio 2021

Le precipitazioni non hanno risparmiato nemmeno Italia – l’ultimo caso, pochi giorni fa, nel Comasco – con fiumi di fango che hanno invaso diverse località da nord a sud, con grandinate che hanno distrutto automobili ed edifici a Parma, Modena e in diverse aree del Piemonte. Un altro nubifragio ha colpito la Cina, dove attualmente il numero delle vittime è salito a 73, con quasi 1 milione e mezzo di persone costrette ad abbandonare le proprie abitazioni. Da anni ormai assistiamo a incendi nelle grandi foreste del Canada (che tuttora sta bruciando, come ampie aree del Nord America) dell’Alaska e della Siberia. A Verchojansk, nella Siberia orientale, il 20 giugno 2020 le temperature hanno toccato i 38 gradi centigradi. Attualmente le autorità russe sono state costrette a ricorrere a piogge artificiali per evitare che divampassero incendi di grande portata in tutta la Jacuzia.

Questi sono solo i più recenti tra gli eventi estremi che hanno avuto luogo. E, se c’era ancora bisogno di ribadirlo, rimarcano quanto la questione ambientale non sia più rimandabile e quanto i negazionisti del cambiamento climatico siano da lasciar cadere nel dimenticatoio della storia.

Nord Italia, luglio 2021
Nord Italia, luglio 2021

 

Eventi estremi e riscaldamento globale

Questa tipologia di eventi è correlata al riscaldamento climatico? Sicuramente. La maggior parte degli esperti parla di “causalità indiretta” e guarda anche a una pluralità di fattori tra loro concatenati. Tra questi spicca specialmente la jet stream, ovvero la “corrente a getto”, venti che soffiano a un’altezza variabile tra i 7 e i 10 km dal suolo e che spostano le perturbazioni, generando campi di bassa e alta pressione. Negli ultimi anni la jet stream che regola l’emisfero settentrionale sta cambiando. Ne è un esempio il fatto che sempre più spesso l’estate italiana è interessata dall’anticiclone africano e non da quello delle Azzorre. Sono proprio queste correnti calde provenienti dal Sahara a determinare temperature sopra la norma e picchi di umidità che spesso si “sfogano” in nubifragi.

Cina, luglio 2021
Cina, luglio 2021

Per quale motivo la jet stream del nostro emisfero sta cambiando? Soprattutto a causa del riscaldamento dell’Artico, che sta avvenendo con ritmi più accelerati a causa dello scioglimento di nevi e ghiacci. La “corrente a getto” è influenzata normalmente dalla differenza di temperature tra l’aria polare (fredda) e quella tropicale (calda). Andando a diminuire questa differenza, la corrente cambia e il tradizionale equilibrio viene modificato, con tutte le conseguenze del caso.

Quello che molti meteorologi evidenziano è che il riscaldamento globale sta rispettando le stime già elaborate (non si tratta di un dato positivo, anzi). Il punto è che questa serie di eventi estremi è fuori scala, sempre più imprevedibile. Tra gli eventi che saranno difficilmente controllabili ce ne sarà uno spiccatamente umano. Le Nazioni Unite stimano che a causa dell’emergenza climatica cresceranno anche le cosiddette “migrazioni climatiche”. Sono, infatti, 143 milioni i «profughi climatici» di cui parla l’ONU, e proverranno specialmente da alcune aree del pianeta – Africa subsahariana, Asia meridionale, America Latina e Cina costiera – con l’Europa meridionale, Italia inclusa, che sarà interessata più dalle partenze che dagli arrivi.

 

Il G20 di Napoli

In questo contesto, a nubifragi già avvenuti e con incendi scoppiati in buona parte del Nord America, il 22 e il 23 luglio Napoli ha ospitato la prima storica riunione del G20 in cui sono state unite le tematiche ambientali, climatiche ed energetiche. La ragione è semplice da intuire: la crisi climatica, motivo per cui le prime venti potenze capitalistiche – produttrici dell’80% di emissioni che alterano il clima – avrebbero dovuto discutere seriamente come diminuire l’impatto umano sul clima.

Bisogna da subito specificare che il summit sull’ambiente è stato costruito per essere una vera e propria passerella politica per il governo Draghi, in particolare per il Ministro per la Transizione Ecologica, Roberto Cingolani. Innanzitutto, Cingolani è la prima persona a ricoprire questo incarico, infatti prima dell’insediamento dell’attuale esecutivo tale ministero si chiamava “dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare”. La parola d’ordine della “transizione ecologica” è in linea con le posizioni espresse dalla Commissione Europea e con gli Accordi di Parigi del 2015. La scelta del governo Draghi è quella di essere attori di primo piano alla 26° Conferenza sul Cambiamento Climatico delle Nazioni Unite (COP26), che si terrà a novembre a Glasgow.

A sinistra, l'inviato USA John Kerry; a destra, il ministro Roberto Cingolani
A sinistra, l’inviato USA John Kerry; a destra, il ministro Roberto Cingolani.

Il G20 di Napoli si è svolto proprio in quest’ottica. Il governo italiano vuole essere in prima fila nel processo di ristrutturazione capitalistica secondo le linee della cosiddetta “Industria 4.0”, che fa della digitalizzazione e della transizione ecologica due dei suoi pilastri. Infatti, nel capoluogo campano Cingolani è stato protagonista insieme al rappresentante dell’amministrazione Biden, John Kerry. Secondo il ministro italiano l’incontro è stato un successo parziale, con 58 punti approvati all’unanimità su 60. Bisogna notare, però, che a essere rinviate alla riunione dei capi di stato e di governo – nel meeting di ottobre a Roma – sono state le due grandi questioni: la decarbonizzazione entro il 2050 e il mantenimento del riscaldamento globale sotto la soglia di +1,5 gradi.

A porre il veto su questi due punti sono state, come ci si aspettava, India e Cina. Le due potenze asiatiche, infatti, da anni ormai non accettano di rinunciare all’utilizzo del fossile, che sta trainando le loro economie e sta permettendo ad esse di competere con efficacia, specialmente nel caso cinese, con i paesi occidentali, USA in testa. La questione, però, non può essere schematizzata meccanicamente, ponendo da una parte i paesi che accettano tali obiettivi e, dall’altra, i paesi che sono più restii e cercano di prendere tempo. Infatti, se la diminuzione di emissioni di CO₂ è una necessità impellente per ridurre il riscaldamento globale, è anche vero che la parola d’ordine dell’abbandono del fossile non è da ricondurre semplicemente a ragioni ecologiche, tutt’altro. Da tempo è ormai noto che la green economy ha aperto nuovi mercati e quindi nuove occasioni di profitto per i monopoli dei vari paesi. Altrettanto noto è il fatto che spesso soluzioni e standard spacciati come green, come ecologici, in realtà non lo sono, e aprono nuove frontiere dell’impatto umano sull’ambiente.

Uno degli esempi più chiari riguarda il settore automobilistico. Le automobili elettriche vengono ormai vendute come la soluzione ottimale del futuro. Motivo per cui da qualche anno è iniziata una vera e propria “corsa al litio”, materiale fondamentale per le batterie di tali vetture. A testimoniarlo è la memoria ancora viva del tentato golpe in Bolivia, che detiene le più grandi riserve di litio al mondo, un’operazione politica eterodiretta con l’obiettivo di far allontanare il paese dalla Cina. Ma non solo, l’uccisione dell’ambasciatore italiano Attanasio nella Repubblica Democratica del Congo si inseriva nel clima di tensione crescente che vive il paese africano a causa della corsa delle multinazionali al cobalto e al coltan. Le contraddizioni del settore automotive in chiave verde sono molteplici. Se il più noto è quello dello smaltimento delle batterie, per cui diversi paesi stanno correndo ai ripari, lo stesso processo di estrazione dei minerali necessari esprime numerose criticità. Infatti, diversi passaggi implicano l’utilizzo di acidi e altre sostanze tossiche e grandi quantità di acqua, che ovviamente resta poi contaminata e penetra nel terreno. Ma questo è solo un esempio. 

La questione ambientale è una questione di classe

Il G20 di Napoli può sembrare un buco nell’acqua, un’occasione mancata, tuttavia, a ben vedere, il risultato era scontato in partenza. Come si è già detto, a riunirsi erano le venti grandi potenze capitaliste del mondo, paesi al vertice della produzione economica. Si tratta di stati che – al di là delle alleanze tradizionali – in alcuni scenari agiscono in competizione, in altri cooperano, il tutto a seconda degli interessi dei propri grandi monopoli economici.

Andando nel concreto, i punti su cui non c’è stato un accordo al G20 – decarbonizzazione entro il 2050 e riscaldamento sotto la soglia del +1,5 gradi – rappresentano il tentativo dei paesi occidentali di imporre degli standard tecnologici, come le auto elettriche, che altri paesi, come India e Cina, avrebbero difficoltà a rispettare. Guardando al caso specifico, sorge però un’interessante contraddizione: il 70% delle terre rare, fondamentali per le batterie elettriche, proviene dalla Cina o viene lavorato da aziende cinesi. Motivo per cui l’UE e gli USA (di Biden), che vogliono trainare la transizione ecologica, devono per forza di cose scendere a patti e compromessi con Pechino. Andando a guardare bene la situazione, la corsa ai minerali necessari per il passaggio al trasporto elettrico entro il 2050 si concretizza in condizioni di sfruttamento estremamente duro della manodopera, specialmente nel processo estrattivo, con ricorso frequente al lavoro minorile.

Miniera di cobalto, Repubblica Democratica del Congo
Miniera di cobalto, Repubblica Democratica del Congo

La questione diviene la seguente: dietro a tutta la retorica green si cela la competizione economica tra le grandi aziende del settore, tutelate dai paesi di riferimento. Questo è il nodo centrale che ci porta ad affermare che la questione ambientale deve essere affrontata come una questione di classe. L’emergenza climatica – il riscaldamento globale e gli eventi estremi – è diretta conseguenza del modello di produzione capitalistico, ovvero della forma sociale della produzione nell’attuale sistema economico. Il rapporto tra attività antropiche e l’ambiente – da cui l’uomo trae materie prime e nel quale, per forza di cose, localizza le sue attività – è costruito con un obiettivo principale, il profitto privato. Questa logica non guarda in faccia a nessuno, non si interessa degli effetti sulla popolazione – esemplare il caso di Taranto – né della tutela dell’ambiente né della rigenerazione della natura. Vale la pena menzionare di nuovo il caso delle sostanze chimiche utilizzate per estrarre i minerali necessari all’automotive elettrico, che finiscono tutte disperse nell’ambiente.

Questa riflessione è centrale, perché altrimenti si apre ai discorsi sulla “decrescita felice”, su una lotta al consumismo che non mette in discussione i rapporti di produzione ma punta il dito direttamente sul progresso tecnico-scientifico. Perché la “deindustrializzazione” di per sé non vuol dire nulla, non rappresenta né la fine dell’inquinamento né la fine dello sfruttamento capitalistico. Il punto centrale è mettere in discussione l’attuale forma sociale della produzione, lottare per il rovesciamento del capitalismo e per costruire una società in cui la forma sociale di produzione sia indirizzata a ridurre l’impatto umano sul pianeta. Per questa ragione, bisogna rimandare al mittente ogni tentativo di dividere questione ambientale e conflitto di classe, bisogna escludere da qualsivoglia dibattito chi sostiene che l’emergenza climatica non c’entra nulla con la lotta al capitalismo perché i problemi ambientali coinvolgono tutti e non solamente la classe lavoratrice. La questione centrale è che il riscaldamento globale e gli eventi estremi sono diretta conseguenza del modello di produzione capitalistico, dei mezzi di produzione nelle mani della classe padronale, della gestione dei territori a uso e consumo dei capitalisti. La questione ambientale nasce dal conflitto capitale-lavoro perché è figlia del sistema economico-sociale costruito dalla borghesia, perché è figlia dello sfruttamento del proletariato.

Non si tratta affatto di retorica. Il G20 è la conferma che l’ambiente è ridotto a elemento di competizione tra i vari paesi, gli slogan delle “emissioni zero entro il 2050” sono funzionali solamente all’apertura di nuovi mercati facendo leva su una giusta sensibilità diffusa per la questione climatica. Gli eventi estremi che abbiamo di fronte sono amplificati nei loro effetti disastrosi dalla pessima gestione del territorio. In Italia conosciamo bene quanto i fenomeni alluvionali trovino campo aperto grazie alla deforestazione, all’assenza di manutenzione degli argini, alla cementificazione selvaggia. Il caso della Sardegna dimostra come le istituzioni non hanno prodotto alcuna politica di pianificazione integrata del territorio, che coniughi la presenza di piste tagliafuoco (linee senza vegetazione che spezzano la continuità boschiva e limitano il propagarsi dell’incendio) con politiche di forestazione e di prevenzione antincendio plasmate sulle caratteristiche del territorio e secondo le esigenze della popolazione locale. In Sardegna sarebbe applicabile quanto già sperimentato in alcune aree della Spagna, ovvero far coincidere le piste tagliafuoco con zone adibite al pascolo, coniugando la prevenzione antincendio con le esigenze dei pastori.

La questione ambientale non è più rimandabile. Il 29 luglio è stato l’Earth Overshoot Day, il giorno in cui sono state esaurite interamente le risorse che il pianeta avrebbe prodotto in tutto il 2021. A livello nazionale italiano questo giorno è stato il 13 maggio. Gli eventi estremi e il riscaldamento globale richiedono misure concrete nell’immediato e una pianificazione di medio-lungo termine. Il G20 ha dimostrato come i rappresentanti politici del sistema capitalistico affrontino l’emergenza climatica solo dal punto di vista della tutela del profitto.

La necessità attuale è di far sì che le lotte per la salvaguardia dell’ambiente vengano ricondotte al conflitto di classe, che siano le avanguardie della classe lavoratrice a porre per prime la questione dell’emergenza climatica, così da rendere tali lotte più generalizzate, saldamente unite a quelle economiche nei luoghi di lavoro. Perché solo con un’ampia partecipazione di massa si potrà mettere in discussione il tema della proprietà, tanto dei mezzi di produzione quanto delle risorse naturali, puntando a cambiare la finalità della produzione. Se si cambia questa finalità, allora si può cambiare nel complesso lo sviluppo della società, mettendo il sapere tecnico e scientifico concretamente nelle condizioni di contrastare il riscaldamento climatico e la devastazione ambientale.

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