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Serrare i ranghi, marciare uniti. Sulle manifestazioni studentesche e la repressione.

La giornata di mobilitazione studentesca di venerdì 28 gennaio è stata importante per tanti motivi. Il primo è che la mobilitazione seguita alla morte di un giovane di 18 anni durante uno stage scolastico in fabbrica ha dimostrato una capacità di risposta degli studenti che non era scontata. In una settimana, nell’attuale contesto pandemico e nell’ultimo giorno del quadrimestre scolastico, non era scontato che in una settimana si organizzassero circa 30 manifestazioni in tutta Italia. E si trattava di una questione talmente immediata, talmente comprensibile a tutto il Paese, talmente giusta che le trombe del “sono solo ragazzini che non vogliono andare a scuola”, immancabili a ogni manifestazione studentesca, non hanno potuto suonare.

Il secondo motivo è la reale convergenza di forze che hanno contribuito a tutto questo. Sulla mobilitazione di venerdì sono converse diverse anime del movimento studentesco, come pure c’è stato il sostegno significativo e importante da parte di organizzazioni sindacali e di classe: il Si Cobas con l’agitazione contro i morti sul lavoro e la presenza nelle piazze, i Cobas Scuola con lo sciopero contro l’alternanza, gli operai GKN scesi in piazza a Firenze con gli studenti, e così via. Sono segnali importanti. Intanto perché delimitano un campo, e poi perché l’importanza di mostrare agli studenti che non sono da soli è oggi più che mai fondamentale. Chi lavora ogni giorno nelle scuole per spiegare ai giovani che ogni diritto tolto ai lavoratori di oggi viene tolto a chi sarà lavoratore domani, che la lotta di classe appartiene a tutti perché la mano che distrugge la scuola è la stessa che attacca il lavoro, che crea precarietà, che muove le guerre; chi fa questo da domani avrà un argomento in più. Quando si marcia spalla a spalla, la distinzione tra “i nostri” e “i loro” smette di essere puramente teorica e assume grande concretezza, diventa immediatamente comprensibile.

napoli

Questo dato va letto assieme al terzo motivo, che sta nella forte connotazione di classe e nella chiarezza politica mantenuta nelle mobilitazioni, rimaste saldamente orientate contro il sistema dell’alternanza scuola-lavoro, contro il governo Draghi che oggi con il PNRR la rafforza, contro le forze politiche responsabili della sua introduzione e che più in generale sostengono il piano della scuola-azienda.

La scelta di quei settori organizzati della sinistra “radicale” che hanno scelto di non aderire a questa giornata parlando di tentativi di strumentalizzazione da parte delle sigle del centro-sinistra, si è dimostrata errata e mossa da tatticismi di bottega che sono poco giustificabili dinanzi alla realtà dei fatti. Questi “rischi” esistono sempre. Non è una novità che nel movimento studentesco esistano dei settori disponibili alla conciliazione con il centro-sinistra e con i governi in carica, che cercano di orientare le mobilitazioni su posizioni di compromesso e di pacificazione che sono irricevibili e incompatibili con la una lotta coerente contro il modello di scuola che oggi viene imposto. Non di rado questi settori sono residuali e minoritari nella realtà, pesando poco o nulla nell’organizzazione delle mobilitazioni in tutte le principali città, ma vengono presentati dai media come i veri ispiratori politici delle proteste. Basta aprire un articolo di Repubblica sulle proteste di venerdì e vedere il tentativo di intestare le proteste a sigle di centro-sinistra che c’entravano poco o nulla. L’esistenza di queste operazioni mediatiche e di questi giochetti non può essere mai ragione per rinunciare alla mobilitazione. Bisognerebbe discutere semmai di come arginarli in modo più efficace. Mantenere la barra dritta e impedire che i contenuti di una protesta di prestino a questa operazione è sicuramente un buon punto di partenza per dire che la giornata di venerdì non apparteneva a chi l’alternanza scuola-lavoro l’ha voluta e l’ha difesa fino ad oggi.

In ultimo, una riflessione seria la meritano gli episodi di repressione che ormai diventano sempre più un dato strutturale. I cortei di Torino, di Milano e Napoli sono stati caricati dalla polizia. A Torino le cariche volte a impedire la partenza stessa del corteo hanno lasciato feriti più di 20 studenti. Sui giornali si assiste a una distorsione della verità vergognosa (“brevi cariche di alleggerimento in risposta a provocazioni”…), che tutti i video possono smentire. In tutta Italia, la circolare Lamorgese viene interpretata arbitrariamente dalle questure per vietare i cortei senza motivazioni reali che non siano la compressione pura e semplice dell’agibilità politica delle forze più combattive. Senza isteria o allarmismi, bisogna evidenziare che ci si trova davanti a una restrizione sempre maggiore degli spazi di agibilità democratica che non può lasciare indifferenti.

Tutto questo avveniva mentre nelle televisioni e nel dibattito politico del paese andava in scena la pagliacciata del toto-Quirinale. Il fatto che gli studenti siano scesi in piazza per dire che non si può morire a 18 anni lavorando gratis, e che lo Stato abbia schierato i propri manganelli a difesa di questo stato di cose, è passato come fatto di cronaca di second’ordine. Un distacco tra la realtà “fuori dal palazzo” e quella che viene raccontata che diventa sempre più grande ed evidente. È, però, anche il segnale che non siamo ancora sufficienti, che anche le lotte più giuste possono essere liquidate da un apparato di potere immenso, le cui redini sono saldamente nelle mani del capitale.

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I fatti di venerdì sono l’ennesimo campanello d’allarme che avverte che è necessario fare massa critica, e che il tempo per farlo è poco. Il piano dei padroni è uscire dalla crisi facendone pagare il prezzo al popolo, lo diciamo ormai da anni. Oggi questo attacco avviene su tutti i fronti: si preme l’acceleratore sulle politiche di ristrutturazione dell’organizzazione della produzione e logistica, si fornisce ai padroni la massima agibilità per comprimere ulteriormente salari e diritti sui luoghi di lavoro, si approfondisce l’asservimento dell’istruzione agli interessi di profitto, si produce una torsione autoritaria in tutti gli apparati dello Stato, in tutti i livelli istituzionali, che non prevede battute d’arresto o freni a mano da tirare. Se le lotte di chi si oppone a questo attacco sono frammentate, si finisce sfogliati e sfibrati un pezzo alla volta, come le foglie del carciofo.

Nell’ultimo anno, nello scorso autunno, ci sono stati percorsi, esperimenti, tentativi di convergenza che ponevano questa necessità. E l’unità di classe, una politica di fronte unico, più che nei nomi dei percorsi o nelle sigle è importante oggi nella sostanza, perché serve a impedire che le lotte dei lavoratori, degli studenti, dei disoccupati, di tutti i settori popolari in agitazione finiscano deviati su binari morti e inconcludenti.

La giornata del 28 gennaio ha riacceso, in parte, una fiamma che sembrava si stesse affievolendo. Non facciamola morire, soffiamo sul fuoco, e ciascuno ci metta la propria benzina.

Un nemico, un fronte, una lotta.

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