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Cuba si racconta: le riforme economiche e i rapporti con gli USA.

Jamila Pita è stata per alcuni anni consigliera politica dell’ambasciata di Cuba in Italia, e senza dubbio molti tra i compagni più grandi la ricorderanno per questo suo incarico. Oggi è un’alta funzionaria del Partito Comunista di Cuba, e in questa veste in questi giorni è in Italia per una serie di incontri politici e diplomatici per conto del partito e del governo cubano. Pochi giorni fa in un’assemblea a Roma organizzata dal Partito Comunista ci è stato possibile assistere al suo intervento e al dibattito che ne è scaturito. Un incontro interessante per chiarire la situazione di Cuba oggi, e che in un certo senso consente di proseguire quel percorso di comprensione della condizione attuale di Cuba, avviato alcune settimane fa con la visita di Antonio Guerrero http://www.senzatregua.it/?p=1933. Se l’incontro con l’ex prigioniero cubano ha soprattutto riguardato gli aspetti della prigionia negli USA e la situazione internazionale Jamila Pita, al contrario ha tenuto a precisare soprattutto la situazione interna di Cuba oggi, la portata e il valore delle riforme economiche che a partire dal congresso del 2011 sono state messe in campo nel paese. In questo articolo cerchiamo di ripercorrere le questioni principali del discorso di Jamila Pita, ripetiamo molto interessante e schietto.

L’obiettivo delle riforme in atto a Cuba è riassunto da uno slogan citato anche in questa occasione: perfezionare e attualizzare il sistema socialista. «Non quindi un processo di trasformazione della società socialista in altro, non un processo di revisionismo, ma di correzione degli errori del passato.» Errori sui quali bisogna discutere, senza voler per questo trarre conclusioni troppo severe, ma in modo da correggere per il futuro le distorsioni e i problemi che si sono creati. Quando si parla di errori «non esistono solo errori di principio, ma anche e soprattutto errori di attuazione, errori tattici» sono questi errori prima di tutto che devono essere corretti in una pianificazione che sia adeguata alla realtà attuale.

«La storia – ha detto Jamila Pita – ha dimostrato che la costruzione del socialismo non è un processo irreversibile, e che dall’economia socialista è possibile tornare ad un’economia capitalistica, come è accaduto nell’URSS e nei paesi dell’Est Europa.» A Cuba tutto questo ha significato da un giorno all’altro la fine del 98% degli scambi commerciali che avvenivano quasi per la totalità con i paesi socialisti. «Un commercio – ha precisato poi Roger Lopez, consigliere politico dell’ambasciata – che si fondava su solamente cinque prodotti agricoli e i loro derivati, che venivano scambiati ad un valore politico e di vantaggio per Cuba con la quasi totalità dei beni.» Quando i cubani parlano di errori, o comunque di nuova fase per l’economia cubana, la prima impressione, che spesso si ha, è proprio la considerazione del mancato adeguato sviluppo delle forze produttive nell’isola, non solo in questi anni, ma anche negli anni precedenti alla caduta del socialismo in URSS. Quando la rivoluzione travolge il governo di Batista, Cuba è dal punto di vista economico un paese arretratissimo, i cui unici capitali sono quelli stranieri in prevalenza statunitensi, e l’economia è dominata largamente dalla proprietà latifondista agricola. Proprio la questione della reversibilità del socialismo diventa allora tema centrale nella considerazione dell’errore nel mancato sviluppo autonomo di forze produttive. Il crollo dell’inizio anni ’90 lascia Cuba disarmata di fronte ad uno scenario imprevisto, politicamente e anche e soprattutto economicamente. Ma questa è storia nota.

«L’obiettivo principale di Cuba oggi – ha detto Jamila Pita – è creare una solida base economica attraverso la produzione a Cuba dei beni necessari per lo sviluppo del Paese. Fare cioè quello che anche a causa del Bloqueo non è stato possibile realizzare in questi anni.» Per questo motivo le direttrici economiche si sviluppano in una doppia direzione: da un lato «aumentare il ruolo dello Stato e dell’impresa socialista, a cui affidiamo i compiti principali e più importanti nella produzione e in tutti i settori fondamentali dell’economia.»; dall’altro «stimolare la creazione di un sistema privato relativamente a settori del terziario, che sarebbe antieconomico ed inefficiente continuare a tenere sotto il controllo dello Stato, che liberato da queste situazioni minori, potrà svolgere meglio la sua funzione essenziale nei settori principali di sviluppo.» Se come chiaro, nessuna questione sul primo obiettivo, chiaramente il secondo merita una maggiore spiegazione e approfondimento.

Il settore privato a Cuba è costituito principalmente dai trabajadores por cuenta propria che potremmo tradurre in italiano con il termine lavoratori autonomi. Si tratta essenzialmente di attività di carattere artigianali, ristorazione, settori del terziario come parrucchieri, riparazioni ecc. Anche in ambito agricolo esistono forme di gestione autonoma di piccoli appezzamenti terrieri, anche se sono di gran lunga più comuni le cooperative. Anche le cooperative sono considerate nel settore privato, e dal campo agricolo si stanno incrementando anche negli altri settori.

Vi sono poi – questa è la grande novità del piano varato dal PCC allo scorso congresso – parti del settore privato che, con limitazioni numeriche molto stringenti, consentono il ricorso al lavoro salariato, prima non presente a Cuba. «Si tratta di una situazione molto difficile e spinosa da gestire – ha detto Jamila Pita – perché sappiamo che questo rappresenta un problema da cui potrebbero scaturire disparità e disuguaglianze.» Per questo motivo a Cuba è stata approvata una nuova riforma tributaria, per introdurre la tassazione dei redditi di queste forme di piccola imprenditoria affinché «non si consenta l’accumulazione della ricchezza, ma venga redistribuita per il tramite della tassazione, indirizzata nei servizi garantiti a tutti, come la scuola, la salute ecc..» Inoltre tutti i lavoratori autonomi e subordinati sono inseriti nei sindacati di categoria; la presenza del partito e della gioventù con le rispettive cellule nei luoghi di lavoro è uno strumento per assicurare il controllo politico ed evitare abusi e vessazioni.

Il terzo e ultimo elemento del settore privato cubano è in realtà misto Stato-privati, attraverso la forma dell’impresa mista che punta ad attrarre capitali stranieri a Cuba, in particolare in alcune aree economiche speciali, nonché nel settore turistico dove è già in parte sviluppato. Il tutto evidentemente ha «lo scopo di creare quell’accumulazione originaria necessaria per costituire una base economica forte nell’isola e portare il socialismo su un piano più elevato, rispondendo anche alle esigenze del popolo cubano.»  In ogni caso ulteriori precisazioni vengono date dal ruolo del settore privato e le sue dimensioni. «Il settore privato è comunque sottoposto alla pianificazione centrale e agli obiettivi del piano.».

La seconda grande sfida del PCC e della UJC è oggi conquistare la gioventù agli ideali rivoluzionari. La gioventù cubana di oggi è nata nel periodo especial – termine con cui i cubani indicano il periodo che segue il crollo del socialismo in URSS  – e soprattutto «vive le conquiste della Rivoluzione, come un qualcosa di dato, che sente come acquisito completamente e definitivamente». Proprio questa condizione, insieme con l’apertura alle forme di lavoro autonomo, alla presenza del turismo, a lungo unico strumento per l’isola di acquisire capitale straniero e valuta internazionale è «la  sfida molto grande, la nostra costante preoccupazione e il principale impegno di lavoro». Su questo Jamila Pita esprime un altro concetto molto importante: «Noi non possiamo pensare di competere con il capitalismo sul suo terreno» Il socialismo sarà sempre perdente sul terreno della produzione delle merci di consumo, nel senso consumistico dell’espressione, e non nella dimensione del soddisfacimento dei bisogni reali ed essenziali della popolazione. Le nuove riforme economiche non sono dunque un passaggio di questo tipo, quanto appunto «la volontà di costruire un sistema socialista più prospero e sostenibile».  Per questo Cuba non intende rinunciare al suo modello di sistema, ma a partire da questo sviluppare quei beni, di cui oggi il popolo cubano ha bisogno e che per molti anni, a causa della caduta del socialismo in URSS e del blocco economico imposto dagli USA non è stato possibile fare. «Nonostante errori in ogni caso noi dobbiamo rimarcare in modo fondamentale i traguardi della Rivoluzione. Cuba oggi spende il 65% del suo PIL per sanità, istruzione, e sport. Riusciamo a competere in questi settori con i paesi più ricchi del mondo, pur essendo noi un paese povero. L’età media a Cuba è oltre i 75 anni come nei paesi più avanzati. A Cuba nessuno soffre la fame, nessun bambino è costretto a chiedere l’elemosina per mangiare, e se qualcuno lo fa è perché ha una famiglia di approfittatori alle spalle, che sanno bene che a Cuba questo diritto è assicurato a tutti. Nel mondo sono milioni i bambini malnutriti, senza casa, nessuno di loro è cubano. Nessun ostacolo è posto per l’accesso all’istruzione che è gratuita fino all’università. La nostra sanità è tra le migliori al mondo, nonostante il bloqueo che riguarda anche medicinali e strutture sanitarie. Nello sport abbiamo medaglie d’oro e livelli altissimi, che sono un grande orgoglio per il nostro Paese socialista.» Insomma una grande coscienza dei risultati del governo rivoluzionario cubano in questi anni che «prima di tutto ha restituito ai cubani la libertà e la dignità che la dittatura di Batista gli aveva negato.» Forti di questa consapevolezza tutti i cambiamenti necessari e il dibattito a Cuba parte dall’idea di «migliorare e perfezionare il socialismo, correggere i nostri errori senza per questo scadere nel revisionismo, coscienti del grande lavoro politico e ideologico che questa nuova fase apre e che come partito dovremo essere in grado di condurre.»

Sul livello internazionale si parte dalla consapevolezza che «i media in occidente hanno operato una forte distorsione della portata reale dei fatti.» come d’altronde sempre accade in questi casi. «La politica internazionale di Cuba è innanzitutto finalizzata ad incrementare i legami con i Paesi dell’America Latina, attraverso processi di cooperazione. In primo luogo l’ALBA e la CELAC che sono state create grazie all’idea di Fidel e Chàvez. Questo non vuol dire che non esistano differenze tra i Paesi dell’America Latina, abbiamo modi di vedere differenti, sistemi diversi, manteniamo gradi di valutazione autonoma e priorità differenti. Ma la cooperazione latinoamericana è di fondamentale importanze per rompere l’isolamento di Cuba. Proprio attraverso questo processo siamo riusciti a ridurre in parte l’impatto negativo del bloqueo americano. Se prima eravamo isolati ora non lo siamo più. E per questo, indipendentemente dalla distensione diplomatica con gli USA non siamo certo indifferenti a quanto accade in Venezuela e nel resto del continente, e la nostra connotazione antimperialista ha un carattere essenziale, e nessuna distensione diplomatica ci farà cambiare idea e appoggio ai governi socialisti e progressisti del Venezuela, dell’Ecuador e così via».  Oltre questo «puntare ad un rafforzamento dei legami con i Paesi socialisti in tutto il mondo, dalla Cina alla Corea, al Vietnam. Anche se abbiamo delle differenze e noi non ci intromettiamo nella gestione degli altri stati, devono esserci buone relazioni tra noi. Noi non crediamo nei modelli da importazione acritica e per questo seguiamo un nostro modello adeguato alla situazione e alle esigenze cubane.»

E si arriva così al tema importante dei rapporti con gli Stati Uniti. «Da sempre, fin dal 1959 – anno della Rivoluzione n.d.r. – Fidel ha detto che Cuba intendeva mantenere relazioni con gli Stati Uniti, se questo non è stato possibile non è per causa nostra. Oggi l’apertura americana non ha visto cambiare di una virgola la nostra posizione. Sono loro ad averla cambiata ufficialmente.» Quello che in Italia e nel resto dei paesi occidentali è passato come uno scambio di prigionieri per Cuba è al contrario «una grande vittoria del popolo cubano, della solidarietà internazionale, anche grazie alla mediazione della Santa Sede. Riportare i cinque a casa è stata per noi una grande vittoria, perché sapevamo che il rischio era quello che non tornassero mai. Ma il popolo cubano ha continuato a lottare compatto per la liberazione dei cinque.» Sulla natura delle aperture americane poi è necessario fare alcune precisazioni. «Il Bloqueo, è ancora lì. E vi invito tutti a chiamarlo con il suo nome: blocco e non semplicemente embargo, perché l’embargo è un eufemismo. Per adesso ci sono state solo dichiarazioni, ma nessuna misura reale. Si tratta di alcune dichiarazioni che hanno avuto grande eco, ma assolutamente scarso seguito sia a livello generale che nella vita di Cuba. Siamo convinti che il processo di normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Cuba e USA sia un processo lungo.» Sulla natura di questa normalizzazione è interessante la precisazione di Jamila Pita, che riprende il ragionamento fatto alcune settimane fa da Fidel Castro proprio in relazione alla natura degli USA http://www.senzatregua.it/?p=1628

«Arrivare a una normalizzazione diplomatica non vuol dire cambiare il nostro sistema, né modificare il giudizio che abbiamo sugli Stati Uniti. Per noi il nemico è e resta lì, ma con il nemico è possibile relazionarsi in modo civile. È questo che è mancato in questi anni e che noi chiediamo. Anche l’URSS aveva rapporti diplomatici con gli Stati Uniti, persino nel pieno della Guerra Fredda, avere rapporti diplomatici, significa solamente avere rapporti civili. Sappiamo che questa è una strada lunga e non priva di pericoli e contraddizioni. Ci sono questioni importanti sul tavolo di cui discutere come l’occupazione illegale del territorio di Guantanamo, e come l’appoggio che gli USA danno a gruppi per la sovversione a Cuba. A proposito, mentre Obama faceva le sue aperture il Congresso votava comunque 20 milioni di dollari di sostegno alle attività sovversive a Cuba. Questo tanto per capire di cosa stiamo parlando. Non siamo certo noi lo stato terrorista, e il popolo cubano questo lo ha sempre saputo. Non siamo noi che abbiamo finanziato tentativi di invasione, attentati contro il governo degli USA. Gli Stati Uniti non possono dire la stessa cosa nei nostri confronti.»

In conclusione «Chi sostiene che il processo di riforme economiche a Cuba e la distensione con gli USA siano il segno della volontà di abbandonare il socialismo a Cuba o è in malafede, o se è in buonafede sbaglia. Siamo consapevoli delle grandi sfide che le riforme economiche ci pongono e delle difficoltà che avremo, sapendo tuttavia che sono necessarie in questa fase per Cuba.»  Un ultima considerazione su Fidel Castro ed il suo ruolo a Cuba. «Per tutti noi cubani Fidel è e sempre resterà la guida della nostra Rivoluzione, anche quando, si spera tra molto molto tempo, non ci sarà. Ma la grande forza di Fidel è stata proprio quella di non trasformare la Rivoluzione cubana in una rivoluzione personale, di non personalizzarla, oltre il riconoscimento dei meriti legittimi. Per questo quando Fidel non ci sarà più, ci sarà un grande partito, con ottimi e preparati dirigenti di una nuova generazione, che porteranno la nostra Rivoluzione avanti, nella direzione del socialismo sempre più forte e prospero. Nel nostro cuore Fidel rimarrà sempre, e cosa altrettanto importante la Rivoluzione continuerà sulla sua strada.»

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