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Il disastro di Bergamo è una tragedia annunciata

Nel bergamasco il Coronavirus sta causando effetti disastrosi. Tutti abbiamo visto le struggenti immagini della fila di mezzi militari con dentro i cadaveri delle vittime. Scene che non lasciano molto spazio all’immaginazione e che conferiscono una inquietante materialità a ai numeri dei decessi che ci vengono riportati quotidianamente.

In questi giorni ci si domanda come sia stata possibile una diffusione così importante. C’è chi individua come radice del problema la presenza di comportamenti individuali inadeguati, chi ritiene che ci sia stata una sottovalutazione collettiva delle potenzialità del virus in termini di contagio, persino chi reputa tutto normale in virtù dell’elevata presenza di soggetti fragili come gli anziani.

Per farci un’idea, ripercorriamo gli eventi dell’ultimo mese: il 23 febbraio, l’ospedale di Alzano Lombardo (BG) viene chiuso per alcuni casi positivi passati dal pronto soccorso, ma poche ore dopo riapre, senza sanificazioni o altre misure straordinarie. Nei giorni seguenti il virus contagia il personale medico e raggiunge i paesi vicini, come Nembro. Nel frattempo Giorgio Gori, sindaco del capoluogo, si dice preoccupato per i danni che l’emergenza sanitaria sta già causando all’economia bergamasca. Si lancia così in una campagna sulla scia di quella milanese, che invita i cittadini a vivere la città normalmente. L’iniziativa culmina nello spot pubblicato dalla Confindustria Bergamo il 28 febbraio e che potete vedere a questo link.

Lo spot, il cui slogan principale è #BergamoIsRunning, è indirizzato ai partner economici delle oltre 1.200 aziende legate alla principale associazione degli imprenditori. I toni sono rassicuranti, si minimizzano i rischi legati al virus e si assicura che in ogni caso il business andrà avanti. Questo deve accadere perché il profitto è la legge principale del sistema economico in cui viviamo, viene prima della sicurezza, prima della salute e prima delle vite umane. Il mantra è uno: produrre, vendere, guadagnare. A tutti i costi.

Nel libero mercato le imprese competono le une con le altre in modo selvaggio e anche una temporanea sospensione della produzione, seppur per una causa giustissima, può risultare fatale perché la fetta di mercato che si perde viene subito conquistata da qualcun altro.

L’indicazione di dare priorità alla produzione lanciata dalla Confindustria è assunta immediatamente tanto dall’amministrazione locale quanto dalle “parti sociali” che, invece di dichiarare l’interruzione di tutto ciò che non è essenziale, sottoscrivono un accordo nel quale ci si impegna per la “normalizzazione” delle attività produttive, messe in crisi da alcune legittime proteste spontanee dei lavoratori che lamentavano scarse condizioni di sicurezza.

Si decide quindi che Bergamo non può fermarsi, le sue attività sono troppo importanti, si perderebbero troppi guadagni. Rimane attiva l’intera provincia quindi, un’area che conta 83.000 imprese di cui 10.500 manifatturiere e in cui sono impiegate circa 480.000 persone. Né il governo né l’amministrazione locale muovono un dito di fronte al proseguire frenetico della produzione di una zona ritenuta strategica per il settore metallurgico, meccanico e della plastica e che per esportazioni è la quinta provincia italiana. Tutto questo basta per chiudere un occhio davanti ai rischi che i lavoratori sono costretti a subire e di fronte al potenziale devastante di una diffusione del virus a partire dai luoghi di lavoro.

È l’inizio della fine. Da quel momento in poi il numero dei contagi cresce esponenzialmente. Il sistema sanitario locale, già fortemente provato dai problemi strutturali che vive la sanità nel nostro paese, arriva sul punto di collassare. Questo però non basta per far sì che si decida il blocco totale delle attività non essenziali e, anche di fronte alle timide proposte di creazione di una zona rossa speciale ridotta alle sole aree più colpite della provincia bergamasca, arriva sempre la Confindustria a rincarare la dose. L’eventualità viene bollata il 6 marzo – con già 623 casi individuati – come un “disastro totale” che avrebbe fatto perdere “680 milioni a 376 aziende”. L’iniziativa, già approvata dall’Istituto superiore di Sanità, viene dunque accantonata. Le aziende continuano a rimanere aperte e prosegue il contagio.

Le conseguenze di queste scelte scellerate si possono evincere dai numeri. Uno studio dell’Università di Oxford mette infatti a confronto l’andamento dei contagi tra le due province di Bergamo e Lodi. Nella prima non è stato disposto alcuno stop delle attività produttive, nella seconda invece, nonostante le proteste degli imprenditori, è stata decretata in data 24 febbraio la chiusura per due settimane.

Quello che vediamo è che nella fase precedente alle chiusura la provincia di Lodi presentava un numero di contagi giornaliero maggiore rispetto a quella di Bergamo. Tuttavia, a partire dalla data delle chiusure, trascorse le due settimane di incubazione necessarie al virus per manifestarsi, vediamo come nel lodigiano la pendenza della curva vada a diminuire, testimoniando anche una diminuzione del ritmo dei contagi, mentre nel bergamasco il ritmo di crescita continua ad aumentare.

Il 22 marzo si consumava invece l’ennesimo atto di un copione che si potrebbe definire ridicolo, se non comportasse un serio e gravissimo rischio per la vita di milioni di lavoratori e delle loro famiglie. Il giorno dopo l’annuncio del governo in cui si imponeva la chiusura dei settori produttivi non indispensabili per il soddisfacimento dei bisogni essenziali (nonostante diversi appigli che molte imprese stanno sfruttando per tenere aperta la produzione), arriva una lettera di Confindustria in cui si “chiede” di ripensare la lista di attività da mantenere aperte, allargando la deroga a quelle strategiche anche se non necessarie. Il governo, chinandosi nuovamente, rispondeva posticipando l’entrata in vigore del dpcm al 25 marzo, perdendo così altro tempo preziosissimo ed esponendo ulteriormente al contagio coloro i quali mandano avanti questo paese col proprio lavoro.

Le uniche chiusure disposte arrivavano dunque per scelta delle imprese a cui conveniva maggiormente interrompere la produzione e chiedere la cassa integrazione, così da risparmiare usufruendo del sostegno pubblico, oppure perché imposte dalla mobilitazione spontanea dei lavoratori. I vertici locali degli stessi sindacati confederali hanno dichiarato soltanto dopo settimane la necessità di fermare tutte le attività produttive non essenziali.

Questa ricostruzione dei fatti dimostra che non c’è casualità in quanto accaduto. Si spiegano i numeri dei contagi, così come le migliaia di decessi: sono omicidi perpetrati in nome del profitto.

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