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Per una storia critica del Partito Comunista Indonesiano, a 100 anni dalla nascita

di Giacomo Canetta

Tra i compiti dei comunisti rientra senza dubbio lo studio delle tante conquiste e sconfitte che hanno caratterizzato la nostra storia. Un passaggio fondamentale per quel processo di critica e autocritica che – se correttamente applicato – costituisce una delle basi del Marxismo-Leninismo.

Per ovvie ragioni storiche, le esperienze più frequentemente sotto i nostri riflettori sono quelle dei partiti Bolscevico ed Italiano. Ma anche altre esperienze come quella Cubana, Cinese, Vietnamita e di tanti paesi dell’Est Europeo godono di una certa fama.

La storia del Partito Comunista Indonesiano (PKI – Partai Komunis Indonesia) è forse meno conosciuta e studiata. In un certo senso sorprendentemente, visto che fu per molti anni il più grande partito comunista al di fuori dei paesi socialisti. Oggi ricorre il centenario dalla fondazione del PKI, e vogliamo in questa occasione gettare uno sguardo su alcuni aspetti della sua storia. In particolare su certe scelte strategiche che il PKI prese nel periodo 1951-65. Un arco di tempo limitato ma estremamente rilevante, poiché corrisponde alla rapida ascesa ed alla altrettanto rapida e rovinosa caduta del partito. Un periodo, inoltre, che presenta interessanti parallelismi con la storia di altri partiti comunisti e che può forse fornire importanti ed utili lezioni ai comunisti oggi.

Preambolo: tra il 1920 e 1951

Prima di addentrarci nell’analisi, conviene fare un passo indietro e scorrere rapidamente la storia antecedente al 1951. Il 23 maggio 1920, membri di diverse organizzazioni socialdemocratiche e sindacali fondarono il PKI. Presente al secondo congresso del Comintern, fu il primo partito asiatico ad aderirvi. Nei seguenti anni i comunisti Indonesiani furono sempre in prima linea nella lotta contro il colonialismo olandese e giapponese, così come nell’organizzazione e nel rafforzamento delle prime organizzazioni sindacali della regione. Repressione violenta, internamenti, l’impossibilità di agire nella legalità non hanno mai fermato il Partito.

Allo stesso tempo però, 25 anni di dura repressione mantennero il Partito in uno stato di debolezza. Nell’agosto 1945 – con la fine della II Guerra Mondiale e la capitolazione dell’Impero Giapponese, che lasciarono un improvviso vuoto di potere nel Sudest Asiatico – la lotta di liberazione nazionale raggiunse un nuovo apice. Ma a causa di tali debolezze il PKI non fu in grado – come invece accadde in Vietnam, ad esempio – di mettersi alla testa della lotta contro l’imperialismo olandese, che cercava di rimettere le mani sulla colonia temporaneamente perduta durante la guerra. Consci delle loro debolezze, i comunisti Indonesiani seppero comunque adattarsi alla situazione e ottennero buoni risultati, attraverso valutazioni tattiche di cooperazione con altre forze politiche che avevano l’obiettivo comune della liberazione nazionale e della lotta armata contro l’esercito della Corona olandese. Una tattica che ricordava per molti versi i “Fronti Popolari” sperimentati in Europa nella lotta contro il nazifascismo. I comunisti ottennero svariate posizioni di rilievo nei primi governi della nascente Repubblica Indonesiana, e furono in grado di espandere rapidamente la propria presenza nel paese, attirando migliaia di nuovi militanti verso il Partito.

Ma già nel 1947 i comunisti furono esclusi dalle istituzioni Repubblicane. Queste ultime vennero sempre più monopolizzate dalle forze di destra (Nazionalisti e Islamisti) e mostrarono apertamente la loro natura il 18 settembre 1948. Quel giorno infatti, nella città di Madiun una protesta guidata dal PKI – che si opponeva alla smobilitazione delle milizie comuniste che avevano preso parte alla lotta di liberazione nazionale – prese una piega inaspettatamente violenta e si tramutò in una vera e propria insurrezione su scala locale. Le forze armate fedeli al governo non si fecero tanti scrupoli e repressero i moti nel sangue. La quasi totalità della dirigenza del PKI perse la vita in quei giorni. Più di 36.000 tra membri, simpatizzanti e presunti tali furono arrestati.

Un duro colpo che lasciò il Partito in ginocchio, nella più totale disorganizzazione e semi-clandestinità fino al 1951. Nel frattempo, la Repubblica Indonesiana aveva ottenuto l’indipendenza formale nel 1949, ben quattro anni dopo la dichiarazione d’indipendenza.

La nuova leadership e la rinascita del PKI

Fu nel gennaio del 1951 che il Partito si dotò di una nuova leadership ed incominciò un serio processo di riorganizzazione.

Alla base di tale processo vi era la presa di coscienza della difficile situazione Indonesiana. I fatti di Madiun del 1948 – così come così come il sistematico ripresentarsi della repressione anticomunista – spinsero la dirigenza ad adottare estrema prudenza nei confronti delle forze reazionarie e dello stato. Vi era inoltre nel paese la progressiva transizione verso i classici meccanismi elettorali borghesi, da cui il PKI sperava di trarre vantaggio tramite la partecipazione alle elezioni. Questi due fattori – unitamente ad uno studio delle caratteristiche geografiche del paese – convinsero il Partito dell’impossibilità della prospettiva insurrezionale e della lotta armata per il potere.

Contemporaneamente, la dirigenza del PKI aveva sposato quella teoria – di certo non inedita nel movimento comunista internazionale – che definiva il proprio paese come semi-coloniale e semi-feudale. Una popolazione composta principalmente da contadini sottoposti a relazioni feudali di proprietà spiegava chiaramente l’accento posto sulla condizione semi-feudale. Per quanto riguarda la definizione di semi-colonia invece, occorre approfondire brevemente le ragioni dell’uso di questo termine.

Nonostante la formale indipendenza raggiunta nel 1949, secondo i comunisti Indonesiani una serie di condizioni mantenevano l’Indonesia in sostanziale dipendenza dai propri ex-colonizzatori. Gli accordi raggiunti durante il Trattato di Pace Olandese-Indonesiano, firmato a l’Aja il 2 novembre 1949, dimostravano questo stato di cose. In particolare nel trattato si affermava che alla Corona Olandese spettava la posizione di capo di stato all’interno dell’Unione Olandese-Indonesiana (sulla falsariga del Commonwealth Britannico), si stabiliva un imponente debito dovuto alla Corona, si conservava un canale privilegiato sul terreno commerciale e diplomatico nei confronti dei Paesi Bassi. Inoltre, nonostante fosse parte integrante delle Indie Orientali Olandesi, l’immensa regione dell’Irian Occidentale (Nuova Guinea Olandese) rimaneva nelle mani della Corona. Infine – fattore significativo di questo stato semi-coloniale – l’assoluta maggioranza delle piantagioni, fabbriche e di tutte le altre componenti dell’economia moderna erano ancora interamente di proprietà Olandese.

Da tali osservazioni il PKI giunse alla conclusione che la rivoluzione Indonesiana doveva essere una “rivoluzione democratica di tipo nuovo”, prima ancora che una rivoluzione socialista. Una rivoluzione, cioè, che abbattesse i residui della società feudale e del colonialismo, per rimandare la costruzione del socialismo ad un secondo momento. Logica conseguenza di queste conclusioni fu la strategia del Fronte Unitario Nazionale (Front Persatuan Nasional – FPN).

Infatti, se la priorità era la rivoluzione democratica (abbattimento dei rapporti feudali) e la rivoluzione nazionale (abbattimento del colonialismo), la strategia del partito venne orientata verso la creazione di un ampio Fronte Unitario Nazionale. La creazione, cioè, di ampie alleanze sociali per creare un fronte unito contro quei residui feudali e coloniali. Contadini e operai, certamente, ma anche intellettuali, piccoli commercianti e artigiani, e addirittura i piccoli proprietari terrieri, e la cosiddetta “borghesia nazionale” vennero inclusi in questa visione strategica. Essenzialmente la maggioranza dei gruppi sociali Indonesiani, ad esclusione di quelli direttamente legati all’imperialismo straniero, erano degni di attenzione. Ma, oltre alle alleanze sociali, la necessità del FPN spingeva anche per alleanze politiche di cooperazione con tutte quelle forze “progressiste” che avevano il comune obiettivo della lotta contro l’imperialismo, come ad esempio erano considerati il Partito Nazionalista Indonesiano (PNI) ed il Presidente Sukarno. Una cooperazione che, almeno nelle intenzioni dei comunisti indonesiani, avrebbe isolato le forze più reazionarie (forze armate e partiti Islamisti in particolare) da posizioni di rilievo all’interno della società e dello stato.

Dopo i fatti di Madiun, il PKI veniva spesso visto dall’opinione pubblica come un “nemico della patria”, essendosi al tempo ribellato contro il governo Repubblicano. O addirittura niente meno che un “agente di Mosca”. Queste scarse credenziali nazionaliste non erano ovviamente compatibili con la strategia del FPN. Per questo motivo il Partito si impegnò costantemente negli anni successivi ad ergersi a paladino della patria e dell’indipendenza nazionale. Al contempo, sempre nell’ottica dell’unità all’interno del FPN, i comunisti cercarono in tutti i modi di mantenere una generale moderazione verso tutti quei piccoli e medi proprietari che costituivano una parte molto importante del tessuto sociale Indonesiano, così come verso quelle istituzioni religiose (spesso a loro volta proprietarie terriere) che erano tenute in grande considerazione da una popolazione religiosa e attaccata alle tradizioni.

Molti successi …

Questa strategia di ampie alleanze sociali portò indubbiamente a risultati strabilianti per quanto riguarda il radicamento del partito nelle masse Indonesiane. Quando nel gennaio 1951 la nuova dirigenza guidata dal Segretario Generale Aidit (in carica fino al 1965) venne eletta, il PKI contava tra i 4000 e 5000 membri appena. Il partito era disorganizzato a seguito della repressione e la sua presenza nelle organizzazioni di massa era considerevolmente limitata[i]. Nel 1965, all’apice dell’espansione del Partito, le cifre indicavano una situazione molto differente. I membri del PKI erano oltre 3.5 milioni. La gioventù del Partito (Pemuda Rakyat) contava 3 milioni di membri. Così altre organizzazioni affiliate al partito: il fronte sindacale di classe (SOBSI) 3.5 milioni, l’organizzazione di contadini (BTI) 9 milioni, l’associazione delle donne (Gerwani) 3 milioni, l’organizzazione che raccoglieva intellettuali, artisti ed insegnanti (Lekra) 5 milioni. Una rete che comprendeva – aggiustando per i numerosi tesseramenti a più organizzazioni da parte di un singolo individuo – più di 20 milioni di membri sparsi per l’arcipelago![ii] Un dato che non può che impressionare, anche se comparato alla vastità della popolazione Indonesiana (circa 100 milioni nel 1965).

Anche dal punto di vista elettorale i risultati non si fecero attendere. Nelle elezioni parlamentari del 1955 – che rimarranno le uniche tra il 1945 ed il 1998 – il PKI ottenne il 16.4% dei voti. Nelle elezioni provinciali del 1957 ottenne il 27.4% dei voti sull’isola di Java – che, con oltre il 60% della popolazione Indonesiana, è sempre stata al centro della politica del paese.

A partire dal 1957 il Presidente Sukarno – stanco dell’instabilità portata dal parlamentarismo e dalla moltitudine di partiti politici, ma anche mosso dalla fase di crisi causata dalle innumerevoli spinte separatiste che stavano spaccando il paese – implementò progressivamente la “Democrazia Guidata”: una fortissima centralizzazione dei poteri nella figura del Presidente, un parlamento nominato dall’alto con funzione di rappresentanza di tipo corporativistico, legge marziale e rafforzamento delle forze armate.

Una situazione tutt’altro che favorevole per il PKI, che aveva costruito buona parte della sua organizzazione intorno alla possibilità di partecipare alle elezioni. Eppure, il Partito riuscì ad adattare il suo ruolo. Grazie alla massa di membri che aderivano al partito ed alle organizzazioni ad esso affiliate, il PKI non poteva essere semplicemente ignorato dal Presidente e dalle istituzioni. Infatti, il Partito fu sempre in grado di ottenere una rilevante presenza nelle istituzioni anche dopo che le elezioni vennero abolite dall’introduzione della Democrazia Guidata. Inoltre, sempre grazie alla sua massiccia presenza nella società, il PKI riuscì a spaventare le forze reazionarie che speravano di reprimere la presenza dei comunisti con la violenza. Ciò – unitamente alla buona relazione che esisteva tra il PKI ed il Presidente Sukarno che ben comprendeva l’importanza di “tenersi buono” un partito di queste dimensioni – garantì al Partito un discreto livello di protezione dalla repressione più brutale.

… Ma grandi problemi

Al di là dei successi appena enunciati però, le scelte strategiche del PKI portarono ad una serie di problematiche che furono infine cruciali nel tragico epilogo della sua storia.

Il Partito, ad esempio, continuò fino alla fine dei suoi giorni a definire l’Indonesia come una semi-colonia. Una definizione che, come precedentemente illustrato, aveva un certo senso negli anni immediatamente successivi al raggiungimento dello status di indipendenza nel 1949. Ma anche in seguito – nonostante l’abrogazione unilaterale del Trattato di Pace Olandese-Indonesiano da parte dell’Indonesia nel 1956, la nazionalizzazione di tutte le imprese olandesi nel 1957, la cessione del territorio dell’Irian Occidentale all’Indonesia nel 1962 – il PKI continuò ad insistere sul carattere semi-coloniale dell’Indonesia. Una definizione che, a causa di questi sviluppi, sembrava però perdere progressivamente di significato, per diventare sempre più sinonimo della relativa subordinazione dell’Indonesia nei confronti del sistema capitalista internazionale. L’essere una “semi-colonia”, cioè, sembrava indicare semplicemente la posizione di debolezza dell’Indonesia nella piramide imperialista mondiale. Tutto sommato un’ovvietà, visto che per definizione il vertice di tale piramide può essere occupato solo da una manciata di paesi in un dato momento storico.

Ciò nonostante, il PKI continuò ad insistere sul carattere semi-coloniale dell’Indonesia e di conseguenza non abbandonò la politica delle alleanze con le classi proprietarie “nazionali”, per indirizzare la lotta primariamente verso un sempre più vago “imperialismo”. Continuò sulla linea di moderazione che portò ad una progressiva diluizione delle rivendicazioni di classe all’interno del paese, in favore di un generico “interesse nazionale”[iii]. Un indirizzo espresso limpidamente nelle parole dello stesso Segretario Generale del PKI, Aidit: «nel portare avanti la lotta nazionale dobbiamo attenerci fermamente ad un principio fondamentale: mettere l’interesse di classe e del partito al di sotto dell’interesse nazionale»[iv].

Una scelta strategica che portò inevitabilmente il PKI alla coda degli interessi della propria borghesia nazionale. Questo passaggio ebbe implicazioni teoriche quanto sul terreno concreto: furono infatti innumerevoli i casi dove il Partito decise di attenuare la lotta di classe all’interno del paese per tutelare l’“unità nazionale” e l’“interesse nazionale”.

Ciò avvenne per esempio durante la campagna per la nazionalizzazione delle industrie di proprietà olandese del 1957. Lanciata dal governo e supportata dal PKI e dai sindacati di classe, la campagna stava elevando il protagonismo operaio ad un nuovo apice: i lavoratori occuparono le fabbriche e le piantagioni e ne sancirono de facto l’espropriazione dai padroni olandesi. Ma il PKI temeva che questa ondata di protagonismo avrebbe potuto alienare la “borghesia nazionale” dalla fragile alleanza sociale che la teneva unita al Partito nel contesto del Fronte Unitario Nazionale. Così come temeva che l’“avventurismo” dei lavoratori avrebbe potuto alimentare l’ostilità delle forze reazionarie nazionali (esercito in primis). Proprio per questi motivi il PKI decise di smorzare le rivendicazioni operaie, calmare le acque. Quando il governo decise, nei giorni immediatamente successivi alle occupazioni, di affidare all’Esercito il controllo e la direzione delle industrie espropriate, il Partito non fece alcuna obiezione, né mobilitò le sue forze per contrastare questa decisione. Anzi, dichiarò pubblicamente che avrebbe fatto il possibile per aiutare il nuovo management a ristabilire la disciplina di fabbrica, prevenire i sabotaggi e ristabilire la “produzione nazionale”, temporaneamente interrotta dalle mobilitazioni dei giorni precedenti.[v]

Ma il ritrovarsi spesso alla coda degli interessi della borghesia nazionale non fu l’unico effetto collaterale della strategia del FPN. Quanto preparati e realmente militanti erano i “militanti” del Partito? Certo, oltre 20 milioni di Indonesiani condividevano le parole d’ordine dei comunisti. Ma questi “militanti” furono attirati verso il PKI e le sue organizzazioni da parole d’ordine tutto sommato moderate nei confronti dei piccoli e medi proprietari, della “borghesia nazionale”, delle istituzioni religiose e di quelle “parti progressiste” delle forze politiche borghesi e dello stato. Se la lotta di classe si fosse intensificata, queste masse si sarebbero realmente trasformate in milioni di militanti pronti a fare la rivoluzione e costruire il Socialismo?

Purtroppo la storia rispose con un secco “no” a questa domanda. Quando infine nei primi anni ‘60 il PKI cercò effettivamente di intensificare la lotta di classe all’interno della società Indonesiana – con delle energiche ondate di occupazioni della terra da parte dei contadini e mobilitazioni per la riforma agraria – i risultati furono scarsi se comparati alla capillare presenza del Partito nelle aree rurali. Le nuove parole d’ordine, più rivoluzionarie, attecchirono scarsamente nei tranquilli villaggi di Java, dopo che per anni il Partito aveva favorito una relativa moderazione nei confronti dei piccoli e medi proprietari terrieri, molto presenti nel tessuto sociale dell’isola. Quando i primi segni di violenza controrivoluzionaria eruppero in opposizione alle mobilitazioni del PKI, il Partito ed i militanti si ritirarono rapidamente verso posizioni di maggiore cautela, nel timore della repressione più estrema che le sue campagne potevano scatenare.

Un disastro annunciato

Dai primi anni ‘60 la tensione all’interno del paese era alle stelle.

Grazie alla parziale cooperazione tra PKI ed il Presidente Sukarno, il Partito trovava un riparo – seppur fragile e temporaneo – dalla repressione e riusciva quindi a crescere sempre più. Questa crescita – unita alle politiche “Socialisteggianti” del Presidente (come ad esempio furono le campagne di nazionalizzazione) – preoccupava ogni giorno di più le classi dominanti, sia nazionali che internazionali.

La lotta di classe all’interno del paese si stava intensificando. Le campagne per l’occupazione della terra stavano rapidamente alimentando ostilità e diffidenza tra i piccoli e medi proprietari terrieri. Le mobilitazioni operaie degli ultimi anni spaventavano gli investitori. Il capitale internazionale boicottava ormai da tempo l’Indonesia per via di questa situazione di incertezza. Allo stesso tempo, le politiche del governo non erano riuscite a far decollare l’economia Indonesiana, che stava anzi affondando. Tra il 1962 ed il 1964 l’inflazione annua era rimasta costantemente sopra il 100%. Raggiungerà il 306% nel 1965. La salute del Presidente Sukarno stava peggiorando rapidamente, e di conseguenza la stabilità di un sistema politico incentrato attorno alla sua carismatica figura di mediatore vacillava.

Già dal 1962 la leadership del partito iniziò ad avere dubbi sulla linea intrapresa fino a quel momento. Parlando al CC nel febbraio 1963, Aidit dichiarò che se i problemi economici non fossero stati risolti a breve, la “borghesia nazionale” avrebbe facilmente accettato una svolta reazionaria per tutelare i suoi interessi.

Nel 1965 il PKI raccolse voci ed informazioni, e riuscì a capire che l’esercito stava preparando un colpo di stato per ripristinare l’ordine e la pace sociale nel paese. Così, un gruppo ristrettissimo all’interno della dirigenza del partito decise di intervenire. Si pianificò un intricato colpo di mano all’interno delle forze armate, nella speranza di rimuovere i generali più reazionari e rimpiazzarli con figure più vicine ai comunisti.

Così avvenne il 30 settembre 1965. Ma le voci erano vere, l’esercito preparava un colpo di stato da tempo. I generali reazionari non aspettavano altro che una provocazione, una buona scusa per scatenare la repressione più violenta.

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Il colpo di mano all’interno delle forze armate fu presto sventato. L’esercito, dopo mesi di preparazione, fu in grado di mettere in moto un efficace macchina di sterminio. Anche grazie al supporto logistico fornitogli dai servizi segreti americani (come ormai reso pubblico dagli stessi) ed alla presenza capillare sul territorio, l’esercito Indonesiano individuò milioni di comunisti sparsi per tutto il paese. A partire dall’ottobre 1965, centinaia di arresti di massa ed esecuzioni sommarie erano all’ordine del giorno. Le istituzioni religiose locali – dopo che le occupazioni delle terre avevano ripetutamente minacciato la loro proprietà terriera – organizzarono una miriade di milizie anticomuniste che parteciparono attivamente ai massacri.

Uno sterminio che continuò ininterrotto per diversi mesi, sotto l’attenta direzione delle forze armate che esercitavano ormai de facto anche il controllo della macchina statale. Quando infine nel marzo del 1966 il potere passò ufficialmente al Generale Suharto, la tragedia era già compiuta.

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Un numero compreso tra 1 milione e 2 milioni di Indonesiani perse la vita nel giro di pochi mesi: comunisti e presunti tali, sindacalisti, contadini, giovani proletari. Ma anche innumerevoli ripicche personali vennero perpetrate dalle milizie reazionarie che dettavano ormai legge nelle aree remote del paese. Gli arresti ed internamenti furono altrettanto numerosi.

Non appena preso il potere, il Generale Suharto aprì i mercati Indonesiani al capitale internazionale, che si buttò a capofitto sulle ricche risorse naturali del paese e sulla abbondante manodopera a basso costo. Ad una cricca di economisti Indonesiani – denominata ironicamente “Berkley Mafia”, dal nome della prestigiosa università dove la maggior parte di loro aveva studiato – venne affidata la gestione dell’economia, condotta in perfetto allineamento con i dettami liberali dell’epoca. Grazie ai massacri, alla continua militarizzazione del paese e alla messa al bando delle organizzazioni comuniste e di classe, gli investitori non avevano più il timore di una forza-lavoro organizzata e sindacalizzata. Gli USA avevano finalmente trovato un fedele alleato nel Sud-Est Asiatico, dopo che la guerra in Vietnam minacciava sempre più di tramutarsi nella prima tessera di un pericoloso domino rosso. A tal proposito il Time dedicò persino un numero nel giugno 1966 agli eventi, definendo tra le sue pagine il colpo di stato come “the West best news for Years in Asia”. Colpo di stato che aprì la strada ad oltre tre decenni di governo dei militari e del Generale Suharto, rimasto al potere fino al 1998. pki2

Per un giudizio critico

Il PKI era stato brutalmente sconfitto.  Qualcosa era quindi andato storto: come potevano 20 milioni di militanti essere così facilmente schiacciati sotto il tallone della reazione?

Si è già cercato di far emergere alcuni punti critici nei paragrafi precedenti, che non hanno però certamente la pretesa di essere esaustivi. A parere di chi scrive, è utile porre l’accento su un aspetto in particolare: furono proprio quei gruppi sociali che il PKI aveva cercato di coinvolgere nel Fronte Unitario Nazionale a rivelare la loro vera natura nel momento decisivo, quando la lotta di classe in Indonesia stava raggiungendo un nuovo apice. I piccoli proprietari terrieri, coccolati per decenni dal PKI, decisero di schierarsi con le forze reazionarie quando i contadini mostrarono troppi segni di conflittualità. La borghesia nazionale era stanca dell’incertezza economica, e preferì spalancare le porte agli investimenti internazionali appoggiando il generale Suharto piuttosto che dare la propria fiducia ai comunisti, che avevano la “brutta tendenza” ad occupare le fabbriche. I partiti borghesi “progressisti” ed il presidente Sukarno, dopo essersi serviti della cooperazione con il PKI per darsi un’apparenza popolare, non mossero un dito quando le forze armate iniziarono a rastrellare il paese in cerca di comunisti.

Tutte quelle “alleanze sociali” su cui il PKI aveva fatto affidamento, volsero le spalle al Partito proprio quando la situazione stava diventando incandescente. I lavoratori ed i contadini invece – fedelmente ancorati al partito della loro classe – rimasero disarmati ideologicamente e materialmente di fronte al terrore reazionario più violento. Dopo essersi attenuti per anni al “principio fondamentale: mettere l’interesse di classe e del partito al di sotto dell’interesse nazionale”, le masse popolari, i lavoratori ed i contadini erano completamente impreparati per questa nuova drammatica svolta storica.

Per evitare di far sembrare questa discussione una mera diatriba “accademica”, distaccata dalla realtà del momento, è interessante leggere alcuni passaggi di un importante documento di autocritica redatto da alcuni membri dell’UP del Partito nel 1966. Tale documento fu steso dagli ultimi dirigenti superstiti, nascosti nelle zone più rurali ed inaccessibili di Java, poche settimane prima della loro cattura ed esecuzione. Con alcuni passaggi di questa autocritica vogliamo riassumere certi elementi di riflessione che vanno approfonditi ed analizzati, e che possono magari essere utili se raffrontati alla nostra realtà oggi:

Le principali manchevolezze nel campo ideologico. […]

Primo, la tradizione della critica e dell’autocritica in uno spirito Marxista-Leninista non era sviluppata nel Partito, specie in seno alla direzione del Partito. I movimenti di rettificazione e di studio che sono stati organizzati di tanto in tanto nell’ambito del Partito non sono stati condotti in modo sufficientemente serio e radicale […] né li si è fatti seguire da misure adeguate nel settore dell’organizzazione. I movimenti di studio erano il più delle volte destinati ai membri appartenenti alla base e non alla direzione, che non praticava la critica e l’autocritica. La critica giunta dalla base, lungi dall’essere guidata con cura, è stata soffocata.

Secondo, la penetrazione dell’influenza dell’ideologia borghese attraverso […] i contatti con la borghesia nazionale quando il partito ha stabilito un fronte unitario con essa, e attraverso l’imborghesimento dei […] quadri dirigenti, dopo che essi hanno esercitato certe funzioni presso istituzioni governative […].

Terzo, […] l’esperienza del PKI dimostra che adottare un atteggiamento critico nei confronti del revisionismo moderno del PCUS [cioè nei confronti del XX congresso], non significa che il PKI sarà automaticamente esente da errori d’opportunismo di destra identici a quelli commessi dai revisionisti moderni. […]

I principali errori sul piano politico […]

Le esperienze e le lezioni degli ultimi quindici anni ci hanno insegnato che il PKI […] ha finito per scivolare gradualmente nel parlamentarismo e in altre forme di lotta legali. La direzione del partito giudicava persino che fossero queste le principali forme di lotta per raggiungere l’obiettivo strategico della rivoluzione Indonesiana. La legalità del Partito non era considerata come una forma di lotta a un dato momento e in certe condizioni, ma come un principio a cui avrebbero dovuto essere subordinate le altre forme di lotta. […] Praticamente, la direzione del Partito non ha preparato né l’insieme del Partito né la classe operaia e le masse popolari alla possibilità della via non pacifica. La prova più sorprendente di questo fatto è la tragedia sopravvenuta dopo [il 30 settembre 1965].

La linea opportunista di destra seguita dalla direzione del Partito si è così riflessa nel suo atteggiamento circa lo Stato, in particolare di questo Stato che è la Repubblica d’Indonesia. Secondo la dottrina marxista-leninista concernente lo Stato, il PKI, in seguito al fallimento della Rivoluzione dell’Agosto 1945, avrebbe dovuto proporsi di educare la classe operaia e gli altri lavoratori indonesiani per far loro comprendere la natura classista di questo Stato che è la Repubblica d’Indonesia, una dittatura della borghesia. Il PKI avrebbe dovuto risvegliare la coscienza della classe operaia e degli altri lavoratori indonesiani insegnando loro che la lotta per la liberazione avrebbe inevitabilmente condotto alla “sostituzione dello Stato borghese” con lo Stato popolare diretto dalla classe operaia attraverso una “rivoluzione violenta”. Invece, la direzione del PKI ha applicato una linea opportunista, seminando così delle illusioni sulla democrazia borghese fra il popolo. […]

La direzione del Partito […], si è completamente distrutta nell’interesse della borghesia nazionale. […] l’atteggiamento di questa classe è incostante. In una determinata situazione, la borghesia nazionale ha partecipato alla rivoluzione [anticoloniale] e si è messa dalla sua parte, mentre in altri casi ha seguito la grossa borghesia per attaccare le forze motrici della rivoluzione […]. Il Partito è ricaduto in errori sempre più gravi, a tal punto che ha perso la sua indipendenza nel fronte unito con la borghesia nazionale. Questo errore ha condotto ad una situazione in cui il Partito ed il proletariato non erano più che un’appendice della borghesia nazionale.”

I principali errori sul piano organizzativo

L’errata linea politica che dominava il Partito determinò inevitabilmente una linea organizzativa altrettanto errata. […] sul piano organizzativo si è manifestata mediante la tendenza a fare del PKI un partito col maggior numero possibile di membri, un partito con un’organizzazione rilassata e definito partito di massa. Il carattere di massa del Partito non è determinato [però] dal gran numero dei suoi membri, ma in primo luogo dalla sua aderenza alle masse, [ed essa non può esistere] che quando le condizioni che determinano il ruolo del partito come organismo d’avanguardia sono fermamente mantenute, quando i membri del Partito sono i migliori elementi del proletariato e sono armati del marxismo-leninismo. Di conseguenza, l’edificazione di un partito marxista-leninista che abbia un carattere di massa è impossibile se non attribuisce un’importanza di primo piano all’educazione marxista-leninista.”[vi]

Ci sembra obbligatorio far notare, prima di concludere, che questa esposizione non ha mai voluto in nessun modo sostenere che il PKI abbia commesso errori grossolani di fronte all’ovvio. Il Partito camminava effettivamente sul filo di un rasoio: ogni passo falso, ogni forma di avventurismo avrebbero potuto causare una reazione violenta. Il PKI non si è mai adagiato sugli allori, e l’eccessiva fiducia verso certe classi sociali e verso certe forze politiche non fu di certo dovuta da un’eccessiva “pigrizia rivoluzionaria”.

Il PKI ebbe una gloriosa ed eroica storia che si è cercato qui di esporre brevemente. Ma lo studio di tale storia non può astenersi da un’approfondita analisi su quali furono le cause profonde che portarono tale grande Partito alla rovina in un periodo così breve di tempo. Studiare quella storia è il modo migliore per ricordare questo grande Partito a 100 anni dalla sua nascita.

[i]      Hindley, D. (1964). The Communist Party of Indonesia: 1951-1963. Univ. of California Press. p. 69.

[ii]    Mortimer, R. (1974). Indonesian communism under Sukarno: Ideology and politics, 1959-1965. Cornell Univ. Press. p. 366.

[iii]   Hindley, pp. 233-5.

[iv]   D. N. Aidit (1961), Perkuat Persatuan Nasional dan Persatuan Komunis! [Rafforzare l’Unità Nazionale e l’Unità Comunista!].

[v]     Hindley, p. 267.

[vi]    “L’Autocritica dell’UP del CC del PKI”, pubblicata in italiano da Libreria Feltrinelli nel 1968 all’interno dell’opuscolo Popolo Indonesiano unisciti e lotta per rovesciare il regime fascista. È anche disponibile online in lingua inglese.

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