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Il capitalismo e le emergenze globali. L’interesse collettivo contro il profitto

di Antonio Martinetti

La società in cui viviamo è attraversata da miriadi di contraddizioni, fra cui una delle più lampanti è l’incapacità – data la priorità di far profitto per i capitalisti – di rispondere adeguatamente alle emergenze del nostro tempo, ai problemi che minano la collettività umana e i suoi primari bisogni. L’emergenza climatica e l’attuale pandemia, ciascuna a suo modo, mettono a nudo queste contraddizioni.

Nel suo report del 2014[1], il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico costituito dall’ONU rendeva noto pubblicamente quanto il surriscaldamento globale stia causando danni ingenti alla natura e alla società umana e quanto, se non ridotto e fermato entro la fine del secolo, porterà a danni irreversibili da cui sarà difficile poi uscirne salvi. In particolare, l’aumento delle temperature è uno dei fattori che mette a rischio in molte regioni la presenza di acqua potabile, la produzione e la distribuzione di prodotti alimentari, a causa dell’aumento di catastrofi climatiche come siccità, inondazioni improvvise, uragani, ecc. che colpiscono enormemente la filiera agricola e in generale quella alimentare.

A causa di questa situazione, evidenziava il rapporto, si aggraveranno le condizioni economiche di molte popolazioni e, in particolare, diventerà sempre più difficile lottare contro la povertà e la denutrizione che continuano a dilagare. Basti pensare come, quattro anni dopo, la FAO riportava[2] che ben 821 milioni di persone nel mondo soffrono la fame, un numero aumentato anche a causa dei peggioramenti climatici e il loro peso sulla produzione alimentare.

Oltre a chi stenta a vivere o purtroppo muore per la fame, non va neppure dimenticato chi muore a causa dell’inquinamento atmosferico diretto: un articolo di “le Scienze”[3] evidenzia che le morti dovute a questo nel 2015 sono stimabili a 8,8 milioni di persone, con le malattie correlate a ciò più comuni che sono l’infarto cardiaco, l’ictus, la polmonite e il tumore al polmone.

Come se non bastasse, il cambiamento climatico causa alterazioni ambientali che favoriscono anche la diffusione di vari parassiti, infezioni batteriche o virali, come evidenzia un rapporto dell’OMS del 2007[4]. Tutto l’ecosistema ha sviluppato un particolare e precario equilibrio basato su differenti fattori, fra cui uno è quello della temperatura presente nei differenti organismi e sistemi ambientali: un’alterazione accentuata e repentina di questa – come sta avvenendo negli ultimi anni – può avere effetti disastrosi e imprevedibili. Una riflessione, quella portata dall’OMS, che è più che attuale, specie di fronte alla presenza negli ultimi anni di differenti epidemie e, come tutti purtroppo sappiamo, della diffusione pandemica che sta avendo il coronavirus.

Insomma, la crisi climatica è un fatto che ci riguarda tutti e che, se non risolto in tempo, ci può portare alla catastrofe. Nonostante questo e nonostante migliaia di appelli, provenienti anche dal mondo scientifico, il capitalismo ha continuato a marciare imperterrito nella sua logica del profitto prima di tutto, negando così una seria tutela dell’ambiente e del benessere dei ceti popolari. E anche oggi, quando nel dibattito pubblico si inserisce il tema dell’ambiente e questo sistema si trova costretto a dovervi fare fronte, i termini in cui questo avviene vengono definiti a partire dall’interesse e dai progetti di quei grandi monopoli che oggi intravedono nella “riconversione ecologica” una opportunità per fare profitti e affermarsi sui mercati in modo vantaggioso rispetto ai propri concorrenti. L’unica risposta che il capitalismo può dare all’emergenza ambientale e climatica è l’”ambientalismo”dei grandi monopoli, che ha molto poco a che vedere con gli interessi generali della collettività e del genere umano. Anche i peggiori disastri, in questo contesto, a volte diventano un’occasioni per speculare e fare soldi (come nel caso dei cat-bond[5]). Detto in breve: la lotta per l’ambiente è lotta contro il capitalismo, che è la radice alla base dell’attuale emergenza climatica[6]. Altrimenti si continueranno a vedere solo sterili appelli ad un cambiamento per salvare il pianeta e, con esso, l’umanità.

Alcuni hanno intravisto qualche differenza nel modo in cui il capitalismo ha gestito la crisi sanitaria globale che stiamo vivendo. In particolare, mentre prima i milioni di morti per denutrizione, povertà, catastrofi ambientali, ecc. sembravano non importare poi molto al sistema economico internazionale, ora la diffusione del coronavirus sembra aver smosso ingenti manovre politiche e risorse economiche per arginare i danni che tale pandemia sta causando all’umanità. Ha fatto scalpore, in particolare in Unione Europa, la sospensione momentanea del patto di stabilità, garantendo a diversi Stati maggiori spese di quelle normalmente consentite. Se questo avviene, se la risposta alla pandemia sembra più “tempestiva” rispetto all’immobilismo o alla lentezza con cui si risponde all’emergenza climatica, è perché la pandemia e i suoi effetti sui mercati, sulla domanda di merci, sulle transazioni ecc, minacciano in modo molto più diretto e immediato i profitti dei grandi capitalisti di quanto non lo faccia nel breve periodo l’emergenza climatica.

Per quanto ovviamente alcune delle misure di contenimento del virus attuate siano sacrosante, non bisogna illudersi nell’idea che, di fronte ad una minaccia globale, i popoli si siano uniti per combattere insieme questa “guerra”, al di là di divisioni di classe o statali. Il modo in cui molti Stati stanno reagendo mostra anzi quanto il capitalismo non sia mai veramente capace di risolvere una crisi, sia essa sanitaria, ambientale o umana.

Non bisogna dimenticare che in un certo senso la crisi sanitaria, o meglio il modo in cui questa si abbatte sulle classi popolari, è innanzitutto frutto del capitalismo. Non nel senso complottista per cui il virus sarebbe stato creato in laboratorio, ma nel senso che le politiche di attacco ai diritti sociali e la natura stessa di un sistema che nega o ostacola l’accesso ai diritti essenziali, inclusa l’assistenza sanitaria, creano le premesse affinché la pandemia si diffonda in modo maggiore. Basti pensare che negli Stati Uniti, paese che non riconosce il diritto alla salute e lo subordina del tutto alla logica del profitto, il virus ha conosciuto un’enorme diffusione nei quartieri popolari e nei ghetti afroamericani.

Questo discorso vale anche per l’Italia. In nome del pareggio di bilancio e dell’austerità e a causa dei tagli imposti negli ultimi decenni, la sanità italiana ha perso 5741 medici e 6881 infermieri (dati della Ragioneria dello Stato) solo nel periodo tra il 2007 e il 2015, senza guardare poi alla diminuzione delle strutture ospedaliere e dei posti letto che negli ultimi decenni si è fatta sempre più evidente.

I tagli alla sanità stanno avendo ovviamente un impatto enorme nella crisi attuale. I danni causati da un virus non dipendono solo dal virus stesso e dal suo livello di pericolosità, ma anche da come uno Stato reagisce a quella minaccia. Le carenze ospedaliere non fanno che aumentare il numero di malati che non ricevono le cure adeguate e, in certi casi, arrivano ad una morte che magari si sarebbe potuto evitare.

Il capitalismo, poi, è quello stesso sistema che, nello svilupparsi della crisi, non fa che continuare ad acuirla, in un senso sia internazionale che nazionale. A livello internazionale, si vede come i differenti Stati – agendo a tutela dei rispettivi gruppi economici e monopoli finanziari – di fronte al pericolo del virus e alla scarsità delle proprie risorse sociali e sanitarie per affrontarlo, non sappiano far altro che lottare per salvare se stessi, o meglio la propria classe capitalista, dimenticando persino quella retorica della solidarietà internazionale che in altre occasioni viene sbandierata. Le classi dominanti europee, certo accomunate dal comune interesse del voler scaricare la crisi sui lavoratori, si sono scontrate persino su quale dovesse essere lo strumento più efficace per salvare per salvare i profitti dei grandi capitalisti (si pensi al dibattito tra il MES e gli eurobond).

Un dato che emerge ancora di più se si pensa che mentre gli USA o i diversi Stati dell’Unione Europea facevano a gara per accaparrarsi mascherine o altri prodotti sanitari, un paese socialista come Cuba – tra gli Stati col più alto numero di medici in rapporto alla popolazione – inviava due brigate mediche in Lombardia e Piemonte, nelle aree allora più colpite dalla pandemia.

In Italia è emerso con forza come tutte le politiche del Governo sin dall’inizio della pandemia e già da prima del lockdown abbiano avuto come priorità la tutela dei profitti delle grandi imprese. Sono note a tutti le pressioni enormi della Confindustria per mantenere aperto il comparto produttivo, nonostante già a febbraio fosse chiaro il pericolo di contagio di massa, dopo i primi casi in Veneto e Lombardia. Quando ormai a inizio marzo le misure di quarantena non potevano più essere rinviate, i padroni hanno comunque spinto affinché non si fermasse la produzione di beni non essenziali, mettendo a rischio la vita di milioni di lavoratori e favorendo la diffusione del contagio. Sarebbe da chiedersi se sia davvero un caso che le zone a maggior contagio siano state quelle con la maggior produzione industriale, oltre a esser quelle – di conseguenza – più inquinate. Tutto ciò ovviamente senza dimenticare che le aziende aperte, in molti casi, non solo non hanno rispettato le norme sanitarie richieste dal governo, ma non si son fatte scrupoli a licenziare lavoratori ritenuti superflui dato il calo della produzione o della richiesta di servizi (come nel mondo del turismo) e a far lavorare all’eccesso i dipendenti rimanenti (come nel mondo alimentare).

Insomma, prima c’era l’ambiente, ora c’è anche il coronavirus, ma la logica è sempre la stessa: nell’attuale sistema economico, la bussola che guida le politiche adottate le rispondere all’emergenza è sempre il profitto dei padroni. Col risultato che il sistema politico, nazionale e internazionale, si muoverà solo quando sarà lo stesso profitto dei capitalisti a esser messo in pericolo e si muoverà nei limiti di ciò che è necessario per arginare la diminuzione del guadagno, se non apertamente per incrementarlo. E se ora quel che va fatto, per il capitalismo, è il debellamento del virus per permettere la ripresa del mercato, poi – di fronte alla recessione economica che si sta già sviluppando – toccherà probabilmente ai diritti e alle tutele dei lavoratori esser sacrificati in nome della ripresa economica.

Come ieri – e oggi e domani – la lotta per l’ambiente era lotta contro il capitale, adesso la lotta contro l’emergenza sanitaria è lotta contro il capitalismo, perché deve tramutarsi nella lotta contro la gestione capitalistica della crisi. Il nemico non cambia, e se non si prende coscienza di ciò, la risposta alle catastrofi globali sarà sempre e solo una risposta a tutela degli interessi di una parte minoritaria della società.

[1]https://www.ipcc.ch/site/assets/uploads/2018/02/SYR_AR5_FINAL_full.pdf, specie pp. 67-72.

[2]http://www.fao.org/news/story/it/item/1152149/icode/

[3]https://www.lescienze.it/news/2019/03/12/news/morti_inquinamento_atmosferico-4331321/

[4]https://www.who.int/whr/2007/whr07_en.pdf

[5]Per approfondire con un esempio, si veda l’articolo di Senza Tregua http://www.senzatregua.it/2020/01/14/come-la-grande-finanza-sfrutta-lemergenza-climatica/

[6]Si veda http://www.senzatregua.it/2019/12/14/inquinamento-e-movimento-ambientalista-la-lotta-per-il-pianeta-e-contro-il-capitale/

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