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Numero chiuso o selezione di classe?

A cura della commissione università del FGC

Ogni anno i test di accesso alle facoltà di Medicina e Professioni Sanitarie portano l’attenzione mediatica sulla condizione attuale e del nostro sistema sanitario nazionale e del nostro sistema didattico. Ogni volta viene riproposta la retorica, sempre efficace, del “non tutti possono fare il medico”  che si scontra però con la realtà oggettiva in cui versa la sanità pubblica del nostro paese.  Tuttavia in molti  mantengono la tendenza semplicistica a vedere il numero chiuso non come strumento funzionale a tagli e privatizzazioni ma solo come un elemento lesivo del diritto allo studio.

Quest’anno a Medicina ci sono 67.005 candidati, una cifra significativa rispetto ai soli 9779 di questi che potranno superare il test, per le professioni sanitarie saranno circa 14.000 quelli accettati. Già solo questo dato ci deve far assumere un primo concetto: verosimilmente fra Medicina e Professioni Sanitarie quasi 100.000 studenti provano il test e non è dunque azzardato dire che almeno un quarto di tutti gli studenti che finite le scuole si immatricolano nelle varie università del paese tentano la prova. Questo non è un dato affatto normale e a discapito di quanto si voglia far credere gli studenti italiani che escono dai licei hanno perfettamente interiorizzato quello che accade nel paese, qual è la reale condizione di disoccupazione che la gioventù vive, e dunque si muovono di conseguenza. Di fatti è l’incertezza sul proprio futuro e sulla possibilità di trovare un lavoro stabile a spingere molti ragazzi a tentare l’accesso ad una strada che, se intrapresa, è vista ancora come sicura, mentre nel citare le cifre dei candidati molti telegiornali e giornali dipingono una generazione che è disposta a praticare solo “professioni prestigiose”, quasi per capriccio. Qualsiasi analisi parta quindi da un presupposto diverso da questo è dunque un’analisi parziale, il numero chiuso non si scontra contro il “sogno” generico di una intera gioventù affascinata dalla professione medica, ma contro la sostanziale coscienza che questa gioventù ha di ciò che la aspetta in futuro. In fin dei conti il compito del numero chiuso è ben altro rispetto ad una certa volontà sadica di distruggere i sogni di una gioventù, come certe volte si tende a credere.

Il test di ingresso per i test di medicina nasce nel 1999 con la legge 264/99 del Ministro dell’Università e della Ricerca Scientifica Ortensio Zecchino (governo D’Alema).

La legge non fu altro che un adeguarsi alla normativa 93/16/CEE, emanata dalla Comunità Economica Europea (CEE). La normativa permette la libera circolazione dei medici sul territorio di quella che è la futura UE mettendo in competizione i medici e bloccando le assunzioni con il passare degli anni.
Il numero chiuso risponde innanzitutto ad una esigenza di mercato, quell’esigenza trasversale di tagliare sulla spesa sanitaria e privare il SSN del suo ruolo universalistico con il quale era stato concepito nel 1978 nel seno di quelle lotte operaie che avrebbero portato in Italia le ultime grandi conquiste del movimento dei lavoratori. Sono i numeri a confermare quanto si dice. Dal 2009 al 2016 abbiamo perso 9 mila medici, entro il 2028 perderemo oltre 47mila specialisti, 5.600 medici si pensionano ogni anno ed entro il 2020 avremmo perso quasi mille chirurghi e spenderemo l’1,4% in meno rispetto a quanto si spendeva in sanità nel 2004 (un taglio da oltre 1.5 miliardi di euro). Non procede meglio sul versante delle professioni sanitarie, dove secondo l’Ordine delle Professioni Infermieristiche mancano in Italia oltre 50.000 infermieri, di cui ventimila negli ospedali e trentamila nei servizi territoriali, e nel 2025 il numero di infermieri mancanti si attesterà a oltre 90.000 unità.

Allora esistono evidentemente due tendenze, da un lato una gioventù che preme con i pochi strumenti in suo possesso per tentare di sfuggire alla disoccupazione, e dall’altra le logiche liberali che impongono la destrutturazione della spesa pubblica e dell’universalismo assistenziale, rispetto alle quali il numero chiuso è funzionale e fondamentale. In questa dialettica non c’è spazio per alcuna forma di reale merito. La catena ideale che porta uno studente a divenire un medico è costellata da ostacoli enormi, e di cui il numero chiuso ne rappresenta solo una parte. Un giovane italiano deve aver avuto la possibilità di frequentare un liceo (per come è ridotta la scuola italiana quasi nessun istituto tecnico o professionale fornisce gli strumenti per affrontare il test e non trovarsi in difficoltà dai primi esami), spesso ha dovuto pagarsi costosi corsi di formazione, quindi superare il test e permettersi di pagare tasse, libri e spessissimo affitti esorbitanti per almeno 6 anni.  Nel complesso si parla di decine di migliaia di euro solo per alloggio, tasse e libri. Tutto ciò è possibile ad una minoranza esigua delle famiglie italiane, che sempre più spesso rinunciano a mandare i propri figli al liceo o all’università per l’insostenibilità economica della formazione nel nostro paese. Infatti anche in questo campo ogni riforma è andata sempre in una direzione: scaricare sempre più spese sui singoli nuclei familiari. A questo servono il contributo volontario a scuola e la riforma dell’ISEE per quanto riguarda l’univerità.

Il numero chiuso non si impone lo scopo di selezionare gli studenti migliori, la selezione è economica, quindi di classe, e avviene in buona parte indipendentemente dal test, si verificherebbe ugualmente in seno alle condizioni reali delle famiglie e della gioventù del paese anche se non esistesse alcuna forma di selezione. Infatti gli immatricolati all’università sono calati sistematicamente negli ultimi anni a prescindere dai numeri chiusi. Da questo elemento partono le rivendicazioni dei comunisti. E’ evidente che ogni Paese ha la necessità di programmare nelle aree fondamentali della società quanti professionisti avere nel corso degli anni. Non si può tollerare tuttavia che la selezione sia usata come grimaldello per destrutturare lo stato sociale, formando coscientemente meno professionisti di quanti sarebbero necessari, e che essa non venga portata avanti tramite sostanziali elementi di equità fra i partecipanti. Lottare contro questo numero chiuso significa dunque lottare affinchè si interrompa lo smantellamento di quanto conquistato in passato, per far sì che si torni ad un SSN che permetta a lavoratori, giovani e pensionati di curarsi senza doversi gettare nelle braccia del privato, o, come avviene sempre più spesso, rinunciare alle cure.

La lotta contro questo numero chiuso deve avere per la gioventù il significato più ampio di una lotta attiva e partecipata contro tutti quegli ostacoli economici che lasciano indietro milioni di giovani ogni anno e che ora sono realmente il principale filtro nella selezione di tutti gli studenti universitari del Paese.

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