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Chi conduce la lotta di classe oggi?

da Redazione

Marx affidò alla lotta tra le classi il ruolo di motore della storia.  L’espressione lotta di classe, è stata progressivamente abbandonata dalla sinistra moderna. Dai socialdemocratici, alla nuova sinistra post-comunista in cerca di collocazione ideologica, chi parla di lotta di classe è visto come un vecchio ortodosso, che ripropone vecchie teorie obsolete, sconfitte dalla storia e non più rispondenti alla realtà. Secondo costoro infatti le classi sociali non esisterebbero più, non esisterebbe la distinzione tra proletariato e borghesia così come ai tempi in cui Marx scriveva, l’integrazione successiva alla guerra avrebbe portato un appiattimento del divario tra le classi sociali.

 Ma le cose stanno davvero così? Nessuno nega il fatto che in due secoli ci siano state modifiche nella composizione delle classi sociali, che siano cambiati contesti, modi di esprimere queste differenze. La vecchia mentalità borghese ha subito certamente delle modifiche, l’articolazione della classe operaia anche, dovuta in modo particolare ad una nuova divisione del lavoro, all’emergere di nuove forme contrattuali, professionali, che non si ascrivono nel modello dell’operaio dell’industria fordista. Ma queste modifiche nelle forme tuttavia hanno lasciato in questi duecento anni del tutto intatto l’elemento sostanziale della somma differenza tra chi detiene i mezzi di produzione e chi riceve un salario in cambio del proprio lavoro. Niente altro che il vecchio conflitto tra capitale e lavoro, dove oggi il capitale non è solo quello industriale produttivo, ma nella fase del capitalismo monopolistico che noi viviamo, è quel la fusione in districabile tra capitale industriale e finanziario (banche, assicurazioni, istituti di credito).

 Al contempo la caduta del socialismo reale nell’est Europa, la fine di molti Partiti Comunisti, o il loro progressivo abbandono di un lavoro di classe, l’abbandono da parte delle organizzazioni sindacali di massa di una visione conflittuale della lotta sindacale, hanno lasciato enormi masse di lavoratori in balìa di un bombardamento ideologico mirato a inculcare la fine dalla divisione di classe, la possibilità del profitto e del benessere per tutti. L’ubriacatura ideologica degli anni ’80 e 90’ ha prodotto un abbassamento enorme del grado di coscienza di classe tra i lavoratori. L’idea delle “partite IVA” del tutti “imprenditori di sé stessi”, insieme con la parcellizzazione delle forme contrattuali, l’attacco alla contrattazione nazionale, l’esternalizzazione dei servizi, hanno prodotto una divisione enorme tra i lavoratori, che è stata enfatizzata culturalmente come fine della divisione di classe, ed utilizzata materialmente per dividere ed impedire rivendicazioni unitarie. Nella realtà delle cose si tratta spesso di nuove e più forti forme di sfruttamento che consentono di superare diritti acquisiti dai lavoratori salariati nello scorso secolo.

Ma come si sa, la realtà economica modifica le idee più di quanto esse modifichino la realtà economica. Con l’esplosione della crisi economica si avverte un iniziale ritorno di presa di coscienza da parte del nuovo proletariato, mutato nelle forme, ma rimasto invariato nella sostanza. La chiusura delle fabbriche, la crescente disuguaglianza sociale, la consapevolezza di una politica legata ai grandi interessi economici, fanno crescere di giorno in giorno l’idea di appartenenza di classe, molto più di quanto accadesse fino a qualche anno fa. Si scontano ancora assenze e difficoltà di quei soggetti politici e sindacali che dovrebbero condurre la lotta, e questo frena lo sviluppo della lotta di classe in Italia, mentre in altri paesi europei, dove la situazione è differente, il livello di rivendicazioni diventa sempre più avanzato.

La testimonianza che la divisione tra classi permane, è data dal fatto che in questi anni i detentori dei colossi monopolistici hanno costantemente guadagnato. Nonostante si tenti di far passare il messaggio del “siamo tutti sulla stessa barca” il conflitto tra capitale e lavoro emerge con forza nel momento della crisi, quando di fronte all’impoverimento di enormi masse di lavoratori, gettati nella disoccupazione, o nella spirale dell’abbassamento dei salari, i grandi monopolisti aumentano considerevolmente i loro profitti.

Proprio ieri il mensile americano Forbes ha pubblicato l’analisi annuale sui 400 uomini più ricchi d’America, confrontandoli con il resto del paese. Tra questi figurano Bill Gates, Warren Buffett, Larry Ellison, David Duffield, Rupert Murdoch, uomini che non hanno bisogno di presentazioni. L’insieme dei patrimoni personali di questi 400 magnati, vale 2.000 miliardi di dollari, l’equivalente del prodotto interno lordo della Russia. Questo patrimonio è aumentato in un anno di 300 milioni di dollari, portando la quota del loro reddito al 19,3% del reddito complessivo delle famiglie americane. Come disse alcuni anni fa proprio Warren Buffett: “la lotta di classe esiste e la stiamo vincendo noi”.

La lotta di classe è ancora il motore della storia. Gli sfruttatori ne hanno coscienza, è ora che la prendano anche gli sfruttati.

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