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NO ALL’ECONOMIA DI GUERRA. La manovra del governo Meloni e l’opposizione oggi necessaria.

di Markol Malocaj (Segreteria Nazionale del FGC)

 

Una manovra di “transizione” necessaria per il Governo

Il Documento Programmatico di Finanza pubblica approvato dal governo il 2 ottobre e le conseguenti dichiarazioni di Giorgetti (Ministro dell’Economia) hanno tracciato i contorni di quella che sarà una manovra economica modesta nei termini economici immediati (18,7 miliardi), ma estremamente necessaria per i capitalisti italiani sotto il profilo del contesto internazionale in cui attualmente essa si inserisce. Nonostante l’indirizzo degli obiettivi sia chiaro, tra i partiti di maggioranza lo scontro è aperto su singole misure che creano veri e propri mal di pancia e che verranno sicuramente calmierate, se non direttamente modificate, per non scontentare gli interessi dei padroni e dei gruppi di interesse che sostengono questa o quell’altra forza politica. Un caso emblematico è l’attacco senza remore di Tajani che si è espresso in maniera fortemente contraria alla possibilità di una tassazione sugli extraprofitti delle banche, le quali solo nel 2024 hanno realizzato un utile netto di 46,5 miliardi di euro, con un aumento del 14% rispetto all’anno precedente, e nel triennio 2022-2024 hanno accumulato oltre 112 miliardi di euro di profitti.

Quella del 2026 è una vera e propria manovra di “transizione” che recepisce gli indirizzi contenuti nel Bilancio 2028-2034 della Commissione Europea, andando a orientare l’Italia nei prossimi decenni verso una vera e propria economia di guerra. L’UE, nel contesto della guerra imperialista e della competizione internazionale che va acuendosi, punta a produrre un’uniformazione legislativa, fiscale e politica col compito di rendere effettivo ed efficace il progetto di riarmo. Lo vediamo attraverso programmi come la “Military Mobility”, che punta ad integrare pienamente la logistica e i trasporti in chiave comunitaria per rendere sempre più agevole e fattibile lo spostamento di mezzi e uomini in un eventuale conflitto sul suolo europeo. Lo vediamo nel tentativo di “tagliare i rami secchi” e rafforzare i settori considerati strategici (transizione pulita e decarbonizzazione; leadership digitale; resilienza e sicurezza, industria della difesa e spazio; salute, biotecnologie, agricoltura e bioeconomia), riprendendo pienamente gli indirizzi del “Rapporto Draghi”, finanziando e sostenendo un processo di competitività interna utile a rafforzare i monopoli europei e la loro competitività. E lo vediamo anche in questa manovra europea che ha ampio respiro ed un tempo largo di applicazione. L’indirizzo sancito da “ReArm Europe/Readiness 2030” trova nel documento programmatico del governo un principio di attuazione concreto, attraverso meccanismi comuni di debito che rendono possibile incrementare in maniera significativa la spesa bellica, a patto che si rispettino i vincoli di bilancio imposti dall’UE su tutte le altre materie. Ciò significa che, esaurendosi i margini (e le tempistiche) del PNRR, è finita la stagione delle vacche grasse e ritorna in maniera più evidente quella delle vacche magre “con doppi standard”, in cui il popolo e i lavoratori sono chiamati a “tirare la cinghia” in nome del “bene collettivo”, che tradotto in termini politici significa tagliare sulla spesa sociale per indirizzare verso la guerra i soldi dei lavoratori.

Misure di austerità per la spesa sociale, ma non per le spese militari

La cornice europea in cui si inserisce la manovra ha un aspetto essenziale, ovvero quella della riconferma delle misure di austerità, che erano state brevemente attenuate durante la pandemia, ma che oggi tornano in auge in forma addirittura più aggressiva, così come decretato nella primavera del 2024 con la riforma del Patto di Stabilità e Crescita e la definizione della nuova governance economica europea. Per gli Stati con un debito superiore al 90% del PIL, l’indicazione della Commissione Europea è di diminuirlo di un punto percentuale ogni anno, mentre per quelli con un debito compreso tra il 60% e il 90% sarà necessaria una riduzione dello 0,5% annua. Inoltre, i paesi membri dovranno lasciare un “cuscinetto fiscale” pari all’1,5% del PIL al di sotto della fantomatica soglia obbligatoria del 3%: ciò vale in particolar modo per l’Italia che su impegno del Governo cercherà con questa finanziaria di rientrare entro il 2025 sotto questa soglia.

L’unico settore con crescita strutturale e non toccato dalle misure di austerità sarà quello militare, che passerà dagli attuali 35 miliardi di spese militari alla cifra di circa 130 miliardi nel 2035 al ritmo di 6/7miliardi in più ogni anno. Solo nel triennio 2026-2028 la spesa per la difesa supererà i 17 miliardi € (grossomodo il valore dell’intera legge di bilancio di quest’anno, per rendere chiare le proporzioni), di cui 11 miliardi destinati all’acquisto di nuovi armamenti: cacciabombardieri F-35, sistemi missilistici, sommergibili e nuove fregate. Si punta a raggiungere in tal modo la soglia del 5% del PIL per la spesa militare indicato dalla NATO, articolando questa in 3,5% per la difesa militare e 1,5% come investimenti “travestiti” con la dicitura “modernizzazione della difesa”, integrando sempre di più l’Italia nei piani di morte USA-UE-NATO. Questo aumento mastodontico delle spese militari si inserisce in un trend che riflette una crescita annua del 64% nel periodo 2017-2024; esso verrà interamente pagato dai lavoratori e dal popolo di questo paese. Secondo il conteggio fatto dall’Osservatorio Milex, che si concentra soprattutto su quel 3,5% di spese militari “pure”, partendo da quello che è l’ultimo dato ufficiale di spesa in Difesa per l’Italia, fermo tra l’1,5 e l’1,6% del Pil, emerge che L’Italia, per portare in dieci anni la spesa militare annua dagli attuali 35 miliardi agli oltre 100 miliardi, cioè per triplicarla, dovrà reperire ogni anno in manovra nuove risorse finanziarie di circa 6-7 miliardi, ogni anno per dieci anni. E “questo si traduce in un impegno cumulativo decennale di spesa di quasi 700 miliardi di euro, circa 220 miliardi in più rispetto a quello che si spenderebbe in dieci anni se invece del 3,5% si puntasse a raggiungere il 2% in spese militari ‘core’, con aumenti di spesa annuali medi nell’ordine dei 2 miliardi”.

Oltre al ricorrere ai meccanismi di debito già contenuti nel piano “ReArm Europe/Readiness 2030”, le risorse verranno ottenute attraverso il taglio della spesa sociale. Nello specifico si parte da un disinvestimento tra sussidi e forme sostegno alle famiglie più povere (ad esempio Reddito di Cittadinanza) di circa 3,2 miliardi di euro degli ultimi tre anni per poi passare a taglio o incrementi trascurabili di altri servizi.

Il finto aumento del Fondo Sanitario Nazionale previsto di circa 6,3 – 6,6 miliardi € per il 2026 è in realtà solo una piccola revisione dei conti e non va minimamente a sanare i problemi strutturali della sanità. Il fatto che l’Italia spenda meno (in % del PIL) rispetto agli altri paesi significa che la sanità pubblica ha già un “buco”. L’analisi dei dati della manovra, comparati, mostra che l’aumento effettivo è limitato (+0,7% nel 2027, +0,6% nel 2028) e il rapporto spesa sanitaria/PIL non si spinge oltre il 6,5% e rimane al di sotto della media OCSE (≈7,1%). In termini reali, infatti, oggi l’Italia impegna in spesa sanitaria circa il 6,3% del PIL. Tenendo conto delle previsioni sull’inflazione (sempre ottimistiche), i dati del MEF fanno emergere come già dal 2028 la spesa sanitaria in rapporto al PIL scenderà addirittura sotto il 6%.  Le cifre assolute, dunque, non raccontano tutta la situazione: oggi la sanità vive di liste d’attesa interminabili, ospedali che chiudono, medici che scappano all’estero. Secondo la Fondazione GIMBE, mancano oltre 30 mila medici e 250 mila infermieri rispetto al fabbisogno reale. Oggi servirebbero almeno 15 miliardi € in più all’anno solo per riportare la spesa pro capite ai livelli medi europei. Invece, si continua con toppe annuali che mantengono in vita un sistema in apnea. Per non parlare della sanità privata. Già nel 2023 la spesa sanitaria privata ha raggiunto 45,9 miliardi €, pari al 26% della spesa totale. Di questi investimenti, 40,6 miliardi sono stati soldi finanziati direttamente dalle famiglie, mentre 5,2 miliardi sono arrivati tramite assicurazioni.  Il dato peggiora nel 2024: le persone hanno speso 41,3 miliardi per curarsi nel privato mentre ben 5,8 milioni hanno rinunciato alle cure per motivi economici solo lo scorso anno.

Nulla di diverso sul fronte scuola per cui si prevedono tagli nel prossimo triennio pari a circa 869 milioni. L’Italia oggi spende solo il 4% del PIL per la scuola e l’università, contro una media OCSE del 4,9%. Negli ultimi anni i fondi pubblici verso il privato sono aumentati: parliamo di 464 milioni € in più in pochi anni, mentre la scuola statale perde e continua a perdere docenti, 5.660 dall’a.s. 2025/2026. Oggi la scuola pubblica vive senza soldi, strutture, e personale. Il 70% degli edifici scolastici ha più di 50 anni, e molti di questi non rispettano le norme antisismiche. Gli stipendi dei docenti sono tra i più bassi d’Europa, il 20% inferiori alla media UE. Per colmare il gap servirebbero almeno 10 miliardi € in più all’anno. A corollario di questo quadro desolante, nel 2024-2025 lo Stato ha stanziato 750 milioni € solo per le scuole paritarie, finanziamenti sottratti all’istruzione pubblica. Intanto nelle scuole e nelle università il governo decide di aumentare la repressione a ogni forma di lotta contro la guerra, mentre vengono organizzati progetti di PCTO in collaborazione con l’esercito, attraverso i quali viene portata avanti la propaganda di guerra nelle scuole.

Riformulazione delle imposte e drenaggio fiscale: l’ennesima beffa ai danni dei lavoratori

I salari italiani sono tra i più bassi d’Europa e gli unici rimasti sostanzialmente fermi nel corso di questi anni. Nonostante gli aumenti ridicoli dei rinnovi contrattuali, la busta paga dei lavoratori dipendenti è sempre più leggera, falcidiata già dall’inflazione e dal costo della vita sempre più alto. A questa grave situazione contribuisce il meccanismo del cosiddetto “fiscal drag” (drenaggio fiscale), ovvero l’aumento di aliquota fiscale media a cui, per via della progressività dell’Irpef, va incontro un lavoratore quando il suo reddito aumenta (a seguito, ad esempio, di rinnovi contrattuali o di adeguamenti), anche se l’aumento non fa altro che compensare l’inflazione. Si calcola che in tre anni siano circa 25 i miliardi di euro in più che lo Stato ha incassato attraverso questo meccanismo perverso, che corrispondono a circa 2000 euro che spetterebbero ai lavoratori e ai pensionati di questo paese. E che il governo non ha alcuna intenzione di restituire.

A completare il quadro c’è la rimodulazione degli scaglioni dell’IRPEF. Questa misura viene spacciata come un ulteriore strumento per sgravare fiscalmente i lavoratori aumentando le buste paga. Nel dettaglio, però, non è per nulla così. Secondo l’Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB), infatti, la riduzione di due punti dell’Irpef premierà di più solo l’8% di una platea composta da 13 milioni di lavoratori dipendenti. A questo 8% andrà quasi la metà dei 2,7 miliardi di euro stanziati dalla manovra. Parliamo di un aumento medio di 408 euro all’anno, ovvero 34 euro al mese ai dirigenti, 123 (10 al mese) per gli impiegati e 23 (1,91 al mese) agli operai. Inoltre, la compensazione dei benefici sui redditi sopra i 200 mila euro riguarderà 58 mila persone che avranno 188 euro (15 euro al mese). Più si guadagna, più soldi si ricevono. Il quadro è reso ulteriormente perverso dalla tradizionale impostazione delle aliquote per scaglioni IRPEF nel nostro Paese. Tutti coloro che guadagnano più di 50.000 entrano generalmente nello scaglione con aliquota al 43%. Che si guadagnino 60.000, 600.000 o 6 milioni lo scaglione resta lo stesso, con benefici che diventano tanto più rilevanti quanto più alto è il reddito. Alla faccia di ogni presunta progressività del fisco.

 

Regali ghiotti e occasioni d’oro per i padroni

La manovra del 2026 include diverse misure di cosiddetta “regolarizzazione fiscale”, tra cui dei veri e propri condoni delle cartelle per debiti affidati dal 2000 al 2023, che permette di saldare le imposte dovute e le spese di notifica, pagando solo l’imposta senza sanzioni e interessi. Un ennesimo regalo ai padroni che verranno scaricati sulla fiscalità generale come precedentemente detto. Inoltre, la Manovra riconferma e struttura incentivi sugli investimenti aziendali. È stato reintrodotto l’iper-ammortamento (Transizione 5.0), con cui le imprese hanno la possibilità di maggiorare il costo di acquisizione di beni (macchinari, attrezzature, software avanzati) fino al 220%, con un finanziamento nel triennio di circa 4 miliardi di euro. Secondo le tabelle del Documento programmatico di bilancio, le misure a favore delle imprese e dell’innovazione valgono complessivamente circa 3,0 miliardi di euro nel 2026, 2,3 miliardi nel 2027 e 1,8 miliardi nel 2028. L’intento evidente è quello di sostenere, parallelamente al quadro europeo, quelle aziende strategiche che rientrano nei settori chiave relativi alla ristrutturazione capitalistica in atto e da rafforzare nella competizione internazionale.

 

In pensione sempre più tardi

Diversi esponenti del governo nel corso di questi anni hanno fatto la voce grossa contro la riforma Fornero, attaccando in maniera ipocrita una delle peggiori leggi fatte nel nostro Paese e promettendo mari e monti una volta arrivati all’esecutivo. Tutti ci ricordiamo Matteo Salvini che portava avanti questa battaglia per finta, salvo poi convertirsi “sulla via di Damasco” ai dettami della spending review e dell’Unione Europea. Secondo le previsioni, dal 2027 l’età pensionabile salirà a 67 anni e 3 mesi, mentre si apre la possibilità a chi lavora nella scuola di uscire dal mondo del lavoro a 70 anni. Inoltre, nonostante l’inflazione alle stelle e il costo della vita sempre più proibitivo, il governo ha ben pensato di aiutare i pensionati con un aumento medio di ben 12 euro mentre per le pensioni d’oro (sopra i 5000 euro al mese) non sono previsti tagli. Nel frattempo, le pensioni minime rimangono senza rivalutazione allargando il vortice di povertà a cui sono condannate milioni di persone.

 

28 e 29 novembre. Uno sciopero generale e una manifestazione nazionale necessari contro un massacro annunciato

 

Il periodo di mobilitazione imponente delle scorse settimane contro il genocidio del popolo palestinese assume un’importanza rilevante proprio alla luce del fatto che si è articolato attorno al protagonismo centrale e diretto da parte della classe lavoratrice, quale spinta propulsiva per l’innescarsi della mobilitazione. I lavoratori, a partire dai portuali di Genova, si sono posti come elemento trainante e catalizzatore quello della contrarietà all’inaccettabile massacro a Gaza, costruendo due giornate di sciopero generale tra le più partecipate negli ultimi decenni. L’adesione, assolutamente straordinaria in alcuni settori, ha restituito la percezione dello sciopero dei lavoratori come arma credibile e necessaria superando la ritualità a cui era stata relegata negli ultimi anni. La riuscita, in particolare, della giornata del 3 ottobre ha dimostrato che l’unità della mobilitazione dei sindacati combattivi e della CGIL è un elemento oggi necessario per creare un appuntamento di lotta percepito tra i lavoratori.

Il 28 novembre USB, CUB, SI Cobas, SGB e altri sindacati di base rilanciano la sfida. Il tentativo è chiaramente quello di dare continuità al processo messo in campo nello scorso periodo e di orientarlo contro la finanziaria di guerra e il governo. Ci sono due considerazioni da fare nel merito. La prima è che purtroppo, come dicevamo qualche settimana fa, nonostante oggi si sia rotto un argine, non sono venuti meno i limiti e le arretratezze del movimento sindacale nel nostro Paese. Il fatto che non si sia riusciti a costruire un piano di unità della mobilitazione come quello del 3 ottobre, pur comprendendo il contesto “diverso” in cui questa data si inserisce, certifica il fatto che ci troviamo di fronte a una condizione che limita la diffusione dello sciopero stesso e la possibilità di coinvolgere una fetta più ampia di lavoratori, rendendolo un vero e proprio caso nazionale. Si è persa un’occasione insomma. Ciò è ancora più vero dal momento in cui una parte importante dei lavoratori tesserati in CGIL è disponibile e recettivo su questo piano, ovvero quello di una lotta coerente e conseguente, trasversale ai sindacati, contro il governo e le sue politiche. Crediamo, insomma, che questo aspetto sia non trascurabile per continuare a restituire dignità e peso allo strumento dello sciopero generale, a partire dal far vivere il principio di non separare i settori più avanzati della classe operaia da quelli organizzati all’interno del sindacalismo confederale “tradizionale”. La seconda è che, indipendentemente dai limiti sopracitati, la giornata del 28 novembre va partecipata e costruita. Tutti siamo chiamati a dare il nostro contributo per rendere questo sciopero il più possibile “generale”. Agitare la parola d’ordine dello sciopero generale oggi vuol dire fornire un’indicazione di lotta concreta contro la manovra finanziaria e il governo, rimettendo al centro i lavoratori come protagonisti di questa battaglia. Bisogna dare continuità, nelle condizioni attuali, a questo processo, facendo fare un passo avanti. Dalla lotta in solidarietà al popolo palestinese, alla messa in campo delle condizioni per far venire meno la complicità del nostro Paese nel genocidio e fino ad arrivare al contrasto alle politiche domestiche che massacrano i lavoratori e sacrificano le loro condizioni di lavoro e di vita nella corsa al riarmo, per incrementare i profitti dei padroni.

In questa direzione è altrettanto importante costruire una partecipazione ampia e di massa alla manifestazione nazionale a Roma chiamata da USB e da diverse realtà della sinistra di classe per il giorno dopo a Roma (29 novembre, ore 14 – Porta San Paolo). Pur sapendo che non si tratta di replicare o fare i paragoni col 4 di ottobre, occorre ritornare nella Capitale per continuare questo processo di lotta, inchiodando il Governo di fronte alle proprie responsabilità. Proprio perché le ragioni della mobilitazione in sostegno al popolo palestinese rimangono tutt’ora valide e vanno collegate con queste due date, è ancora più necessario indirizzare ciò che le proteste di questi mesi hanno sedimentato verso la manovra e in generale contro il Governo Meloni con un appuntamento di piazza corposo. Il pretesto dietro la necessità di avere un tema “largo e comprensibile “che “porti la gente in piazza” con cui alcune forze legate al centrosinistra stanno provando a depotenziare la giornata del 29 novembre, cercando di orientarla unicamente sulla questione palestinese, è semplicemente falso. Il miglior modo per sostenere il popolo palestinese e il loro diritto a vivere in uno stato libero ed indipendente è direzionare la lotta contro il “nemico in casa nostra”, ovvero il governo Meloni e il capitale italiano, composto da monopoli come Leonardo, che hanno accordi militari milionari con lo Stato terrorista di Israele. E che attraverso la manovra impoveriscono i lavoratori, scaricando sulla loro pelle la folle corsa al riarmo.

Il fatto che il centrosinistra abbia avuto un atteggiamento ipocrita, ambiguo e a corrente alterna sulle mobilitazioni di questi mesi è coerente col tentativo di disarmare un movimento che ha avuto al centro i lavoratori come forza catalizzatrice. In assenza di credibilità nei confronti del popolo e dei lavoratori, cercano di recuperarla, da una parte sfruttando lo spazio che gli viene fornito dalla dirigenza della CGIL – totalmente defilata rispetto allo sciopero del 28 e orientata verso una giornata di sciopero “in solitaria” il 12 dicembre -, dall’altra tentando di disarmare politicamente la piattaforma del 29, che ha un orientamento politico generale su tutti questi temi. Parliamo di partiti come il PD, che hanno esponenti che sostengono apertamente Israele e la sua politica genocida; la recente polemica del FGC con Emanuele Fiano, che non ha lesinato nello sfruttare tutta la “potenza di fuoco” dei media per accusarci in maniera gravissima di “antisemitismo”, è indicativa in tal senso.

Una breve considerazione va fatta sulla scelta di Landini e della dirigenza della CGIL di convocare lo sciopero in un’altra data, ignorando completamente il 28 novembre. Errare è umano, come accadde il 19 settembre, ma perseverare è decisamente diabolico. Questo non lo diciamo noi, ma una fetta importante di iscritti a questo sindacato che negli scorsi giorni hanno espresso dissenso rispetto alla scelta, per l’ennesima volta, di spezzare il fronte di lotta contro il governo e le sue politiche. Ci rendiamo conto non è possibile né utile nascondere le differenze che esistono in seno ai sindacati, alla loro strategia e all’orientamento politico che esprimono le loro dirigenze; così come le condizioni storiche e le cause profonde che hanno portato all’attuale frammentazione sindacale non sono superabili attraverso il mero volontarismo. Crediamo però che in questo momento alcune scelte ricadano come macigni su chi le prende, in particolare se queste scelte rischiano di pregiudicare la lotta contro un governo che gode di una relativa stabilità perché riesce a interpretare molto bene gli interessi del capitale italiano. Servono a poco i proclami infuocati dalle piazze se poi vengono messe in campo azioni oggettivamente sbagliate e che allontanano la prospettiva di contrattacco del movimento operaio nel nostro paese.

Le prossime settimane saranno fondamentali per dare uno slancio. Occorre lavorare per rafforzare il raggruppamento attorno alle giuste parole d’ordine nella lotta, che sono inevitabilmente inconciliabili con la prospettiva del “campo largo”, rendendo di nuovo lo sciopero un “fatto politico” nel Paese, con l’obiettivo di spazzare via un governo indegno. Assieme a questa indicazione immediata, reputiamo che rimanga centrale la prospettiva della costruzione in Italia di un partito comunista moderno, serio, credibile, organizzato per essere all’altezza delle sfide del XXI secolo. Un partito del genere rappresenta una conquista e un obiettivo irrinunciabile, per dare alle masse coscienza e organizzazione, per liberarle dall’illusione di una gestione “umana” del capitalismo o di una alternativa possibile nei margini di questo sistema. E riaprire definitivamente la prospettiva della lotta per la presa del potere politico dei lavoratori e il socialismo-comunismo. Per mandare una volta per tutte questo sistema marcio nella pattumiera della storia.

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