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Rinnovo CCNL metalmeccanici: quanto costa la pace sociale?

di Angelo Panniello e Martina Limosani


La vertenza per il rinnovo del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro per i lavoratori metalmeccanici ha animato gli scioperi e i picchetti operai degli ultimi due anni. Questa trattativa ha un peso politico enorme nel nostro Paese: il CCNL metalmeccanico norma le condizioni lavorative di un milione e mezzo di lavoratori italiani, impiegati nelle industrie e nelle piccole e medie imprese, dei settori automotive, siderurgia, impiantistica, aerospazio, difesa ed energia.

Oltre ad essere un settore strategico della manifattura italiana, il comparto metalmeccanico esprime l’avanguardia storica della classe operaia italiana. Il settore metalmeccanico, che nel 2022 ha generato l’8% del Pil nazionale, 45% delle esportazioni e il 6,2% dell’occupazione, è quello che produce buona parte della ricchezza e quello che attraverso la conflittualità che esprimevano gli operai è riuscito a strappare fondamentali vittorie e conquiste sindacali, diventando un punto di riferimento per altri settori di lavoratori nel formulare le proprie rivendicazioni.

Dopo un anno di scioperi e mobilitazioni, si è arrivati alla firma di un’ipotesi di rinnovo; se confrontata con la piattaforma dei confederali votata dai lavoratori in assemblea nel 2024, è evidente l’insufficienza e l’incongruenza tra i contenuti dell’accordo e i reali bisogni ed esigenze di chi lavora in fabbrica.


L’IPOTESI DI ACCORDO

La piattaforma proponeva un aumento di 280 euro lordi mensili al livello C3, spalmati su tre anni di vigenza contrattuale, la riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore a parità di salario, l’aumento del welfare integrativo a 250 euro, e generiche richieste di migliorie inerenti alla formazione, alla sicurezza sul lavoro, agli strumenti per la conciliazione vita-lavoro. Tali rivendicazioni non hanno trovato riscontro nell’accordo, con un mero aumento pari a 205 euro sul livello C3 (progressivo per gli altri livelli), spalmato in quattro anni, nessuna reale proposta di riduzione dell’orario di lavoro, ma anzi il consolidamento della flessibilità, della precarietà, e del potere unilaterale delle imprese.

Fin dal principio, si è evidenziata l’indisponibilità da parte delle associazioni padronali, che hanno proposto una “contro-piattaforma” che mirava a smantellare elementi fondamentali del Contratto Nazionale: nessun aumento salariale strutturale e al massimo un incremento del welfare contrattuale a 400 euro; la sostituzione degli scatti di anzianità con “elementi di continuità professionale”, per ridurre gli automatismi sui passaggi di livello; l’elemento perequativo legato alla produttività; e ancora una maggiore gestione aziendale dei permessi annui retribuiti.

I forti limiti di questo contratto collettivo al ribasso sono in parte intrinseci alla condotta concertativa delle dirigenze di FIM, FIOM, e UILM, che ormai si accontentano delle briciole concedendo d’altro canto sempre di più alle imprese, invece di rilanciare la lotta per ottenere avanzamenti sostanziali.
In particolar modo è con il Patto per la Fabbrica, accordo siglato tra sindacati confederali e Confindustria il 9 marzo 2018, che si stabiliscono precisi paletti per la contrattazione collettiva, che di fatto mantengono il congelamento dei salari reali, impediscono di portare a casa aumenti significativi e scaricano sulla contrattazione di secondo livello (quella aziendale) la possibilità di ottenere risultati veri, indebolendo il peso del CCNL nella tutela delle condizioni lavorative dei lavoratori metalmeccanici.

È di fatto col Patto per la Fabbrica e in seguito con lo scorso CCNL metalmeccanico che si rafforza l’indice IPCA-Nei nella definizione degli aumenti sui minimi tabellari: si tratta di un meccanismo ad appannaggio padronale, che misura l’inflazione ma depurata dai costi energetici importati. L’incremento complessivo sul livello C3 (e ricalibrato sugli altri livelli) di 205 euro, distribuito in quattro anni, di cui una quota già “anticipata” nel periodo di vacanza contrattuale, dimostra chiaramente che con questo modello non si tengono in conto l’inflazione reale e l’aumento del costo della vita che negli ultimi anni ha colpito e continua a colpire i lavoratori. Viene sì aumentato il valore nominale dei salari, ma non quello reale visto che i costi degli affitti, delle bollette, dei beni essenziali sono in continua crescita.

Nell’ipotesi d’accordo sparisce il tema della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, ed anzi si rafforza l’uso dell’“orario plurisettimanale”, in cui formalmente la media di ore lavorate arriva a 40, ma si permette alle aziende di gestire i picchi produttivi comprimendo o allargando le ore di lavoro, arrivando fino a 48. Ciò si traduce in maggiore flessibilità per le imprese, che potranno imporre lo straordinario e orari di lavoro in base alle esigenze produttive, per gestire al meglio l’andamento della produzione, scaricando i costi sui lavoratori.

Un altro elemento peggiorativo è la concessione di ulteriori due giornate di permessi annui retribuiti all’azienda, che può dunque programmarli per le chiusure collettive e in funzione delle esigenze organizzative. In questo modo uno strumento di tutela, quello dei PAR, un diritto individuale del lavoratore di assentarsi dal luogo di lavoro, diventa sempre più uno strumento di controllo e pianificazione delle esigenze del padronato.

Sul terreno della precarietà, si introduce un percorso che legittima e normalizza il lavoro precario, specialmente per i lavoratori in somministrazione e in staff leasing; in particolar modo viene stilata una serie di causali che consentono il prolungamento dei contratti a tempo determinato da 12 mesi a 24 mesi. Questo percorso riconosce una maggiore continuità dopo lunghi periodi nello stesso luogo di lavoro, ma la cosiddetta “stabilizzazione” non coincide necessariamente con l’assunzione diretta in azienda: spesso si traduce semplicemente in un tempo indeterminato con l’agenzia, mantenendo quindi quella separazione strutturale tra lavoratori “interni” ed “esterni” che la piattaforma sindacale voleva ridurre. È certamente apprezzabile che si metta per la prima volta un limite allo staff leasing, che con il nuovo contratto potrà durare massimo 48 mesi: ciò non implicherà automaticamente l’assunzione diretta del lavoratore. Il tentativo è quello di mettere una pezza alla precarietà e instabilità lavorativa, ma non si va a toccare il meccanismo che la produce.

Sul fronte della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, non emergono nuove misure che incidono realmente sui ritmi, sugli appalti o sulla responsabilità delle imprese. Qualche formazione e “break formativo” in più non sono una risposta sufficiente agli oltre tre lavoratori che ogni giorno vengono uccisi nei luoghi di lavoro, per massimizzare i profitti padronali.
Il resto del contratto si muove nella stessa direzione: piccoli aggiustamenti, qualche spazio in più alle rappresentanze, ma nessuna inversione di rotta sull’equilibrio generale. Rispetto alla piattaforma votata dai lavoratori — che era comunque molto minima nelle richieste — il risultato appare quindi più come l’ennesimo compromesso al ribasso che come una conquista.


UN ANNO DI LOTTA

La mobilitazione per il rinnovo del CCNL dei metalmeccanici si apre il 12 novembre 2024 con la rottura del tavolo: Federmeccanica respinge la piattaforma sindacale e presenta una contropiattaforma, spingendo FIM, FIOM e UILM a proclamare 8 ore di sciopero, con blocco degli straordinari e delle flessibilità. Nei mesi successivi la protesta si articola in scioperi a singhiozzo o a scacchiera, per fabbriche, per reparti e persino per singole linee. Vengono indette giornate nazionali di lotta: il 28 marzo 2025 con otto ore di sciopero con cortei in tutta Italia, seguita da ulteriori scioperi ad aprile. La vertenza segna un salto di conflittualità diffuso soprattutto nei principali poli industriali come Genova, Milano, Torino, Padova e Bologna.

Si arriva quindi in estate allo sciopero nazionale del 20 giugno, con grandi manifestazioni in tutta Italia. Durante questa giornata, più di 10.000 metalmeccanici bolognesi bloccano la tangenziale per 4 km, sfidando il decreto sicurezza e le provocazioni del Governo Meloni. Quell’azione di lotta ha imposto al governo di correre ai ripari, chiamando sindacati e padronato a un tavolo a Roma, per sollecitare Confindustria a riprendere la trattativa. La ripresa della trattativa avviene infatti il 2 luglio e lo stato di agitazione viene di fatto sospeso, dopo più di un anno di mobilitazione e quaranta ore di sciopero totalizzate dai lavoratori.


UN’ANALISI DELLE MOBILITAZIONI

Accanto agli scioperi nazionali articolati in pacchetti di ore — che hanno garantito visibilità e partecipazione diffusa — hanno spesso inciso in modo più diretto le iniziative capaci di interferire con l’organizzazione produttiva: il blocco degli straordinari, i picchetti, gli scioperi articolati per reparto o per linea, e in generale tutte quelle azioni che hanno reso più difficile la gestione dei cicli di lavoro e il rispetto delle commesse. In questo senso, la vertenza ha permesso di tornare a sperimentare una legge che il movimento operaio ha sempre confermato nella sua storia: la pressione negoziale aumenta quando il conflitto tocca la produzione, più che quando resta sul piano simbolico.

Un altro elemento realistico emerso durante la mobilitazione riguarda il diverso livello di coinvolgimento dei lavoratori. Le adesioni agli scioperi sono state complessivamente buone, segno di un consenso diffuso sulle rivendicazioni salariali e normative; più disomogenea è risultata invece la partecipazione alle iniziative di piazza, che richiedono al sindacato un livello di attivazione maggiore, che in molti casi le strutture territoriali confederali non sono state in grado di mettere in campo.

Si può ritenere che la rigidità iniziale della controparte padronale abbia contribuito ad accrescere la consapevolezza dei lavoratori e la loro disponibilità a sostenere forme di lotta più incisive. In questa prospettiva, alcune iniziative particolarmente visibili e conflittuali, soprattutto i blocchi stradali e le azioni che hanno portato la vertenza fuori dai cancelli delle fabbriche, vanno lette come momenti di svolta, che hanno non solo accelerato la riapertura del confronto negoziale, ma hanno anche riportato Federmeccanica e Assistal sul terreno di confronto della piattaforma dei metalmeccanici, cosa che non era affatto scontata.

Bisogna infatti ricordarsi che nei rinnovi contrattuali, la riapertura o l’accelerazione delle trattative dipende quasi sempre da una combinazione di fattori: la pressione dei lavoratori, certo, ma anche l’andamento economico del settore, le divisioni interne al fronte padronale e il contesto politico generale. Premesso questo, va comunque detto che la direzione dei sindacati confederali ha deciso, senza coinvolgere minimamente i lavoratori, di interrompere la lotta nel momento in cui questa andava senza dubbio intensificata. Siamo convinti, infatti, che sarebbe stato necessario affondare il colpo in quel momento, mantenendo un livello alto di agitazione e di scontro fino all’autunno, per ottenere da un lato l’aumento delle divisioni interne al fronte padronale, e dell’altro ottenere quei rapporti di forza necessari a strappare molto di più alla controparte una volta ripresa la trattativa.

Nel complesso, il ciclo di lotta per il rinnovo del CCNL metalmeccanico restituisce un quadro articolato. Da un lato, mostra quanto siano indispensabili gli strumenti dello scontro di classe come: scioperi, blocchi produttivi, mobilitazioni territoriali. Dall’altro, evidenzia i limiti strutturali entro cui si muove oggi l’azione sindacale: la difficoltà di mantenere nel tempo livelli alti di mobilitazione, la necessità di dotarsi di casse di resistenza per sostenere scioperi di lunga durata e la pluralità di interessi che attraversano il fronte padronale oggi. È interessante infatti notare che le aziende più disponibili a tornare al tavolo e a concedere maggiormente qualcosa ai lavoratori erano infatti le aziende dell’aerospazio, o comunque quelle interessate al settore bellico (un settore in crescita, che non vuole assolutamente agitazioni e scioperi) come Leonardo, GeAvio, Tales Alenia, Microtecnica, Fincantieri; mentre quelle più aggressive erano soprattutto le medie imprese del tessuto industriale del Nord-Est e del Centro Italia.


UNA LOTTA CHE HA MOLTO DA INSEGNARE

Come abbiamo detto nel precedente articolo, il fronte padronale è partito compatto con l’obiettivo di attaccare e smantellare il Contratto Collettivo dei metalmeccanici così com’era concepito. Se questo obiettivo non è stato raggiunto, è solo grazie alla lotta messa in campo dai lavoratori. L’attacco ai contratti collettivi, ai diritti acquisiti dei lavoratori, sarà sempre più nel mirino dei padroni e dei governi borghesi, perché questi ultimi rappresentano un ostacolo ai profitti per il capitale. L’obiettivo è chiaro: mantenere i salari congelati al minimo ed erodere colpo su colpo i diritti conquistati nel secolo scorso dalla classe operaia.

La difficoltà oggi nel riuscire a pesare significativamente e coinvolgere ampi strati di operai è anche il risultato di anni in cui le dirigenze dei sindacati confederali hanno gettato acqua sul fuoco, disabituando i lavoratori al conflitto, pensando che le mobilitazioni operaie fossero dei “rubinetti” che è possibile aprire e chiudere a proprio piacimento. La realtà dei fatti ha dimostrato che le cose non stanno così, perché quando quei “rubinetti” restano chiusi troppo a lungo finiscono per ossidarsi. Così i lavoratori arrivano ai rinnovi contrattuali con le armi spuntate, mentre i padroni non solo colpiscono con tutta la forza che hanno, ma misurano attentamente la nostra. Senza la costruzione di rapporti di forza a favore della classe operaia e senza generalizzare lo scontro sul piano politico si indebolisce invece che rafforzare la prospettiva di ottenere dei miglioramenti sostanziali. Abbiamo visto, coi picchetti, i blocchi delle tangenziali e i cortei, che quando gli operai escono dalle fabbriche e portano le loro rivendicazioni sul terreno politico e pubblico, non possono essere ignorati.


NO AD UN CONTRATTO INSUFFICIENTE

Il voto contrario al rinnovo espresso da parte di molti lavoratori va letto in questa direzione: è un segnale, ma da solo non basta. Pensiamo che sia giusto votare NO a questa ipotesi di accordo, che come abbiamo visto non solo è ampiamente insufficiente, ma è profondamente ingiusta nei confronti degli sforzi di tutte quelle migliaia di metalmeccanici che si sono mobilitati nel corso dell’ultimo anno.

Siamo coscienti che però questo non sarà sufficiente. Le dirigenze dei sindacati confederali stanno facendo di tutto per impedire che lo scontento nei confronti di quest’ipotesi di accordo si strutturi e che si torni a lottare per un nuovo contratto. Questo ci da modo di imparare un’altra importante lezione: l’intervento dei comunisti all’interno dei sindacati deve fare un salto di qualità. È necessario avanzare in maniera verso l’obiettivo di orientare le vaste masse di lavoratori che vogliono migliorare la propria condizione sul terreno della lotta. In questa direzione diventa importante non sprecare le energie che si sono create attorno a questa vertenza, andando a riprendere in mano le rivendicazioni più avanzate della piattaforma e provando a sostenerle concretamente anche nelle contrattazioni di secondo livello. È l’unica strada per impedire che questo rinnovo sia l’ennesima sconfitta.

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