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Inquinamento e movimento ambientalista. La lotta per il pianeta è contro il capitale

di Paolo Spena, vice-segretario FGC

Negli ultimi anni la sensibilità rispetto al tema dell’ambiente è cresciuta esponenzialmente, e oggi in molti paesi europei questo tema è messo al centro del dibattito politico. Le manifestazioni di “Fridays for Future” hanno riportato i riflettori su una questione che sicuramente è fra le più attuali del nostro tempo. E lo è giustamente, perché i cambiamenti climatici e tutte le loro conseguenze sono già una realtà. Ma se è vero che cresce l’interesse per l’ambiente e il clima, non si può dire che si abbiano sempre le idee davvero chiare a riguardo. Molto spesso a prevalere sono i falsi miti. E questi diventano pericolosi quando, oltre a diffondersi nella percezione comune, possono essere utilizzati dai padroni per i loro interessi.

Uno dei grandi miti di questi anni, ad esempio, è l’idea che l’inquinamento si debba combattere innanzitutto con l’attivazione sul piano individuale da parte di ciascuno di noi, a partire dalle piccole azioni quotidiane. È un mito che nasce con l’idea che l’emergenza ambientale del nostro tempo sia una sorta di “responsabilità collettiva”. E da questo assunto nasce la convinzione che se facciamo attenzione a cosa compriamo al supermercato e a regolare i consumi individuali, possiamo incidere in positivo e limitare l’inquinamento. Ma la realtà è che le piccole azioni come fare attenzione agli sprechi di acqua ed elettricità, limitare l’acquisto e l’utilizzo della plastica o preferire l’acquisto dei prodotti “green” rispetto a quelli canonici, hanno un’incidenza minima rispetto al totale, che è sostanzialmente determinato da altro.

Nel 2017, un’inchiesta rivelava che 100 grandi aziende nel mondo sono responsabili del 71% delle emissioni industriali di CO2. Se pensiamo che nel mondo non esistono solo 100 grandi colossi multinazionali, ma svariate migliaia, è facile comprendere che le scelte di consumo e la condotta individuale hanno un impatto davvero limitato rispetto al totale.  Questo significa forse che interessarsi a questo tema non serve, perché non potremo cambiare nulla? No, anzi. Significa che per lottare davvero in modo conseguente per il futuro del pianeta, dobbiamo capire cosa lo sta distruggendo.

Oggi tutte le scelte più importanti che riguardano il soddisfacimento dei bisogni dell’intera umanità vengono prese da un pugno di grandi multinazionali. Pochissimi colossi controllano fette enormi della produzione mondiale di cibo, energia, beni industriali e di consumo. A decidere cosa deve essere prodotto e in che modo farlo sono pochi soggetti che agiscono per il proprio profitto privato, in competizione gli uni con gli altri. I diritti della stragrande maggioranza della popolazione, incluso il diritto alla salute minacciato della devastazione ambientale, passano in secondo piano rispetto al profitto che finisce nelle loro tasche. È così che funziona il capitalismo.

L’emergenza ambientale di oggi è la diretta conseguenza innanzitutto di questa irrazionalità di fondo del sistema capitalistico. Marx la chiamava “l’anarchia della produzione”, che appunto fa sì che la società nel suo complesso non abbia nessun controllo reale sulla produzione dei beni che consuma e di cui ha bisogno, e che tutto questo sia decentrato e controllato da chi agisce per interessi di profitto. È proprio questo punto che va messo in discussione, se davvero si vuole affrontare la questione di petto. E viceversa, non si può pensare che la soluzione al problema possano esserci data dagli stessi che ne sono responsabili.

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Il presunto “ambientalismo” dei padroni.

La cosiddetta “green economy” e la sostenibilità ambientale sembrano all’improvviso interessare anche alle grandi imprese e alle multinazionali. Ma non si tratta di una folgorazione sulla via di Damasco. Molto più semplicemente, quello della sostenibilità oggi è un nuovo terreno di competizione fra i grandi gruppi capitalistici, e viene utilizzato anche come arma di concorrenza nel mercato.

La ragione è semplice: le normative ambientali sono, al pari delle altre norme che fissano degli standard produttivi, il prodotto dello scontro fra lobbisti che rappresentano diversi interessi. Ogni volta che in UE o in un parlamento nazionale si vota uno standard produttivo o un particolare limite, in realtà si sta votando a favore di alcune o di altre multinazionali e grandi aziende che utilizzano già quello standard o che comunque ne trarrebbero vantaggio, nella competizione con i concorrenti. Molte normative europee di carattere ambientalista, ad esempio, sono il prodotto del lobbying esercitato da aziende del Centro- Nord Europa, per le quali l’applicazione negli altri paesi europei delle norme simili a quelle dei loro paesi era un vantaggio.

È facile immaginare che quando un’azienda chiede misure più stringenti sulle tematiche ambientali, raramente lo fa per un sincero interesse nella difesa dell’ambiente… anzi, la riconversione “verde” di cui tanto si parla oggi rappresenta per i grandi monopoli un nuovo terreno di investimenti grazie ai quali fare profitti. E infatti si potrebbero citare decine di casi di grandi conglomerati economici che investono capitale sia in aziende “green”, sia in aziende responsabili di inquinamento e devastazioni ambientali. Perché quello che conta, alla fine, è sempre il profitto.

La spinta per una rapida riconversione produttiva si inserisce anche nelle dinamiche di competizione a livello internazionale. Produrre dove il costo del lavoro è più basso conviene, ma trasportare le merci per migliaia di chilometri costa e inquina. Ecco allora che l’idea di produrre là dove sono i consumatori diventa un’arma per contrastare la Cina e poter rivendicare la propria vocazione ambientalista. Dietro i proclami delle grandi multinazionali la sensibilità e il sincero interesse per le sorti dell’ambiente cedono il passo a interessi materiali di certo meno nobili. È per questo che non bisogna farsi dettare l’agenda dai padroni: perché il loro “ambientalismo” arriva solo finché sono garantiti i loro profitti.

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Fridays for Future. Dove sta andando e che prospettive ha?

Il movimento di Fridays for Future, grazie anche alla sovraesposizione mediatica di Greta Thunberg, ha coinvolto negli “scioperi per il clima” milioni di giovani in tutto il mondo. È un movimento che intercetta un giusto e legittimo sentimento della gioventù, che sente la necessità di lottare contro la devastazione ambientale e i cambiamenti climatici, per il futuro del pianeta. Ma il rischio è che questa buona fede venga deviata in una direzione favorevole a quella che vogliono i grandi gruppi economici.

Non si tratta di scadere nel complottismo, non dobbiamo chiedere “chi c’è dietro Greta?” come se si trattasse di una macchinazione dei poteri occulti. Bisogna però avere la consapevolezza che un movimento del genere non sarebbe esistito, o non avrebbe assunto le proporzioni che ha oggi, senza l’enorme campagna mediatica che tutti abbiamo visto e senza un grosso investimento economico da parte di settori importanti del capitale. È un elemento che abbiamo il dovere di cogliere e analizzare con serietà, consapevoli che la riduzione di ogni voce critica al complottismo, cioè la strategia di mettere un’analisi oggettiva degli interessi che orientano i movimenti nella società sullo stesso piano delle più strampalate teorie della cospirazione (che non a caso vengono presentate da anni in prima serata), è oggi una delle più grandi armi ideologiche utilizzate dal capitale.

Il rischio che il legittimo sentimento di milioni di giovani in tutto il mondo venga tramutato in uno strumento di pressione al servizio di altri interessi esiste, soprattutto a causa della vaghezza delle rivendicazioni. I giovani vengono chiamati a manifestare con la generica idea di spronare i governi dei rispettivi paesi ad agire in difesa dell’ambiente, ma non esiste nessuna rivendicazione precisa al di là del rispetto degli Accordi di Parigi sul clima del 2015. E quando un movimento del genere non pone autonomamente delle rivendicazioni chiare, ad affibbiargliele dall’esterno saranno proprio quei grandi gruppi multinazionali che cercano di fare pressione sui governi, di creare e utilizzare i movimenti ambientalisti per ottenere leggi a proprio vantaggio. E infatti Greta sale sui palchi, dove lancia proclami estremamente generali, ma all’ONU ci sono i rappresentanti delle ONG ambientaliste e lobbisti che trattano ed esercitano pressioni proprio appellandosi a quelle piazze.

Bisogna poi stare molto attenti quando un movimento si basa quasi unicamente sulla dimensione mediatica, perché questo incide profondamente sul carattere stesso del movimento e sul modo in cui i partecipanti si approcceranno alla lotta politica. Decine di migliaia di giovani vengono chiamati a scendere in piazza non grazie a un’organizzazione che si fa carico della gestione delle mobilitazioni, della propaganda, ecc… ma dopo giorni e giorni di appelli a reti unificate da parte dei media, della stampa, persino dei dirigenti scolastici, addirittura con appelli alle scuole da parte del Ministero dell’Istruzione che ha chiesto di giustificare le assenze… la differenza con i movimenti studenteschi di lotta che spesso dai governi hanno ricevuto anatemi, condanne e manganellate è abbastanza evidente. Un grande movimento di opinione, certo, ma che si limita a chiedere ai giovani di aderire a grandi sfilate di una giornata sulla base di una idea molto generica. Ma non si chiede mai ai giovani di fare un passo in avanti e organizzarsi per davvero, in modo permanente. E se la storia ci insegna qualcosa, è proprio che possiamo vincere e conquistare i nostri diritti solo quando ci organizziamo e lottiamo in prima persona.

La scelta della gioventù comunista di volantinare nelle piazze del Fridays for Future, sin dalla prima data dello scorso marzo, ha dimostrato che non abbiamo paura di assumerci le responsabilità che ci competono come comunisti dinanzi a un movimento di massa così pieno di contraddizioni. Non si tratta di fare la “voce critica” e tentare di assumere la direzione di questo movimento, un’illusione che non coltiviamo e che si scontra con i presupposti stessi su cui nasce il FFF. Con le migliaia di giovani che oggi vengono coinvolti passivamente in quei cortei abbiamo il dovere di parlare, individuarne gli elementi più avanzati, dare coscienza critica per evitare che anche questi siano abbandonati all’ideologia dominante, invitarli a fare un passo in avanti aderendo alla lotta politica organizzata che, per riprendere le parole di Gramsci, è il primo passo per la propria liberazione.

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La lotta per l’ambiente è contro il capitale

La tutela dell’ambiente smette di essere una formulazione vaga o uno slogan strumentale ai padroni (gli stessi che devastano e inquinano) proprio nel momento in cui viene legata a una lotta che va a scontrarsi direttamente proprio con gli interessi del capitale, che metta in discussione il sistema capitalista nelle sue fondamenta.  Se i padroni non sono capaci di difendere l’ambiente perché sono impegnati a difendere le loro tasche, è vero al contrario che proprio i lavoratori e le classi popolari possono e devono costruire l’alternativa.

Non stiamo parlando dei massimi sistemi, al contrario. In tutte le più grandi lotte contro la devastazione ambientale è possibile identificare con chiarezza lo scontro fra gli interessi di due classi diverse. Lo si è visto in Italia, dove molte lotte storiche sono legate a doppio filo con la difesa della salute dei lavoratori, come nel caso dell’ILVA di Taranto. E lo si vede nel resto del mondo, basti pensare alle grandi lotte contadine e indigene in Sudamerica e in Africa contro la devastazione del territorio da parte delle multinazionali.

La lotta rivoluzionaria del movimento operaio ha portato con sé, storicamente, la rivendicazione del controllo centralizzato dei lavoratori sul processo produttivo. Questo significa che, nel socialismo, sono i lavoratori nel loro complesso a decidere e pianificare le scelte produttive. È un tema attualissimo, e deve essere un presupposto fondamentale della nostra lotta, perché solo riportando la produzione sotto il controllo della società possiamo mettere al primo posto il benessere collettivo della popolazione e non il profitto di pochi. È una lotta, questa, che da sola vale di più di tutte le campagne plastic-free. I lavoratori sono l’unico soggetto che può davvero, e con coerenza, tenere alta la bandiera della difesa dell’ambiente e del pianeta.

 

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