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Fascisti contro proletari: 100 anni dalla “Battaglia di Firenze”

di Gabriele Giacomelli

Quest’anno ricorre il centesimo anniversario dei fatti che dal 27 febbraio al 2 marzo 1921 trasformarono Firenze e i suoi quartieri popolari in un vero e proprio campo di battaglia tra il proletariato urbano da un lato e fascisti, guardie regie, carabinieri dall’altro. La “Battaglia di Firenze” segnò l’inizio dell’affermazione del fascismo in Toscana che, nel giro di pochi mesi dopo quegli eventi, avrebbe imposto il proprio dominio su tutta la regione. La Toscana, infatti, rappresentò insieme all’Emilia Romagna e ai territori triestini una delle principali direttrici della progressiva conquista del paese da parte dei fascisti, conclusasi con la marcia su Roma nell’ottobre del 1922. 

Pur trattandosi di un singolo episodio, i fatti di Firenze condensano al suo interno tutti gli elementi principali di ciò che è stato il fascismo, di come esso si è affermato nel primo biennio degli anni ’20 del Novecento e che si sarebbe poi concretizzato nella “dittatura terroristica aperta degli elementi più reazionari, più sciovinisti, più imperialisti del capitale finanziario”1. Di fronte all’imperversare dilagante di un  revisionismo storico volto a mascherare la reale natura del fascismo, di fronte alle vergognose equiparazioni  tra comunismo e nazifascismo che trovano sempre più spazio all’interno dell’opinione pubblica, dei manuali di storia nelle scuole fino ad arrivare nelle sedi istituzionali come il parlamento europeo, è necessario per noi comunisti riaffermare il nostro punto di vista. Riaffermare il punto di vista indipendente e autonomo della classe lavoratrice, ribadendo la correttezza della nostra analisi sul fascismo, la cui validità è confermata proprio dalla ricostruzione di alcuni degli episodi chiave che ne hanno contraddistinto la storia, tra cui si inserisce a pieno titolo anche quello riguardante i fatti di Firenze tra il febbraio e il marzo del 1921. 

L’offensiva fascista: il “partito di tipo nuovo” della borghesia2

Prima di procedere con la narrazione degli eventi fiorentini, riteniamo sia necessario fornire una breve ma sufficientemente esaustiva cornice del clima politico e sociale in cui essi si svilupparono al fine di poter consentire ai lettori di disporre di una chiave di lettura chiara delle ragioni, dei sentimenti e degli ideali che animarono i protagonisti di quei giorni da entrambi i lati delle barricate (letteralmente).

I “Fasci di combattimento”, rimasti fino all’autunno del 1920 un movimento minoritario attivo principalmente nelle città, si caratterizzarono fin dalla loro nascita nel marzo 1919 per il carattere nazionalista, antioperaio, antisocialista e reazionario, che da subito si espresse con violente aggressioni e intimidazioni nei confronti di militanti politici o sindacali del movimento socialista e anarchico, attacchi terroristici contro manifestazioni operaie e tentativi di irruzione nelle sedi di giornali, cooperative e circoli del movimento operaio. La borghesia e le classi dirigenti italiane – costrette loro malgrado ad accettare l’irruzione delle masse sulla scena pubblica in seguito all’occupazione delle fabbriche nel settembre 1920, al contemporaneo protrarsi delle lotte contadine nella Pianura Padana e alla “grande paura del bolscevismo” suscitata da quegli eventi – ebbero nel fascismo lo strumento perfetto per mettere in pratica l’atteggiamento che i loro settori più reazionari avevano intenzione di adottare nei confronti delle rivendicazioni e delle lotte del movimento operaio e contadino. Movimento che, grazie  alla spinta generata dall’esempio della Rivoluzione d’Ottobre, aveva acquisito in pochi anni un livello di forza, coscienza e determinazione mai visto fino ad allora riuscendo a strappare, con dure e sanguinose lotte, conquiste quali le otto ore lavorative e il riconoscimento delle commissioni interne. La frase pronunciata dall’avvocato Rotigliano (rappresentante degli industriali poi passato al fascismo) durante le trattative con le rappresentanze degli operai metallurgici alla vigilia dell’occupazione delle fabbriche ben rappresenta l’intransigenza raggiunta da parte del padronato di fronte alle rivendicazioni operaie: “Ogni discussione è inutile. Gli industriali sono contrari alla concessione di qualsiasi miglioramento. Da quando è finita la guerra essi hanno continuato a calare i pantaloni. Ora basta, cominciamo da voi”.

I padroni, non contenti dei profitti incredibili realizzati durante quella “grande cuccagna”3  che fu per loro la Prima Guerra Mondiale, non contenti di aver trasformato in carne da cannone decine di milioni di lavoratori in tutto il mondo, di fronte agli effetti della grave crisi dovuta alla difficoltà della riconversione post-bellica videro, come sempre, nel proletariato e nelle classi lavoratrici il soggetto su cui scaricare i costi della crisi economica. Gli industriali e gli agrari non erano più disponibili non solo a concedere qualsiasi tipo di miglioramento economico,  ma nemmeno a tollerare l’esistenza stessa di un proletariato cosciente e organizzato in partiti, sindacati, commissioni interne, consigli di fabbrica, leghe contadine e camere del lavoro. La borghesia trovò nelle squadracce fasciste le forze necessarie per portare a termine i suoi progetti. Gli strumenti ufficiali della repressione e della reazione borghese che contrassegnarono gli anni 1917-1920 non bastavano più: essi potevano rallentare, scoraggiare, finanche scongiurare – come fecero prima dell’affermazione del fascismo grazie anche agli errori da parte del Partito Socialista Italiano, – la vittoria del proletariato, ma non potevano cancellare l’esistenza di esso organizzato in classe e cosciente del proprio ruolo storico. Le leggi eccezionali del periodo di guerra quali la censura preventiva sulla stampa (prorogata oltre un anno e mezzo dopo la fine della guerra), gli arresti preventivi di dirigenti sindacali o politici, gli eccidi e le brutalità quotidiane commesse da carabinieri o guardie regie contro pacifiche manifestazioni o comizi, tutte le caratteristiche armi che la borghesia da sempre aveva utilizzato per contenere la spinta rinnovatrice delle masse, non erano più sufficienti di fronte alla necessità della borghesia di farla finita una volta per tutte con ogni pericolo di agitazione, rivendicazione e sciopero.

Serviva una “nuova forza”, formata prevalentemente da quegli elementi della piccola borghesia che in perenne bilico tra rivoluzione e reazione, tra proletariato e borghesia alla fine si schierarono con quest’ultima divenendone il loro braccio armato, visto anche l’attendismo e l’inconcludenza del PSI che a parole si diceva rivoluzionario ma che in concreto nulla faceva per fare avanzare coerentemente tale prospettiva. Ecco in cosa consiste il mito alimentato dalla propaganda del ventennio e divenuto ormai dominante all’interno dell’opinione pubblica della “rivoluzione fascista” e dell’origine “popolare” di tale movimento: una “rivoluzione” compiuta dalle forze più reazionarie e conservatrici della borghesia che si servirono di elementi piccolo borghesi e qualche volta anche semi-proletari per impedire con il terrore ogni forma di organizzazione e coscienza delle classi lavoratrici. I padroni armarono, finanziarono e si servirono delle squadracce fasciste per portare a termine le loro intenzioni, le quali poterono trovare piena realizzazione anche grazie alla simpatia, all’appoggio e all’impunibilità che gli organi ufficiali dello Stato borghese quali prefetti, questori, magistrati, agenti di pubblica sicurezza e le vecchie classi dirigenti liberali garantirono nei confronti di quella “ nuova forza sana della Nazione” in grado di farla finita una volta per tutte con lo spettro del comunismo. Si doveva distruggere, incendiarie e devastare tutti quei luoghi quali case del popolo, circoli operai e camere del lavoro che rappresentavano le più immediate e diffuse forme di organizzazione da parte del proletariato. Si doveva uccidere, rapire, torturare, costringere ad abbandonare le proprie case e malmenare gli elementi più in vista delle sezioni politiche e sindacali locali. Si doveva costringere con la forza, l’intimidazione e gli assalti ai palazzi municipali le amministrazioni comunali socialiste democraticamente elette a dimettersi e a sostituire dai balconi e dalle finestre “il vergognoso straccio rosso” con il “tricolore invitto di Vittorio Veneto”. Si doveva una volta per tutte mettere a tacere i “nemici della Patria fautori dell’odio tra le classi”, per unire gli italiani in nome degli interessi superiori della nazione in un’unica “comunità di produttori” al cui interno il conflitto tra le classi sociali si sarebbe dovuto estinguere, ma che al contrario si sarebbe acutizzato sempre di più a vantaggio dei padroni essendo venuta meno qualsiasi possibilità anche solo di resistenza organizzata da parte del proletariato.

Alla forza organizzata e determinata della borghesia, che trovava espressione in quella nuova forma di partito che era il fascismo, il proletariato non seppe opporre la propria. Al livello di coscienza e alla determinazione raggiunta dalle classi lavoratrici in quegli anni non corrispose un livello di preparazione sufficiente da parte dei suoi dirigenti politici rispetto ai compiti che lo sviluppo della lotta di classe nazionale e internazionale poneva loro di fronte. Il gruppo dirigente massimalista del PSI, privo di una strategia e una tattica rivoluzionaria chiara, preferì limitarsi a proclamare la rivoluzione piuttosto che a impegnarsi seriamente a portarla a compimento. Nel gennaio del 1921, quando il fascismo iniziava la sua violenta ascesa e già faceva crollare sotto i suoi attacchi storici feudi socialisti nella campagna padana, il PSI preferì rompere con gli oltre 58.000 comunisti interpreti della linea rivoluzionaria espressa dalla III Internazionale piuttosto che con gli appena 14.000 riformisti apertamente nemici della rivoluzione i quali, di fronte al dilagare della violenza fascista, predicavano al proletariato una pacifica rassegnazione. Il giovane Partito Comunista d’Italia – sezione italiana dell’Internazionale Comunista, nonostante la tenacia e l’eroismo dimostrati dai suoi militanti non fu in grado di legare a sé, nella breve vita che ebbe prima di essere messo fuori legge dalle leggi fascistissime, la maggioranza della classe lavoratrice e rimase, negli anni della progressiva affermazione del fascismo, prigioniero di un estremo settarismo e dello “splendido isolamento” sostenuto dal gruppo dirigente bordighista. Pur essendo i suoi militanti in prima linea e spesso anche gli unici ad opporsi concretamente alla continua avanzata del fascismo, esso non fu in grado di trasformare la lotta di un’avanguardia in una lotta di massa dell’intero proletariato contro il fascismo.

È in questo contesto che prese vita la battaglia di Firenze. 

La battaglia di Firenze

La mattina del 27 febbraio 1921 in Via Tornabuoni, durante un corteo nazionalista composto da un centinaio di persone tra fascisti e studenti universitari, una bomba a mano viene lanciata da due individui, la cui identità non è mai stata accertata, verso i partecipanti alla manifestazione uccidendo un carabiniere di scorta al corteo. È l’occasione per i fascisti per scatenare il proprio terrore nella rossa Toscana riuscendo ad innescare un “vivo fermento nella parte sana della popolazione, specialmente tra l’elemento fascista” come riferì il prefetto di Firenze, Carlo Olivieri. Carabinieri e fascisti inscenano un corteo funebre con il cadavere del milite ucciso, un carabiniere spara e uccide un ferroviere colpevole di non essersi tolto il cappello al passaggio della salma, le guardie regie occupano la Camera del Lavoro. Immediatamente si mettono in moto le squadre fasciste al comando di Dino Perrone Compagni: dopo aver fatto irruzione nel centro della città, chiunque sia sospettato di simpatie social-comuniste viene bastonato sul posto di lavoro o nella propria casa. Una trentina di fascisti fa irruzione nei locali di Via Taddea, dove aveva sede l’Associazione Proletaria Mutilati e Invalidi e il Sindacato Ferrovieri, sorprendendo il suo segretario Spartaco Lavagnini solo nel suo ufficio mentre era intento a scrivere un articolo per il giornale “L’Azione Comunista” di cui era direttore. Lavagnini viene prima malmenato e poi ucciso con quattro colpi di pistola sparati a bruciapelo, il suo cadavere viene fatto oggetto di spregi dai fascisti che poi devastano e incendiano l’edificio.

Membro del comitato esecutivo della federazione di Firenze del PSI dal 1914, da sempre schierato su posizioni rivoluzionarie, Lavagnini si era distinto all’interno del movimento socialista toscano per il suo forte impegno anti-intervista durante gli anni della guerra. Il 18 novembre 1917, insieme ad Antonio Gramsci, Amadeo Bordiga, Egidio Gennari e altri membri delle federazioni di Milano, Torino, Firenze e Napoli, fece parte della riunione clandestina della estrema sinistra del PSI  svoltasi a Firenze durante la quale fu approvata “l’adesione alle direttive classiste internazionali di Zimmerwald e di Kiental condannando le manifestazioni di quei compagni e di quelle rappresentanze del partito che dai recenti avvenimenti [disfatta di Caporetto] hanno tratto motivo per aderire alla guerra”. Dal 1917 divenne direttore del giornale socialista “La Difesa” dalle cui colonne portò avanti una dura lotta ideologica per il distacco del PSI dalle posizioni opportuniste e centriste, sostenendo la necessità di espellere dalle file del partito i riformisti. Nel 1920 è eletto segretario regionale toscano del Sindacato Ferrovieri, guadagnandosi estrema popolarità e simpatia da parte di tutto il proletariato toscano durante i duri scioperi di quell’anno. Alla vigilia della scissione di Livorno prima di fondare il giornale “L’Azione Comunista”, il settimanale della federazione fiorentina del PCdI, scrisse su “La Difesa”: “Il Partito Comunista soltanto potrà guidare il proletariato verso i suoi immancabili destini”giornael-lavagnini 

L’assassinio di Lavagnini provoca l’immediata reazione da parte del proletariato fiorentino: i ferrovieri proclamano lo sciopero generale a cui l’adesione da parte dei lavoratori di tutte le altre categorie è unanime. Il prefetto Olivieri fa arrestare “per via precauzionale” alcuni esponenti del movimento operaio fiorentino e pone lo stato d’assedio in città impedendo ogni tipo di assembramento di lavoratori mentre lascia mano libera ai fascisti. Nel quartiere popolare di San Frediano i cittadini innalzano barricate per respingere l’attacco dei fascisti, ma la reazione da parte del proletariato fiorentino contro le violenze fasciste è unanime e nel giro di un giorno si allarga a macchia d’olio in tutti i quartieri popolari coinvolgendo anche i comuni limitrofi: a Scandicci l’accesso al paese di fascisti, esercito e carabinieri è impedito per tutto il 28 febbraio dalle barricate che la popolazione costruisce sul ponte del fiume Greve. La battaglia di Firenze infuria in tutti i quartieri popolari dove proletari armati, guardie rosse, uomini e donne cercano di respingere in ogni modo l’accesso ai propri quartieri di un nemico superiore per mezzi e uomini: se i primi attacchi da parte dei fascisti vengono respinti nulla può essere fatto contro reparti scelti di fanteria dell’esercito, guardie regie e carabinieri armati di mitragliatrici e autoblinde. 

Nonostante il 1° marzo il comitato per lo sciopero generale proclami la fine dello sciopero, anche il giorno successivo si registrano scontri armati presso Porta a Prato, Piazza Mentana, alle Murate, a Porta Romana ed in Via Aretina. Sconfitta la resistenza popolare la forza pubblica lascia mano libera ai fascisti di devastare la Camera del Lavoro, le sedi del PSI  e del PCdI, la sede della FIOM, numerosi circoli operai e Società di Mutuo Soccorso. Alla fine di quelle giornate si conteranno 16 morti, 300 feriti e oltre 1.500 arrestati, tutti di parte popolare, mentre il prefetto Olivieri concede al suo vice, Giovanni Valli, una menzione d’onore speciale per aver saputo impartire una severa “lezione agli estremisti”.

La battaglia di Firenze era persa, migliaia di anni di galera furono comminati per i proletari arrestati, nel giro di pochi giorni molti altri centri saranno conquistati dalla violenza fascista: Empoli4, Sesto Fiorentino (primo comune socialista d’Italia nel 1899), Montelupo, Fucecchio, il 3 marzo Siena seguita dalla Val di Chiana, con devastazioni di camere del lavoro, circoli di lavoratori e assalti ai municipi retti dai “rossi”.

L’11 marzo Palmiro Togliatti, inviato a Firenze per “L’Ordine Nuovo”, commentava così dalle colonne del giornale torinese i fatti del capoluogo toscano: “La rivolta del proletariato fiorentino è stata completa, superba, di generosità e di slancio. Chi ne farà la storia dovrà dire come per due giorni il popolo fu padrone dei suoi borghi e delle sue case e le difese con le armi in pugno. Dovrà esaltare la freddezza di sangue degli operai che affrontarono, con un’arma meschina, le mitraglie ed il cannone. Salutiamo i capi e i gregari che sono caduti, ma affermiamo alto che siamo tutti pronti ad attaccare e a cadere, a morire e a uccidere, a nostra volta. Meglio, cento volte meglio, lasciare cinquanta morti sul lastrico di una città che tollerare senza reazione la violenza e l’offesa”5.

Gli episodi del febbraio/marzo 1921 segnarono un punto di svolta per la storia del movimento operaio e per il PCdI fiorentino. La classe operaia fiorentina e il suo giovane partito, che nel marzo del 1921 contava circa 2.500 militanti nella federazione provinciale, furono alla testa della rivolta popolare che in quei giorni infiammò la città. La memoria di quegli eventi rimase fortemente impressa nella coscienza popolare, come testimonia il manifesto che nell’agosto del 1944 alla vigilia dell’insurrezione che liberò Firenze dai nazifascisti il Partito Comunista Italiano fece affiggere sui muri in macerie della città devastata dai bombardamenti e dalle mine dei tedeschi in ritirata: “Popolo di Firenze! Nel 1921, all’inizio della brutale reazione fascista, insorgesti unanime e difendesti combattendo sulle barricate, la tua libertà! Molti dei tuoi figli furono incarcerati e languirono per anni nelle galere fasciste. Oggi dopo 23 anni è giunta l’ora della riscossa! […] POPOLO INSORGI! Impugna le armi, combatti come nel 1921”. 

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A distanza di 100 anni da quegli eventi una nuova generazione di comunisti è pronta a raccogliere il testimone di chi in quei giorni combatté, a prezzo della propria vita e della propria libertà, sulle barricate difendendo le proprie case e i propri quartieri dalla canaglia fascista. Portare a compimento gli ideali che animarono la lotta di quegli uomini e di quelle donne è il modo migliore per rendere loro onore.

                                                         

RIFERIMENTI

    1. Definizione di fascismo fornita dal XIII plenum dell’Internazionale Comunista, 1933.
    2. P. TOGLIATTI, Lezioni sul fascismo, 1935.
    3. P. SECCHIA, Le armi del fascismo, 1971.
    4. Riguardo ai fatti di Empoli del marzo 1921 si consiglia la visione del film Empoli 1921- Film in Rosso e Nero, regia di E. MARZOCCHINI, Italia 1995.
    5. P. TOGLIATTI, L’esempio di Firenze, da L’Ordine Nuovo, 11 marzo 1911
    6. Per un approfondimento sui fatti di Firenze si consiglia la lettura di R. DEL CARRIA, Proletari senza rivoluzione. Storia delle classi subalterne italiane dal 1860 al 1950, Vol. II, cap. XVI, Edizioni  Oriente, Milano 1966 e F. FABBRI, Le origini della guerra civile. L’Italia dalla Grande Guerra al fascismo, 1918-1921,cap. VI, UTET Libreria, Torino 2009.

 

 

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