Home / Idee e lotta / La Resistenza nel Sud: la Liberazione di Cosenza

La Resistenza nel Sud: la Liberazione di Cosenza

di Giovanni Ragusa

Quando si parla di lotta di Liberazione in Italia, spesso si dimentica che anche al Sud, per quanto non si siano vissute vere e proprie esperienze di resistenza partigiana paragonabili a quelle affrontate al Centro-Nord, non sono mancati fenomeni di scontro, già da prima dell’armistizio, con le autorità nazifasciste. Seppur inquadrate per lo più nel ribellismo civile e nella protesta passiva, le attività antifasciste non sono mancate nel Mezzogiorno.  Alla luce dei fatti, non bisogna dimenticare il lavoro svolto anche in questa parte del Paese dai comunisti e, più in generale, il sangue versato dalle vittime di stragi nazifasciste, per un conto che arriva a ben 2650 tra Sud e Isole tra luglio 1943 e giugno 1944.

In particolare, una terra poco analizzata sotto questo punto di vista è la Calabria. Regione storicamente periferica nella penisola, la punta dello stivale può essere un luogo da cui trarre alcune importanti lezioni ancora oggi rispetto al tema della Liberazione. In particolare, la provincia di Cosenza è stata oggetto di un’intensa attività antifascista nonché luogo di origine di insigni esponenti del PCI, che tanto durante il ventennio quanto nei mesi immediatamente successivi all’armistizio dell’8 settembre hanno dato prova di brillantezza nell’analisi e nell’azione.

La Calabria e Cosenza furono particolarmente toccate dalla diffusione del fascismo. In città l’apertura della prima sede dei fasci risale al 7 aprile 1921, alla fine dunque di quel biennio rosso che anche nel cosentino aveva visto un’attenta direzione delle lotte contadine da parte dei comunisti della città. In una regione profondamente agricola e caratterizzata dall’ampia diffusione del latifondo, il messaggio dei comunisti cosentini non poteva che rivolgersi, in prima istanza, a quelle immense masse rurali che da secoli erano dedite ad operazioni di jacquerie ed usurpazione delle terre, ma prive di qualsiasi prospettiva politica più avanzata. Più che mai in Calabria, risultavano esatte le parole di Gramsci in merito alla questione meridionale: “Il contadino era lasciato completamente in balìa dei proprietari e dei loro sicofanti e dei funzionari pubblici corrotti, e la preoccupazione maggiore della sua vita era quella di difendersi corporalmente dalle insidie della natura elementare, dai soprusi e dalla barbarie crudele dei proprietari e dei funzionari pubblici. Il contadino è vissuto sempre fuori dal dominio della legge, senza personalità giuridica, senza individualità morale: è rimasto un elemento anarchico, l’atomo indipendente di un tumulto caotico, infrenato solo dalla paura del carabiniere e del diavolo.”[1] Proprio in questo contesto socioeconomico, il PCd’I comprese la necessità di dar vita ad una piattaforma aggregativa che tenesse conto della realtà del territorio, segnando un punto di rottura rispetto al PSI che non trovò mai un reale punto d’incontro con le masse rurali.

In questo contesto, centrale fu il ruolo ricoperto da Fausto Gullo, storico dirigente calabrese del partito, passato alla storia col nome di “ministro dei contadini” proprio per via dell’apprezzamento che riscuoteva da quelle masse di braccianti che nelle sue parole percepivano la necessità di un ribaltamento radicale dei rapporti di forza. Fu proprio Gullo l’ideatore dell’importante giornale Calabria Proletaria, settimanale in cui venivano presentate interessanti analisi sullo sviluppo del fascismo nella regione e con cui si tentò di dare uno strumento di emancipazione alle masse calabresi, sottomesse da tempo immemore ad un’egemonia culturale tutta in mano alla Chiesa. Non a caso, fu proprio Gullo a proporre, durante il Congresso di Roma del 10-12 marzo 1922, la creazione di una commissione agraria all’interno del PCd’I, dimostrando una chiarezza di vedute rispetto alla questione contadina che forse ancora sfuggiva ad altri dirigenti lì presenti. Nonostante l’insorgere sempre più sistematico delle violenze fasciste in città ed in provincia, Gullo ed altri valorosi compagni non mancarono di opporsi, specie continuando a dare alle stampe Ordine Proletario, ma anche mettendo a disposizione dei numerosi accusati di crimini contro il fascio l’instancabile attività forense di Gullo ed altri avvocati presenti nel partito.

Il clima, cambiato radicalmente dopo la marcia su Roma, vide una radicalizzazione con l’arresto dei principali quadri dirigenti calabresi, costringendo i superstiti a darsi alla clandestinità: all’epoca, la federazione di Cosenza era la più forte di tutto il Sud Italia, contando ben 883 iscritti[2]. Nonostante il crescente clima di repressione, il PCd’I strappò in Calabria un buon risultato durante le elezioni del 1924 eleggendo proprio Gullo alla Camera dei deputati. Il coraggio della dirigenza cosentina del tempo si può però ritrovare ancor di più allorquando nel 1924, nonostante la recente entrata in vigore della legge sulla limitazione della libertà di stampa, venne aperto un nuovo giornale, L’Operaio, che voleva riprendere il ruolo di agitatore di classe già ricoperto da Ordine Proletario, soppresso nel febbraio del ’23. Il nuovo organo di stampa non ebbe però vita facile, subendo numerosi atti di vandalismo presso la sua sede e vedendo anche diverse copie sequestrate.

È dal 1926 che inizia la vera e propria clandestinità per Gullo e gli altri membri del partito, che furono costretti a rifugiarsi tra le montagne dell’altopiano silano. È proprio a partire da questo momento che l’attività di agitazione delle masse contadine inizia a crescere, gettando le basi che avrebbero poi reso la zona della pre-Sila cosentina una sorta di feudo rosso per lunghi anni. La latitanza del dirigente comunista viene però piegata dalle continue irruzioni e minacce a danno della sua famiglia, culminanti nell’arresto di un suo vecchio zio. Egli si consegna infine alle autorità il 29 novembre 1926, per essere poi messo al confino a Nuoro. Già due giorni dopo, però, Gullo fa ricorso alla corte d’appello redigendo un documento che smonta punto per punto le accuse del regime, avvalendosi delle stesse legislazioni fasciste, ottenendo un dimezzamento della pena. A seguito di un grave peggioramento delle sue condizioni di salute, infine, egli riesce ad ottenere di ritornare a Cosenza, finalmente, il 25 giugno 1927. In pieno regime fascista, Gullo ed altri dirigenti comunisti come Fortunato (Natino) La Camera, iniziarono una campagna di ribellione alle attività politiche dello Stato fascista in maniera spregiudicata, attivando una fitta rete di contatti partendo dal cuore pulsante della vita della città: il caffè Renzelli, ancora oggi un istituto a Cosenza. Dai tavolini di quel bar, comunisti e socialisti iniziarono un’attività politico-ideologica volta a propagandare l’astensionismo in vista delle elezioni-farsa del 1929. A dimostrazione del lavoro svolto capillarmente dai militanti comunisti, proprio negli anni ’30, i cosiddetti “anni del consenso”[3], il PCd’I vede una costante crescita nel numero dei suoi iscritti, guadagnando validissimi compagni come Cesare Curcio e Gennaro Sarcone.

L’attività clandestina continuò tra molte difficoltà, fin quando col 1943 non arriva la svolta decisiva: tra febbraio e settembre gli anglo-americani bombardano ripetutamente la città, dove i nazisti in ritirata dalla Sicilia si erano rifugiati, facendo tra l’altro saltare i due principali ponti della città, fin quando, dopo l’8 Settembre, non riescono ad entrarvi. La situazione trovata dalle truppe alleate non lascia ben sperare: i fascisti non si erano nemmeno disturbati a gettare la maschera, restando in circolazione per la città e per la provincia, protetti dal prefetto Enrico Hendrick, di nomina mussoliniana, lasciato al proprio posto dagli alleati a dimostrazione del timore che i comunisti incutevano nei nuovi arrivati anglo-americani. Il prefetto fascista, addirittura, aveva tentato di compattare la cittadinanza contro i nemici anglofoni prima che questi entrassero in città, un appello a cui risposero ben pochi. La situazione, però, non era destinata a durare a lungo. Il 4 novembre alcuni cittadini vengono scoperti dai carabinieri a scrivere su un muro “Viva Stalin!” ed arrestati: la sola notizia scatena una grossa rivolta di popolo che porta la cittadinanza a scendere per le strade, giungendo fino in piazza XV Marzo, sede della prefettura e quindi di Hendrick, il quale, noncurante delle terribili condizioni di povertà della città, aveva inviato grandi partite di grano ai nazifascisti al Nord nel frattempo[4]. L’insurrezione del 4 Novembre vide il compagno Sarcone, secondo i racconti, spaccare anche un quadro di Mussolini a cavallo sulla testa di Hendrick[5], mentre la folla acclamava a gran voce proprio Gullo come nuovo prefetto, ed il resto del partito aveva già organizzato una guardia rossa per bloccare le strade. Già il giorno dopo, però, il maggiore inglese Angus Watts sostituì il leader comunista, temendo che questi potesse radicalizzare la lotta delle masse cosentine, con il più moderato socialista Pietro Mancini. I comunisti dovevano veramente terrorizzare le autorità britanniche se lo stesso Watts, nel medesimo giorno, convocò tutti i quadri comunisti della città minacciandoli di esilio in Kenya (!!!) se avessero continuato con le loro attività di agitazione[6], provvedimento ritirato solo grazie all’intervento dello stesso Mancini.

La battaglia combattuta dai partiti del CLN si dirige, da qui in poi, soprattutto contro i fascisti rimasti in circolazione per la città: una quota, purtroppo, non irrisoria. Proprio qui emerge il contraddittorio sui cui è fondamentale riflettere per noi comunisti oggi, specie rispetto ai rigurgiti fascisti che ancora oggi trovano spazio nella vita pubblica e politica del paese, sovente protetti dalle stesse istituzioni. Nonostante le reiterate pressioni del CLN e delle truppe alleate per un’operazione di epurazione della feccia fascista dalla città, il generale Badoglio emanò un atto volto a tutelare i rimasugli del PNF, sancendo l’allontanamento dei fascisti da incarichi pubblici solo nei comuni con più di 50 mila abitanti[7] (Cosenza, secondo il censimento del 1936, ne contava 40032[8]). Non mancarono rimostranze presentate dai compagni del PCI, in particolare verso il prefetto socialista Mancini, accusato di non avere polso nel gestire un momento così importante nella rinascita della città, nonché di essere stato a sua volta colluso col fascismo, chiedendo per ben due volte la grazia a Mussolini per evitare il confino e partecipando alla stesura di alcuni articoli su riviste di giurisprudenza fascista. Ma ancor di più, oggetto di critica vennero fatte le forze dell’ordine ed i magistrati: collusi col fascismo e simpatizzanti del regime, questi non presero mai posizione in maniera decisa contro i camerati, mentre erano sempre pronti a provvedere con condanne e pene di ogni genere contro i lavoratori che, esasperati dalle terribili condizioni di vita, iniziavano a protestare o ad occupare terre nelle zone agricole. In un clima simile, in cui diversi rimasugli del ventennio tentavano addirittura di rifondare il PNF comprando armi, munizioni ed impianti radio al di fuori della provincia, l’appello dei comunisti per un’azione dura e mirata ad estirpare questo cancro dal tessuto sociale della città restava inascoltato.

La strategia del partito all’epoca era molto lungimirante, poiché vedeva non nei singoli militanti fascisti il vero problema, bensì negli agrari e nei ricchi borghesi la radice di questi rigurgiti: essi, così come erano stati i primi ad appoggiare e sostenere lo squadrismo in Calabria 20 anni prima, continuavano ad essere la vera matrice della tentata rinascita fascista in quel periodo. Nessuna via di mezzo poteva essere presa in questo senso, la rottura col fascismo doveva essere anche una rottura col vecchio sistema capitalistico. Un altro aspro attacco veniva mosso poi al libero mercato che, in una città depressa e distrutta da mesi di bombardamenti, aveva dato vita a fenomeni di speculazione incontrollata che, come si può ben capire, andavano a tutto danno della parte più vulnerabile della popolazione, mentre i più abbienti si accaparravano anche più del necessario per paura di rimanere senza scorte. Pur con una buona produzione a livello provinciale, in regime di libero mercato le derrate venivano indirizzate verso le province e le regioni che presentavano mercati più remunerativi. Un segnale importante, sicuramente, arriva con la vittoria schiacciante di socialisti e comunisti nelle elezioni per gli organismi dirigenti della Camera del Lavoro, a dimostrazione di quanto i messaggi dei compagni cosentini avessero fatto breccia nel proletariato urbano ed agricolo della città. Tra le prime iniziative, non a caso, vi furono proprio alcune occupazioni di terre, per strappare al monopolio degli agrari la produzione di generi alimentari di base.

Ma a dare un’accelerazione alla coscienza antifascista di Cosenza furono senz’altro i reduci della lotta partigiana. Diversi cosentini, infatti, lottarono nelle file della Resistenza al Centro-Nord, a volte anche con incarichi dirigenziali nelle brigate, ed in questa loro eroica esperienza avevano maturato una coscienza politica per molti versi superiore rispetto a quella dei loro conterranei che non avevano vissuto la lotta partigiana. Nel fondare il Movimento Partigiani, essi erano animati da una rabbia antifascista che, nel giro di pochi giorni, si sarebbe riversata apertamente per le strade. Il 23 luglio 1945, un folto numero di questi partigiani cosentini tenne un comizio con armi in spalla proprio per mobilitare la cittadinanza in questo senso, chiedendo la sostituzione dagli uffici pubblici e privati dei fascisti rimasti impuniti. La notte successiva, saranno proprio loro a rendersi protagonisti di una grandiosa operazione di cattura di squadristi accusati di violenze e soprusi nel ventennio, un’operazione che proseguì anche il giorno dopo. Qui, però, bisogna muovere una critica all’operato del PCI verso le attività partigiane, poiché i quadri del tempo ritennero pericoloso lasciare che i reduci continuassero con queste azioni: si temeva una guerra civile in città, che forse Gullo, Sarcone e la Camera pensavano di non poter vincere. Ma non si può non sottolineare che questa decisione peserà nell’attività di epurazione così come in quella di educazione politica delle masse, che dai partigiani cosentini sicuramente potevano trarre un’importante lezione nell’ottica di un superamento delle strutture di egemonia culturale ed economica calabresi in senso rivoluzionario. Nonostante ciò, gli ormai ex partigiani continueranno a dare un contributo alla lotta per l’epurazione facendo pressione, coadiuvati dal PCI e dal PSI, sulle strutture giudiziarie addette a queste operazioni, una su tutte la Commissione Provinciale per l’Epurazione, contro cui Sarcone non mancò, il 23 settembre 1945, di lanciare una furente invettiva per accusarla di sabotaggio nel regolare svolgimento dei processi. Questi si concluderanno nella stragrande maggioranza dei casi con pene irrisorie: due anni di interdizione dei diritti elettorali passivi ed attivi, un nonnulla rispetto alle violenze dei fascisti nel ventennio.

Forse Cosenza non ha vissuto l’eroismo delle lotte armate sulle montagne per ragioni contingenti, ma, nonostante ciò, abbiamo ancora tanto da imparare dall’operato di quella generazione di dirigenti che hanno fatto scuola per i futuri successi del partito nella regione.

In chiusura, una poesia del poeta Ciccio De Rose, contemporaneo agli avvenimenti di cui ho parlato nonché valoroso compagno ancora oggi.

“Nun ha importanza

Che vado a morire

Certo me dispiace

Volevo ancora campare

Giocare tutta la partita

Invece me tocca

Un solo tempo

E su un campo brutto

Pieno di fossi con

Dentro tanti ossi

Ma penso a te

Figlio mio

Che un giorno tirerai calci

Su un campo tutto verde

Col profumo di libertà

E un me sento addosso

D’aver perso”

Un ringraziamento speciale va alla sede provinciale ANPI di Cosenza – Paolo Cappello per gli utili materiali forniti e la collaborazione dimostrata.

[1] L’Ordine Nuovo, 2 agosto 1919, in La questione meridionale

[2] Fausto Gullo: una nuova biografia, Prospero Francesco Mazza, pag.48

[3] Dicitura resa celebre dall’analisi dello storico Renzo De Felice in riferimento agli anni 1929-36

[4] Tornacontisti cacadubbi panciafichisti. Mito e realtà della guerra a Cosenza (1940-45), Cap.12 Liberazione, Giovanni Sole

[5] http://www.icsaicstoria.it/sarcone-gennaro/?hilite=%27Gennaro%27%2C%27Sarcone%27

[6] Op. Citata, Giovanni Sole

[7] La Parola Socialista, 17 dicembre 1943

[8] Dati ISTAT, https://www.tuttitalia.it/calabria/45-cosenza/statistiche/censimenti-popolazione/

Commenti Facebook

About Redazione Senza Tregua

Giornale ufficiale del Fronte della Gioventù Comunista

Check Also

Foto di Jacopo Brogioni, 25 Aprile 2019, Roma

I partigiani non hanno lottato per questa Italia

L’Italia di oggi non è figlia della Resistenza partigiana. È figlia, semmai, del suo tradimento. …