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L’eredità della gioventù partigiana

di Ivan Boine

Il 24 febbraio ricorreva il 76°anniversario dell’assassinio del dirigente comunista Eugenio Curiel, un’occasione che abbiamo sfruttato per ripercorrere il suo impegno durante la Lotta di Liberazione, organizzando il Fronte della Gioventù per l’indipendenza nazionale e la libertà. Un’esperienza straordinaria, una formidabile palestra di confronto e di dibattito per una gioventù educata alla cieca obbedienza all’autorità, un passaggio fondamentale per costruire la “guerra di popolo” contro repubblichini e nazisti.

Lo studio della storia – nel giudizio di chi scrive – ha il pregio di far emergere insegnamenti utili per il presente. In questa direzione, scrivere della gioventù partigiana comporta il difficile compito di attualizzare e trovare analogie tenendo conto del differente contesto storico, politico, economico, sociale e culturale, senza snaturare gli ideali della Resistenza e senza scadere in una banale glorificazione. Trarne lezioni, ovviamente, non significa pensare di riproporre in maniera schematica la tattica applicata da Curiel e dai comunisti con la fondazione del FdG. Ai tempi, il Partito Comunista aveva una funzione trainante all’interno dell’antifascismo, con capacità di influenzare anche strati sociali diversi dalla classe operaia e, addirittura, iscritti a partiti borghesi. La situazione oggi è evidentemente diversa.

Analizzare l’esperienza di questo Fronte della Gioventù – che nulla ha da spartire con la giovanile missina, con cui non va confuso – vuol dire confrontarsi con una questione di stringente attualità: il successo della mobilitazione e dell’impegno politico giovanile in una condizione nettamente sfavorevole per la gioventù e le classi popolari, in un contesto in cui i rapporti di forza erano segnati da un grande squilibrio. Stiamo vivendo oggi una crisi economica senza precedenti, i cui costi vengono fatti ricadere sulle spalle delle classi popolari. I maggiori partiti fanno a gara per rappresentare al meglio gli interessi della Confindustria. Si rende quindi necessaria, ancora una volta, una risposta decisa, organizzata, di massa della classe lavoratrice e di tutti i settori della gioventù contro l’attuale sistema.

Se il nemico sembra invincibile

Il Fronte della Gioventù nacque dopo la grande illusione della fine del fascismo, quel periodo che va dal 25 luglio 1943 – giorno della destituzione di Mussolini da parte del Gran Consiglio del Fascismo – all’8 settembre dello stesso anno. La monarchia, nel progressivo tentativo di salvarsi, scelse di cambiare il volto a capo dell’esecutivo, ma i rapporti di forza rimasero i medesimi. Non solo, dopo l’armistizio con gli Alleati l’Italia centro-settentrionale venne occupata dal Terzo Reich, sotto le vesti dello Stato fantoccio della RSI. In tutto il nostro paese – al di là della forma di potere – a farla da padroni erano gli industriali e i grandi proprietari terrieri. La gioventù italiana iniziava a comprendere i tratti dell’illusione fascista, vedeva cadere passo dopo passo quel sistema di valori con cui il regime l’aveva cresciuta ed educata. Gli scioperi del marzo ’43 – i primi nell’Europa nazifascista – sicuramente diedero un segnale forte, mostrarono che la classe operaia stava rialzando la testa, ma ancora c’era molta incertezza sul futuro. Guardando questo scenario 76 anni dopo, anche tenendo conto dell’attività clandestina del Partito Comunista, le premesse per la guerra di popolo che ha portato alla Liberazione ci risultano tutt’altro che solide.

Com’è possibile che la Resistenza, come fatto politico e militare preparato e organizzato, si sia potuta sviluppare da una situazione tanto sfavorevole? Questo è il punto da cui partire.

Dopo la restaurazione capitalista in URSS e nell’Europa orientale, Francis Fukuyama elaborò il concetto di «fine della storia», nei fatti un riconoscimento del “trionfo finale” del capitalismo sul socialismo. Questa concezione e la portata epocale della caduta del Muro di Berlino hanno influenzato tutta l’area politica ideologicamente figlia della Rivoluzione d’Ottobre. Guardando al caso italiano, da una parte ne sono prova i partiti opportunisti che, dietro a falce e martello, parteciparono con convinzione ai governi borghesi continuando a seguire logiche elettoralistiche, sebbene a parole invocassero la rivoluzione e mantenessero come riferimento il “popolo comunista” che fieramente votava falce e martello; dall’altra parte, ne sono prova quei movimenti e quelle realtà sociali che si sono ridotti a condurre battaglie locali, vittime di due elementi rivendicati come punti di forza, la frammentazione e il rifiuto categorico della forma partitica.

Negli ultimi decenni in Italia si sono succedute una serie di mobilitazioni operaie e studentesche di portata non trascurabile, che però non hanno avuto alcun risultato concreto e/o durevole. Le parole d’ordine rivoluzionarie, se non sono state abbandonate, sono diventate la vittima privilegiata dei peggiori tatticismi. “Rivoluzione” è diventato un termine strausato e abusato. Se in molti hanno riconosciuto e riconoscono la necessità storica di rovesciare gli attuali rapporti di produzione, nella maggioranza dei casi si nasconde la propria incapacità (e inadeguatezza) o l’assenza di una reale volontà di lottare. Ci si giustifica parlando di una fase non propizia, dell’assenza di grandi eventi, dei tempi poco maturi. Il primo grande insegnamento che arriva dal Fronte della Gioventù è proprio questo: si può sconfiggere un nemico soverchiante per forze e risorse solamente se si riesce a organizzare le masse nella direzione della lotta, a partire dalle lotte, dalle contraddizioni del sistema, con rivendicazioni chiare e obiettivi precisi sia nel breve che nel medio-lungo termine.

 

Abbattere il muro ideologico dell’indifferenza

Il Fronte della Gioventù raccoglieva decine di migliaia di giovani donne e giovani uomini in tutta l’Italia occupata. A quale generazione appartenevano? Nella maggior parte dei casi erano ragazze e ragazzi nati e cresciuti sotto il fascismo. La scuola che avevano frequentato seguiva l’impianto classista voluto da Gentile, nelle aule dovevano compiere il saluto romano davanti agli insegnanti. Aule in cui vi era un crocifisso con alla destra la foto del re e alla sinistra quella del duce. L’Opera Nazionale Balilla, insieme alla scuola, formava ideologicamente le nuove generazioni al culto dell’autorità, al rispetto delle gerarchie sociali, familiari, culturali e morali. Grazie alla concezione corporativista della società, le classi dominanti venivano tutelate in un duplice modo: da una parte, ai figli della classe lavoratrice non era permessa altra istruzione rispetto a quella professionale (così da privarli di strumenti culturali e intellettivi), dall’altra si cercava di eliminare lo sviluppo di qualsiasi coscienza critica da parte di studenti e intellettuali. I membri del Fronte appartenevano, quindi, a una generazione coscientemente educata a non mettere in discussione l’ordine costituito, non educata al dibattito politico, non abituata a pensare a un futuro che andasse oltre al motto “credere, obbedire, combattere”.

Il progetto educativo gentiliano venne però travolto dalle contraddizioni emerse con il disastro della guerra. Esemplificativa è questa testimonianza riportata da Primo De Lazzari nella sua opera[1]. Si tratta del diario di Falco Marin, giovane ufficiale e volontario fascista che morì in guerra il 25 luglio 1943. «Tutto volge al peggio, l’inettitudine della nostra classe dirigente è sempre più palese. Mussolini dopo aver ingannato tutti, si trova preso nella pania. Nella rovina ci siamo tutti… Il governo è inteso ancora come padrone, padrone nel senso peggiore della parola, come dire assoluto» e continua «Eppure non ogni speranza è perduta… Ancora forse saremo in tempo a salvare qualcosa, almeno per il domani, lasciando libertà, libertà… Sotto la spinta tragica degli avvenimenti, nella lotta violenta e crudele, il popolo potrebbe trovare delle forme elementari di organizzazione, su cui domani costruire un regime effettivamente libero». Queste sono riflessioni di un volontario fascista che in maniera autonoma matura una critica verso l’idea che aveva ciecamente sposato. Su queste contraddizioni Eugenio Curiel, dirigente comunista, improntò l’intervento del FdG fra la gioventù.

Nel 1996 Gillo Pontecorvo – comunista e braccio destro di Curiel nella costruzione del Fronte – scrisse nella prefazione di una ripubblicazione de Storia del Fronte della Gioventù nella Resistenza di Primo De Lazzari: «Se mi chiedessero oggi cosa caratterizzava maggiormente la posizione morale del FdG, direi, senza esitazioni: la lotta contro l’indifferenza che, per contro, segna così negativamente il nostro tempo». Il Fronte, fin dall’impostazione embrionale data da Gian Carlo Pajetta, aveva tra le sue direttrici di lavoro l’attività fra gli studenti e l’attività politica ed educativa. Con quale fine? Si voleva spezzare la concezione del corporativismo fascista per cui gli studenti dovevano considerarsi un corpo a sé stante (e far capire loro la necessità dell’unità coi lavoratori) e si voleva portare i giovani a comprendere i meccanismi della società, i rapporti di forza in campo. La lotta ideologica diventava, dunque, primaria. In sintesi, bisognava far prendere coscienza della propria condizione alle masse giovanili.

Come sottolineava nel ‘96 Pontecorvo, l’indifferenza è una piaga del nostro tempo. Certamente esistono grandi differenze nella società italiana sotto il fascismo e quella attuale, non avrebbe senso fare dei parallelismi anacronistici. Negli ultimi anni l’istruzione pubblica ha assunto un carattere sempre più classista, diretta conseguenza delle indicazioni della Commissione Europea. Se da una parte c’è stata una progressiva subordinazione dell’istruzione alle esigenze delle imprese, dall’altra ha preso vita un attacco ideologico massiccio, indirizzato a presentare l’attuale sistema economico-sociale come il migliore possibile.

L’URSS e i paesi socialisti, con tutte le loro contraddizioni, hanno rappresentato per decenni un modello alternativo di società concreto, fondato sulla giustizia sociale e sulla ricerca del benessere collettivo. Si trattava di un modello che ispirò e sostenne la decolonizzazione, che appoggiò la lotta contro l’apartheid, che aprì la strada alle lotte operaie e contadine in tutto il mondo, che diede forza al movimento per la pace. Alla nostra generazione è stato insegnato che quel modello è pura utopia, che la storia lo ha bocciato definitivamente. Non solo, la scomparsa del riferimento politico e culturale rappresentato dal Partito Comunista ha segnato da una parte il trionfo del riformismo – già maggioritario nel PCI – dall’altra quello della cultura della delega. Al di là dello slogan della “cittadinanza attiva”, a intere generazioni è stato insegnato che la partecipazione democratica si ferma all’esercizio del diritto di voto o, al massimo, in quello di candidatura, nell’attesa del cambiamento tramite riforme dall’alto. Il processo d’integrazione europea ci è stato presentato non solo come irreversibile, ma soprattutto come elemento di progresso economico e sociale per i popoli dell’Unione. La cultura individualista, propria della dottrina liberale e associata al mito dell’ascesa sociale, ha plasmato il nostro modo di vedere il mondo: usi, costumi, modo di relazionarsi (si pensi ai social network), ambizioni.

Queste “certezze” sono crollate in parte di fronte alla crisi del 2008, alla macelleria sociale in Grecia e alla Brexit. Disoccupazione, sfruttamento, precarietà e insicurezza sul lavoro sono elementi quotidiani con cui la maggioranza delle persone accetta ormai come “normali”. L’emergenza covid-19 ha fatto emergere tutte le contraddizioni del capitalismo. La privatizzazione della sanità pubblica abbia reso il Sistema Sanitario Nazionale incapace di rispondere efficacemente alla diffusione dei contagi. L’Unione Europea ha visto inizialmente uno scontro tra i diversi governi, con il fine di garantire migliori condizioni per tutelar il proprio capitale nazionale. L’accordo a cui si è arrivati, il piano Next Generation EU, va nella medesima direzione: scaricare i costi della crisi sulle spalle delle classi popolari del continente.

La lotta all’indifferenza, sull’esempio del Fronte della Gioventù, prende quindi un grande valore nell’attualità. Essa si deve declinare in due modi. Innanzitutto, come lotta all’attesismo, inteso come speranza, totalmente fine a se stessa, che figure politiche più “competenti” come Mario Draghi, possano essere portatrici di cambiamento perché “responsabili”.

In secondo luogo, lottare contro l’indifferenza vuol dire spezzare il binomio nichilismo/disillusione (piaccia o meno, un lascito culturale piccolo-borghese) per cui si riconoscono i grandi problemi del capitalismo ma non si agisce perché non esisterebbe alcun modello alternativo realizzabile. Ci si arrende, si sposa la fatalità, «la fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo»[2]. Bisogna necessariamente capire che non è sufficiente – come per anni è stato fatto – riproporre plasticamente quanto realizzato dai paesi socialisti dell’Europa orientale. Lottare contro l’indifferenza, in questo senso, vuol dire svolgere un imponente sforzo di critica e autocritica rispetto alla storia del movimento comunista internazionale, e quindi un serio tentativo di trasportare le categorie di analisi del marxismo-leninismo per condurre il conflitto di classe nel XXI secolo. Lottare contro l’indifferenza significa offrire un modello di società alternativa realizzabile, che risponda alle necessità dell’odierna classe lavoratrice, che nasca dalle avanguardie di lotta in seno ad essa.

L’esperienza dell’evoluzione della democrazia liberale in Italia rappresenta per noi un punto di forza. Oggi è ormai chiaro che gli obiettivi della Resistenza e gli ideali dei partigiani sono stati traditi. Si può studiare e comprendere che la costruzione della Repubblica Italiana è stata segnata dalla conservazione capitalistica, nonostante la veste di democrazia pluralista. I diritti più avanzati sono stati conquistati con la lotta, non concessi per decreto. In più, oggi, l’emergenza covid-19 ha scoperto le carte in tavola: perché se c’è una cosa di cui possiamo “ringraziare” questa emergenza – con la crisi che verrà – è di aver palesato la necessità del rovesciamento del capitalismo e della pianificazione economica nel contesto di uno Stato in un cui il potere politico sia nelle mani dei lavoratori.

Bisogna superare l’indifferenza in entrambe le sue declinazioni, bisogna costantemente porsi la seguente domanda: «se avessi anch’io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo?»[3] Questo è il punto, smetterla di delegare, farla finita con l’arrendevolezza, impegnarsi concretamente in prima persona, come fecero i giovani che scelsero di entrare nel Fronte della Gioventù.

Unire le lotte

Il Fronte della Gioventù venne promosso e costruito grazie allo sforzo e all’impegno del Partito Comunista e dei suoi quadri più giovani, come descritto esaustivamente nell’articolo sopracitato. La mobilitazione delle masse giovanili contro la Repubblica Sociale e contro l’occupazione tedesca era premessa fondamentale per l’esito positivo della Resistenza. Questa non era solamente un’opinione di Curiel e Pontecorvo, ma una posizione radicata e diffusa nella dirigenza comunista. L’indirizzo del Fronte era appunto quella di far aderire non solo i giovani di idee socialiste o vicini al movimento Giustizia e Libertà ma soprattutto i giovani cattolici. Allora si pensava che tutte le componenti potessero dare linfa vitale al dibattito, che attivare i giovani liberali e i giovani democristiani all’azione nel FdG avrebbe rotto l’attesismo dei rispettivi partiti all’interno del CLN e nello sviluppo dell’organizzazione militare partigiana. Mobilitare questi settori giovanili dietro la parola d’ordine di una «democrazia nuova, forte, progressiva, aperta a tutte le conquiste, ad ogni progresso politico e sociale, senz’altro limite che quello della volontà popolare»[4] voleva dire portarli a rifiutare il progetto del PLI e della DC di restaurare nei fatti lo Stato liberale prefascista, andando quindi a incidere in maniera significativa sui futuri sviluppi della realtà italiana. Si riuscì in quest’obiettivo? Fu la tattica migliore? Questo articolo non si propone di dare una risposta.

Ciò che è certo è che oggi non si può riprodurre una dimensione “unitaria” in quella forma. Allora, i comunisti avevano concretamente una posizione di forza, erano in grado di fare egemonia, influenzando le posizioni delle altre organizzazioni. Queste organizzazioni, inoltre, avevano un loro radicamento, specialmente la gioventù cattolica. Oggi siamo ben lontani da quella situazione. È un altro sforzo “unitario” quello che merita grande interesse, uno sforzo che nasce dalla stessa evoluzione politica di Eugenio Curiel.

Il dirigente del FdG aderì al PCI dopo una profonda e meticolosa critica politica al fascismo, maturata negli anni della carriera universitaria, da studente prima e professore poi. All’Università di Padova, da curatore della pagina sindacale della rivista Il Bò, nacque in lui la consapevolezza della stretta connessione tra i problemi politico-sociali dell’Italia e i problemi della classe operaia. Comprese che solamente la classe operaia aveva un patrimonio di valori e pratiche di lotta realmente anticapitalisti, in grado quindi di eliminare i rapporti di produzione da cui il fascismo era nato. Proprio per questo motivo l’attività del Fronte della Gioventù rivolta agli studenti mirava innanzitutto a scardinare nella mente degli studenti stessi la concezione corporativista inculcata loro dall’istruzione fascista. Non dovevano considerarsi come un corpo a sé stante, ma dovevano rapportarsi con la gioventù operaia e contadina, dovevano rapportarsi con la classe lavoratrice. L’attenzione di Curiel era poi indirizzata a quegli intellettuali che, proprio come lui, all’interno delle università fasciste e degli eventi culturali fascisti, avevano maturato una critica verso il regime. L’impegno del FdG si indirizzava a mettere in contatto le potenzialità di questi intellettuali con la forza e con l’organizzazione della classe operaia. La tradizione operaia, socialista e comunista – messa a tacere ed eliminata dai manuali di storia – possedeva le risposte a quelle domande, ai dubbi che maturavano negli ambienti intellettuali. Il compito degli intellettuali era quindi uscire dal proprio guscio ed entrare a contatto con le lotte sindacali (significativi sono i casi degli scioperi del ’43 e del ’44, colpi durissimi per il regime di Mussolini e per la macchina bellica nazifascista).

Questa è l’attualità del carattere “unitario” del Fronte della Gioventù. La crisi globale che abbiamo di fronte, secondo le stime, metterà a rischio 1,5 miliardi di posti di lavoro, circa la metà degli occupati su scala mondiale. La “normalità” nei grandi luoghi di lavoro non è mai stata messa in discussione: infortuni, morti sul lavoro, assenza di misure di sicurezza adeguate, inquinamento e devastazione ambientale in nome del profitto di grandi aziende. La normalità, ormai, è dover lottare per le 40 ore settimanali. Di fronte all’offensiva padronale gli elementi più attivi del movimento studentesco devono convergere, collaborare, coordinarsi con i settori del movimento operaio che stanno rialzando la testa. Un primo esempio può essere la giornata del 29 gennaio, che tuttavia non è ancora sufficiente. Non solo, diverse sono le realtà che continuano a lottare in tutta Italia, numerosi sono gli appelli a un’opposizione unitaria al governo Draghi e alla gestione della crisi nell’interesse della Confindustria: che la si concretizzi, non come mera sommatoria di sigle, non come l’ennesimo cartello elettorale, ma come unità delle lotte, che si opponga davvero a questo sistema e non solo all’esecutivo di turno.

Per anni si è consumata una frattura netta, “settoriale”, tra studenti e lavoratori; in molti casi, da entrambe le parti, è mancata totalmente la volontà di ricongiungersi, eccezion fatta per alcuni momenti di semplice lotta difensiva che nei fatti non hanno difeso nulla. È giunta l’ora di compiere un grande sforzo di discussione e di confronto per ricomporre quella frattura, mettendo alla porta l’autoreferenzialità e il giovanilismo. La gioventù d’Italia, se vuole trarre un vero insegnamento dall’esperienza della gioventù partigiana, deve mettersi in gioco per trovare parole d’ordine, obiettivi, pratiche di lotta comuni con tutte quelle realtà che dimostrano la sincera e ferma volontà di rispondere alla controffensiva padronale e di rovesciare il capitalismo. Ognuno dovrà fare i conti con i propri limiti soggettivi, bisognerà scalfire il muro dell’indifferenza e del menefreghismo- Come 76 anni fa dovremo ricercare una vera unità della classe, costruendo un fronte unico di classe che dia forza alla controffensiva, che si opponga al fronte unico padronale che è già una realtà forte e operante. Non ci sono alternative.


 

[1] Primo De Lazzari, Storia del Fronte della Gioventù nella Resistenza, Milano, 1996, Mursia Editore, p.23

[2] Antonio Gramsci, Gli indifferenti, corso di formazione interna del Fronte della Gioventù Comunista, 2015, p.1

[3] Antonio Gramsci, Gli indifferenti

[4] Primo De Lazzari, Storia del Fronte della Gioventù nella Resistenza, p.109

[5] Ibidem, pp.108-109

 

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